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NBA, Lillard&McCollum: la differenza tra i playoff 2018 (Pelicans) e quelli 2019 (Thunder)

NBA

Due gare e due sconfitte (sulla strada per un pesante cappotto) l'anno scorso, due gare due vittorie quest'anno. Le fortune dei Blazers portano la firma della loro coppia di guardie, e le cifre a dodici mesi di distanza lo indicano chiaramente

ANCORA LILLARD&MCCOLLUM: BLAZERS SUL 2-0

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Sono passati 365 giorni, più che un anno sembra una vita. Certe cose non cambiano, i Portland Trail Blazers sono ancora ai playoff, anche quest’anno con la testa di serie n°1 e soprattutto con un roster che – nonostante le tante voci estive – è rimasto in pratica invariato. A partire dai due leader assoluti, Damian Lillard e C.J. McCollum, per arrivare a tutto un nucleo che sta assieme ormai da diverse stagioni (i Maurice Harkless, gli Al-Farouq Aminu, Evan Turner, Meyers Leonard, tutti a Portland da almeno tre stagioni). A cambiare gli avversari, l’anno scorso chiamati a sfidare i Pelicans di Anthony Davis, quest’anno i Thunder di Russell Westbrook e Paul George. Ma dopo le prime due partite, a cambiare sono stati soprattutto i risultati: sotto 2-0 contro New Orleans (“Uno shock prima, un autentico imbarazzo quanto poi siamo usciti 4-0: un’esperienza che mi ha fatto soffrire per un bel po’”, ammette Lillard ai microfoni di Rachel Nichols di ESPN), sopra 2-0 contro Oklahoma City. “What a difference a year makes”, dicono negli Stati Uniti: che differenza tra un anno e l’altro. Ma né Lillard né McCollum hanno la minima intenzione di accontentarsi: “Non siamo qui per vincere delle partite, ma la serie – e poi possibilmente un’altra e un’altra ancora”, dichiara McCollum. Che a ESPN racconta anche il suo day-after, dopo l’eliminazione dello scorso aprile: “Mi sono rinchiuso in casa con un po’ di amici, guardavamo le partite in tv, mangiavamo cibo schifoso a ogni ora. Ero depresso, non riuscivo a sopportare l’idea di vedere in tv la squadra che ci aveva battuto. In un certo senso però sono contento che sia successo, che abbiamo dovuto superare una prova del genere, perché ora sappiamo cosa ci vuole per vincere”. È d’accordo anche Lillard: “Ogni avversità ci dà una ragione in più per continuare a giocare”. Confermato il roster nella sua quasi totalità (“Un sacco di squadre neppure fanno i playoff, un’eliminazione non è una ragione per distruggere una squadra”, l’opinione di Lillard) i Blazers sono ripartiti. Tra alti e bassi, soprattutto nel finale di stagione, quando McCollum ha dovuto fermarsi ai box (saltate 10 gare in fila) e Jusuf Nurkic ha subìto un infortunio che lo ha tolto di mezzo per il resto della stagione: “Lui è il cuore&l’anima della nostra squadra, perché è lui che regna in mezzo all’area, è lui che àncora il nostro attacco e la nostra difesa”, l’opinione di McCollum. “Vedere quello che gli è successo mi ha fatto capire che giocare i playoff non è una cosa scontata: ora in suo onore voglio dare il massimo”. Un infortunio – l’ennesimo nella storia dei Blazers – che ha rifatto parlare della maledizione che sembra aleggiare nell’Oregon: “Non credo nelle maledizioni”, taglia corto McCollum, pensiero condiviso da Lillard, che però ammette: “Se non fosse tragico sarebbe quasi divertente vedere come succede sempre qualcosa. Ma bisogna insistere, non arrendersi mai”. La ricetta la spiega ancora McCollum: “Nei momenti di difficoltà si guarda al capitano. Con me e Jusuf fuori, ho guardato a Damian. Perché il capitano non può farsi prendere dal panico. Lo ripeto sempre anche a mia madre, ogni volta che prende un volo: solo se vedi che il capitano di bordo si allarma, allora puoi allarmarti. Se una turbolenza è normale vedi che il capitano non ha reazioni; ma se si agita lui, allora qualcosa non va”.

Lillard, la differenza tra Pelicans 2018 e Thunder 2019

E spostando l’attenzione proprio sul capitano, sul leader, la differenza tra le prime due gare degli scorsi playoff di Damian Lillard e quelle messe in scena contro OKC quest’anno è la differenza che c’è tra il giorno e la notte. Solo 17 punti di media contro i Pelicans, sotto il 32% al tiro con 3.5 palle perse di media in due partite (tutte in una disastrosa gara-2, chiusa con 7 perse, 7/18 al tiro ma soprattutto un pessimo 1/7 dall’arco). Quest’anno, invece, ai 30 punti con 5/11 dall’arco di gara-1, il n°0 dei Blazers ne ha fatti seguire altri 29 con 6 assist e 4/8 da tre, ma i dati che saltano davvero all’occhio sono altri: -5.3 il suo net rating nelle prime due gare un anno fa, uno strepitoso +21.3 in quelle di quest’anno: l’attacco è al suo massimo con Lillard in campo (quasi 116 punti per 100 possessi, erano meno di 99 quelli prodotti contro i Pelicans) ma i dati difensivi sono altrettanto eccellenti (94.4 punti concessi per ogni 100 possessi). “Siamo felicissimi di essere tornati ai playoff e di avere un’opportunità di redimerci”, ammette Lillard, che la sua idea sulla ritrovata armonia dei Blazers ce l’ha: “Si dice spesso che quello che una squadra costruisce dentro lo spogliatoio, dietro le porte chiuse della propria palestra, è la propria forza. Credo che da noi questo succeda davvero: la nostra forza è l’ambiente che siamo riusciti a costruire all’interno di questa squadra. Siamo davvero uniti, se cade uno cadiamo tutti, nessuno punta il dito contro l’altro e se abbiamo qualcosa da dirci ce lo diciamo in faccia, ma non andiamo su Twitter ad accusare la panchina, il coaching staff, questo o quell’altro”. Sembra funzionare, ma ci sono ancora due partite da vincere: e i Thunder non vogliono certo fare la stessa fine dei Blazers del 2018.  

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