Playoff NBA: niente Duke, Kentucky, UNC: alle superstar NBA non serve un grande college

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Moltissime delle superstar rimaste in lizza nei playoff per contendersi l'anello provengono da quelle scuole che in America si chiamano "Mid-Major": la rivincita dei piccoli-medi college contro le cosiddette powerhouse NCAA

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A inizio stagione la NBA comunica sempre con grande regolarità alcuni dati statistici relativi ai 450 giocatori a roster nelle 30 franchigie. Tra questi dati, ad esempio, la provenienza cestistica: Kentucky si confermava anche a ottobre 2018 come il college più rappresentato nei roster 2018-19 (ben 27 giocatori hanno indossato la casacca dei Wildcats), Duke ne ha solo 4 in meno (23), poi UCLA (15), Kansas (12), North Carolina (11). Insomma: quelle che in America si chiamano powerhouse collegiali – le grandi università, dal pedigree ricco e dal grande prestigio – sembrano ancora oggi una tappa obbligata per arrivare a recitare da protagonisti nella NBA. Poi però arrivano i playoff e oggi, roster alla mano, le grandi superstar delle quattro squadre rimaste in corsa raccontano una storia completamente diversa. Steph Curry, protagonista assoluto nella vittoria su Houston e anche in gara-1 contro Portland, viene da Davidson; i suoi due avversari in finale di conference a Ovest, Damian Lillard e C.J. McCollum, sono andati a scuola in due college quasi sperduti, nello Utah il primo (a Weber State), in Ohio il secondo (a Lehigh). Kawhi Leonard, forse l’MVP fino a questo momento dei playoff 2019, ha giocato a San Diego State, e se il suo avversario diretto, Giannis Antetokounmpo, viene addirittura dalla Grecia, l’altro All-Star dei Bucks (Khris Middleton) ha come alma mater Texas A&M. Una rivoluzione quasi copernicana, un segno dei tempi che cambiano, la certificazione – forse – della crisi del sistema NCAA e soprattutto del suo meccanismo one-and-done, che ha attirato negli atenei più prestigiosi i maggiori talenti liceali per poi parcheggiarli al college un solo anno prima di vederli nella NBA. Uno sguardo alle esperienze comuni dei grandi protagonisti di oggi ai playoff NBA confermano infatti un’altra tendenza: Steph Curry è rimasto tre anni a Davidson, come Lillard a Weber State e Middleton a Texas A&M; McCollum addirittura per tutti e quattro a Lehigh, e anche Leonard ha comunque trascorso due dei canonici quattro anni al college, a San Diego State. Un’esperienza – spesso da leader in campo – e un percorso di crescita personale oltre che sportiva al college sembrano asset fondamentali per arrivare più pronti e più maturi all’impatto con il mondo NBA, permettendo poi a questi giocatori di adattarsi meglio ed eccellere anche in campo. Ovvio, il talento rimane una discriminante fondamentale, ma gli esempi dei vari Curry, Lillard, Leonard e soci non possono essere casuali. 

La rivincita delle mid-major

Facile fare la conta: giocatori provenienti da Davidson, Weber State e Lehigh: tre, in totale, in tutta la NBA. I tre già citati, curiosamente di fronte in finale di Western Conference, tra Golden State (Curry) e Portland (Lillard e McCollum). Tra i primi c’è anche Klay Thompson, che pur avendo giocato al college in una grande conference (la Pac-12) lo ha fatto con la maglia di Washington State, un altro college non certo di primissimo lignaggio (produce un solo altro giocatore tra tutti quelli della lega, il centro di Boston Aron Baynes). Anche da San Diego State proviene soltanto Leonard, mentre da Texas A&M oltre a Middleton ci sono DeAndre Jordan e (meno conosciuto) il rookie di Boston Robert Williams. Punto. La rivincita delle mid-major, ha detto qualcuno, ovvero di quelle università di medie dimensioni che solitamente non hanno tradizione, soldi e strutture per attirare i più promettenti giocatori liceali e che quindi finiscono per ripiegare su profili teoricamente più bassi. Esistono delle eccezioni, però, e oggi più che mai quei campioni sbocciati tardi o inizialmente sottovalutati sono in bella mostra sul palcoscenico più luminoso che la pallacanestro mondiale possa offrire: i playoff NBA. Una bella rivincita per loro e una stupenda vetrina per quelle università che un domani possono sognare di arruolare nella loro squadra il prossimo Curry o il prossimo Leonard.

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