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NBA, Isaiah Thomas è tornato e avverte il resto della lega: “State attenti”

NBA

È tornato alla sua maniera, giocando solo 13 minuti e segnando 8 punti, ma segnandoli in blocco, in 107 secondi, una scarica di adrenalina che scuote i Nuggets e li lancia verso la vittoria sulla sirena. "Voglio diventare un problema per coach Malone, voglio che faccia fatica a togliermi dal campo"

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Sono passati poco meno di 9 minuti dall’inizio della gara contro Sacramento ma, soprattutto, sono passati 11 mesi dall’inevitabile operazione all’anca che nel marzo 2018 ha costretto Isaiah Thomas lontano dai parquet. Dopo una lunghissima riabilitazione, il piccolo-grande uomo di Tacoma – “il giardino sporco di Seattle”, da cui la separano poco più di 60 chilometri – può finalmente tornare a chiamarsi un giocatore NBA. Con una nuova maglia, quella dei Denver Nuggets, e un nuovo numero, lo zero, “perché per me questo è un nuovo inizio”. Solo 13 minuti contro i Kings, 8 punti, ma otto punti “alla Isaiah Thomas”, tutti nel terzo quarto, in un parziale in due minuti riporta i suoi Nuggets davanti, prima del rush finale dell’ultimo quarto. Perché una cosa non è cambiata, in questi 11 mesi: l’atteggiamento di “IT”, sempre spavaldo, figlio di una fiducia in se stesso che è l’unico segreto che lo ha portato dall’essere l’ultima scelta del Draft 2011 a un candidato MVP. Era solo due anni fa, sembra un’eternità: “Quando coach Malone mi vorrà schierare, io sarò sempre pronto. E ora che sono tornato voglio rendergli la vita difficile, voglio giocare in modo che diventi un problema per lui togliermi dal campo”. Non perché contro Michael Malone Isaiah Thomas abbia qualcosa, anzi. I due si conoscono dai tempi di Sacramento, la prima squadra NBA di Thomas – Malone è stato il suo allenatore dal 2011 al 2013 – e da allora hanno sviluppato un rapporto stretto, di fiducia e stima reciproca: “Isaiah sa che mi prenderò cura di lui. Io voglio qualcuno che possa cambiarmi una partita. Lui vuole essere quel tipo di giocatore. Ovvio, ha passato due anni difficili, su di lui sono state dette mille cose. Motivo in più per cui è importante che giochi per qualcuno di cui si fida, che gli permetta di essere la persona e il giocatore che tutti conosciamo, senza false promesse o paroline dolci. Spero si renda conto che un lieto fine è possibile: se ho imparato una cosa su di lui, negli anni, è di non scommettere mai contro Isaiah Thomas”.

Le parole di Isaiah Thomas: “Volevo essere in campo nel finale”

L’accoglienza di “The Can”, la lattina – il soprannome del Pepsi Center – è stata trionfale, una standing ovation che ha lasciato senza parole lo stesso Thomas: “Non me l’aspettavo, devo essere sincero”. I primi due tiri della sua serata sono due errori, comprensibile anche -  un po’ di emozione addosso e tanta ruggine. Poi però si sblocca col primo canestro, da tre, in transizione su assist di Mason Plumlee. Cos’ha pensato Thomas in quel momento? “Dannazione, avrei dovuto segnare anche i primi due”, ammette sincero lui, un involontario ritratto del suo desiderio di perfezione, di una maniacale voglia di giocare sempre al massimo. A quel primo canestro, però, ne seguono in rapida successione altri due, e le parole di Nikola Jokic – che la gara la deciderà col canestro della vittoria sull’ultimo possesso – fotografano al meglio l’impatto di Thomas sulla partita dei Nuggets: “IT è stato fenomenale, ha cambiato il livello di energia in campo e sugli spalti”. Poi però, quando la gara si è decisa negli ultimi minuti, Thomas era in panchina: “Sono stato sul punto di insultare qualcuno, per il fatto di non essere in campo – ammette – perché so cosa sono capace di fare nei momenti decisivi di una partita. Allo stesso tempo ho tutta la fiducia del mondo nel nostro coaching staff: sono qui per aiutare questo gruppo, questa squadra, non voglio certo pestare i piedi a nessuno”. Anche perché i Nuggets sono stati l’unica organizzazione a voler ancora credere nella rinascita di un giocatore da altre parti dato per finito dopo l’infortunio, ma soprattutto sono anche stati super pazienti nell’attendere il suo completo recupero, senza mai mettere fretta all’ex giocatore di Boston (e di Sacramento, Phoenix, Cleveland e Lakers): “Non mi hanno mai fatto nessun tipo di pressione, sono stati chiari fin dall’inizio: ‘Torna solo quando sei pronto’. Li ringrazio, per questo. Questa organizzazione per me ha fatto molto, più ancora di quello che mi sarei potuto aspettare. Sono felice di far parte di qualcosa di speciale, qui”. 

Da Boston a Denver: un calvario lungo quasi due anni

Qualcosa di speciale stava succedendo anche a Boston, dove “IT” era diventato un autentico eroe popolare, il protagonista assoluto della stagione 2016-17, da lui conclusa al quinto posto nelle votazioni per il premio di MVP della lega e al terzo tra i top scorer NBA, un soffio soltanto sotto i 29 punti a sera. Poi, un giorno prima l’esordio dei Celtics ai playoff, la notizia della morte di sua sorella, vittima di un incidente stradale. Thomas reagisce segnando 33 punti in suo onore solo poche ore dopo aver ricevuto la notizia, prima di infliggerne 53 agli Wizards due settimane dopo, in una serie vinta solo a gara-7. Passano altri 17 giorni e cambia tutto: “IT” segna solo 2 punti in gara-2 della finale di conference contro Cleveland: il suo corpo sta cedendo, abbandona la gara nel primo tempo e non torna più. È l’inizio di un calvario: Boston vuole Kyrie Irving e così lo cede a Cleveland, lui sceglie di non operarsi e di curarsi con una lunga riabilitazione. Quando torna sul parquet a gennaio 2018 non fa neppure tempo a rimettersi in forma che viene ceduto nuovamente, stavolta ai Lakers. In gialloviola le cose non vanno meglio, perché l’operazione rimandata non può più essere evitata: a marzo Isaiah Thomas va sotto i ferri, solo oggi torna a vedere la luce. È cambiato tutto nel frattempo, attorno a lui, tranne una cosa: “Il canestro è sempre a 3.05 e il pallone rotondo: non ho fatto altro che giocare a basket per tutta la mia vita, sono pronto”. Bentornato “IT”.