29 agosto 2018

NBA, i cinque giocatori attesi alla breakout season

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Giovani in cerca di spazio o di riscatto in contesti diversissimi: nella prossima stagione sarà interessante osservare e testimoniare la crescita di questi cinque giocatori, attesi a un salto di qualità fondamentale per le proprie carriere e per le parabole delle proprie franchigie

Spesso basta poco per costruire una carriera NBA dal nulla, o quasi. Oltre al lavoro quotidiano, basta anche solo una chance ben sfruttata per entrare in rotazione non uscendone più. Altri, invece, vengono scelti talmente in alto al Draft da meritarsi un posto in rotazione quasi per “diritto divino”, ma ci mettono diverso tempo a definire la propria dimensione all’interno del parquet dopo aver stretto la mano al commissioner Adam Silver. In questo articolo esaminiamo cinque giocatori che potrebbero – o dovrebbero – fare il salto di qualità nella prossima stagione: c’è chi deve risollevarsi, chi sarà chiamato a sostituire un veterano e chi semplicemente dovrà continuare il proprio percorso di crescita. Tutti con un comune obiettivo: dare una svolta alla propria carriera NBA.

D’Angelo Russell, Brooklyn Nets

Nei suoi primi tre anni tra i pro, D’Angelo Russell non si è certamente annoiato. La chiamata con la seconda scelta assoluta da parte dei Los Angeles Lakers, la diatriba con Nick Young che ha gettato più di un’ombra sulla sua personalità, la trade con Brooklyn e gli infortuni, in particolare quello patito nell’ultima stagione.

Le cifre del suo primo anno ai Nets sono pressochè identiche a quelle della sua ultima stagione a L.A.: 15.5 punti, 5 assist, quasi 4 rimbalzi ma anche 3 palle perse a partita in 26 minuti di utilizzo. Cifre che diventano ancora migliori se parametrate su 36 minuti: quasi 22 punti, 5.5. rimbalzi e 7 assist.

Dall’alto del suo 1.96 di altezza e dal suo fisico compatto, Russell ha tutti i mezzi per diventare un’ottima combo guard. La visione di gioco è sicuramente il suo tratto distintivo, mentre l’aspetto che sembra essersi finora cristallizzato è il livello del suo attacco. Gioca tanto il pick and roll – il 43% del suo gioco prevede questa soluzione — ma produce ancora poco (0.83 punti per possesso, solo nel 55° percentile di Lega). Tira da tre con percentuali mediocri (32%) e usa poco il tiro dal palleggio, rendendo altrettanto male (tranne nel tiro dopo almeno 7 palleggi, che converte nel 40% dei casi, ma che non si può considerare un tiro efficiente). È inoltre un difensore ampiamente sotto la media (nella stagione appena conclusa il suo defensive rating è stato di 111.7, tra i peggiori di squadra). Se non altro, finisce al ferro in maniera accettabile: lo scorso anno ha concluso con il 63% abbondante.

In realtà Russell è stato sfortunato oltre misura. Il suo infortunio, unito a quelli di Jeremy Lin e Caris LeVert, ha permesso a Spencer Dinwiddie di prendersi il posto da titolare giocando in maniera convincente. Farli giocare assieme, se non per pochi minuti, esporrebbe i Nets da un punto di vista difensivo, e inoltre i due hanno bisogno di tenere la palla in mano per rendere come il loro talento suggerirebbe. Il GM Sean Marks, però, ha fatto un investimento su Russell, che è anche il giocatore nettamente più futuribile dei due: chissà che, con un off-season di lavoro e un fisico sano, Russell non sia a pronto a prendersi un ruolo più importante ai Nets, che in lui si augurano di aver trovato la point guard del futuro — anche perché a fine anno, se non ci sarà un’estensione prima, bisognerà procurarsi un nuovo contratto.

Zach Collins, Portland Trail Blazers

Portland ha speso una scelta molto alta (la 10, ottenuta tramite uno scambio) per accaparrarsi i servizi di Zach Collins, lungo uscito da Gonzaga dopo due stagioni al college. Collins non ha avuto un minutaggio cospicuo per via della presenza nel suo ruolo di due giocatori come Jusuf Nurkic e Ed Davis. Quest’ultimo, però, ha lasciato la squadra via free agency, e Collins ne sarà il sostituto naturale.

Collins ha disputato una stagione di apprendistato, ma Terry Stotts non ha esitato a fargli assaggiare la competizione dei playoff. Il ragazzo di Las Vegas ha mostrato di avere un gioco adatto alla NBA di oggi: il suo tiro da tre ha avuto risultati ondivaghi, visto che in stagione regolare ha tirato col 31% su 1.7 tentativi; numeri che che nei playoff sono raddoppiati dal punto di vista del volume, a fronte però di un deciso peggioramento della percentuale di realizzazione (21%). Mano e tecnica sono comunque buone ed già è un’ottima base di partenza su cui costruire il resto del gioco offensivo, dato che il numero 33 sa inoltre mettere palla per terra per attaccare i closeout ed è un difensore competente nell’uno contro uno.

La perdita di Ed Davis non è da sottovalutare per l’apporto difensivo e a rimbalzo che garantiva, e che lo rendeva una pedina fondamentale nella second unit dei Blazers (oltre che graditissimo allo spogliatoio). Collins, però, sembra avere le potenzialità per sviluppare un gioco all-around e diventare almeno un solido giocatore di rotazione NBA già a partire da quest’anno.

Jordan Bell, Golden State Warriors

Già nella sua prima stagione in NBA Jordan Bell deve aver fatto mangiare qualche cappello all’ingenua (per essere buoni) dirigenza dei Chicago Bulls, che nella notte del Draft 2017 scambiarono i diritti per la sua scelta con Golden State in cambio di 3.5 milioni. Come avvenuto per Collins, anche Bell non ha avuto un minutaggio costante nella sua annata da rookie (solo 14 minuti), per via della concorrenza dei veterani nella migliore squadra NBA.

Nonostante ciò, l’ex Oregon Ducks ha già fatto capire di essere un giocatore molto superiore rispetto al punto del Draft in cui è stato chiamato. Nella stagione scorsa ha mostrato un gioco offensivo grezzissimo: dei 185 tiri che si è preso, solo 25 sono arrivati fuori dall’area. A prescindere da ciò, la sua presenza in campo beneficiava i Warriors, come testimonia il suo Net Rating estremamente positivo (11.9, secondo dopo quello di Steph).

Bell si è anche cimentato nella Summer League di Las Vegas, dove però si è rivelato subito sproporzionato per la competizione. Ha fatto il giro di Twitter un suo canestro da tre in palleggio-arresto-e-tiro che ha messo in guardia gli addetti ai lavori circa le potenzialità del ragazzo. Chiaramente non potrà prendersi certi tiri durante la stagione, ma il solo fatto che ci lavori su e li tenti è indicativo del potenziale a disposizione. Bell è un giocatore perfetto per Golden State, capace di correre per il campo in transizione (offensiva e difensiva), non molto alto ma solido per difendere sotto canestro, e soprattutto mobile abbastanza per rimanere accoppiato coi portatori di palla sui pick and roll. Se Bell diventerà un giocatore vero, però, non prendetevela con Golden State (che comunque avrà qualche problema a rifirmarlo, complice la mid-level exception spesa lo scorso anno su Nick Young), bensì con chi gliel’ha venduto.

Jabari Parker, Chicago Bulls

Parker fu la seconda scelta assoluta di un Draft, quello del 2014, che dagli esperti era definito uno dei migliori di sempre. Non è andata così per molti dei suoi colleghi, e nemmeno per lui, martoriato dagli infortuni. Dopo quattro anni a Milwaukee, Parker ha firmato un biennale da 40 milioni con i Bulls: rischioso, considerando i due gravi infortuni alle ginocchia subiti. Chicago però si è cautelata con una team option da esercitare eventualmente al termine della stagione che viene, lasciandosi aperta l’opzione nel caso in cui le cose vadano male.

L’ex Duke è un attaccante nato, che sa giocare spalle a canestro, mettere palla per terra e battere l’uomo dal palleggio. Nell’ultima stagione ha ulteriormente espanso il proprio gioco, con l’obiettivo di diventare un giocatore ancora più utile in questa lega che ormai ruota stabilmente attorno ai tiri da tre punti. Nella scorsa stagione, il 24% dei suoi tiri sono arrivati da oltre l’arco (contro il 2.5% della sua seconda stagione, quella in cui finora ha giocato il maggior numero di partite, 75). Quasi il 20% dei suoi tiri da tre sono arrivati in catch and shoot, e il nativo di Chicago li ha convertiti sfiorando l’43%.

I problemi nella metà campo difensiva rimangono: il ragazzo ha una scarsa mobilità laterale, soprattutto quando si trova accoppiato con giocatori più bassi, e di certo i suoi problemi fisici non lo hanno agevolato. Parker, però, sta chiaramente lavorando per diventare un attaccante sempre più efficiente, e ha scelto la sua città natale per ripartire: i Bulls si sono presi un rischio comunque contenuto su un ragazzo di casa, sapendo che la ricompensa sia ben più soddisfacente.

Lonzo Ball, Los Angeles Lakers

Di tutti i giovani a roster dei Lakers, Lonzo Ball è stato, per forza di cose, il più scrutinato.  Il ragazzo da Chino Hills però è sempre rimasto concentrato e composto (a differenza del padre, almeno ad inizio stagione). Le sue cifre – 10 punti, 7 assist e 7 rimbalzi – lo pongono in una ristrettissima compagnia di rookie in grado di mettere a segno queste cifre: oltre a lui, gli altri sono Ben Simmons, Magic Johnson e Oscar Robertson.

Tutti i suoi critici si sono focalizzati sul suo (oggettivamente brutto) stile di tiro. Ball ha chiuso la stagione con il 30.5% da tre, comunque non certo una percentuale tragica, e poco meglio (33%) ha fatto nelle conclusioni piedi per terra. Quest’anno, insieme a Rondo a portare palla e LeBron ad attirare le difese, potrebbe avere molte più possibilità per prendersi tiri aperti, visto che quelli dal palleggio hanno fatto ancora più fatica ad entrare. Nonostante la stazza (è quasi 2 metri), fatica molto anche a finire al ferro (tira con il 49%) per limiti tecnici di posizionamento dei piedi e di ambidestrismo sui quali dovrà lavorare. Sostanzialmente, la parte peggiore del suo gioco è quella che più facilmente si può migliorare.

In tutto il resto ha fatto vedere di essere ben oltre la sua età: visione di gioco, velocità di pensiero, leadership, sono tutte caratteristiche che non si insegnano. È anche risultato un difensore piuttosto valido in certe occasioni, a differenza di quanto fatto vedere in Summer League (dove da questo punto di vista sembrava davvero un pesce fuor d’acqua, incapace di lottare sui blocchi e di rimanere davanti al proprio marcatore).

Lonzo non è un giocatore da 20 punti di media, perlomeno non ora. Probabilmente non sarà mai neanche un giocatore particolarmente appariscente, tolta qualche visione di passaggio. Però è già un giocatore estremamente intelligente, che cambia il modo in cui gioca la sua squadra, e ha ancora ampi margini di miglioramento offensivo. C’è da giurare che, con un anno in più sulle spalle (bisogna sempre ricordare che si tratta di un classe 1997) e compagni come James e Rondo, vedremo già da questa stagione un Ball diverso.

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