NBA, Jamal Murray ai microfoni di Sky Sport: "Sono il miglior canadese di sempre"

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Mauro Bevacqua

La guardia dei Denver Nuggets (ospite speciale della finale dell'adidas Milano Playground League) racconta la sua crescita nella NBA e quella del basket canadese. "Vince Carter il mio idolo - dice - ma anche MJ, McGrady, LeBron, Allen Iverson e Brandon Roy"

DENVER, ALTRO INFORTUNIO PER MICHAEL PORTER JR.

MILANO – A Jamal Murray non manca la fiducia in sé. Può sembrare eccessiva (quando afferma “gioco per essere il migliore al mondo”) ma da un certo punto di vista può essere più che comprensibile: da liceale è stato MVP del Nike Hoop Summit (nel 2015). Al college ha chiuso la sua unica stagione a Kentucky a 20 punti di media, l’unico freshman a riuscirci sotto John Calipari (e fermandosi a una manciata di triple realizzate dal record NCAA stabilito da Steph Curry per numero di triple segnate da freshman). Nella NBA ha vinto il premio di MVP del Rookie Challenge, oggi è alla guida – con Nikola Jokic – di una squadra capace di sfiorare la finale di conference (la sua Denver si è arresa solo in gara-7 a Portland in semifinale) e soprattutto, a soli 22 anni, ha appena firmato un contratto da 170 milioni di dollari per 5 anni. Una firma che, tra l’altro, lo rende titolare del contratto NBA più ricco mai firmato da un giocatore canadese. E così, alla domanda se sente di essere il miglior giocatore mai prodotto dal suo Paese, Murray risponde sicuro: “Certo, è chiaro che penso sia così”. Non è arroganza, ma l’atteggiamento necessario se si vuole davvero puntare a essere i numeri uno. E lui lo spiega: “Credo sia normale che ognuno abbia questo tipo di atteggiamento: sono stato sottovalutato a lungo nel corso della mia carriera – dice – per cui è stato necessario che io fossi il mio primo tifoso: quando in pochi credevano in me, io ho dovuto sempre mantenere alta la fiducia in me stesso”. Questo tipo di fiducia traspare anche nella sua apparizione milanese, ai margini dell’evento finale di adidas Milano Playground League, che vede la guardia di Denver ospite d’onore, disponibile a interagire con i ragazzi in campo e con il pubblico fuori. 

Da rookie in squadra con Gallinari: “Felicissimo della sua stagione a L.A.”

Ai microfoni di Sky Sport Murray accetta di raccontare l’annata più bella e importante della sua carriera, la prima coronata dai playoff dopo averli falliti di un soffio – all’ultima giornata di stagione regolare – sia nel 2017 che nel 2018. “Il mio primo anno in squadra con me c’era Danilo Gallinari, me lo ricordo bene: era un giocatore su cui potevamo sempre fare affidamento se avevamo bisogno di un canestro, uno degli elementi chiave della squadra. Sono felice che quest’anno a Los Angeles abbia avuto la sua miglior stagione NBA”. Murray quel primo anno si ferma appena sotto la doppia cifra di media per punti segnati, ma la stagione successiva si prende il quintetto e viaggia a 17 di media: “Ho imparato dai miei errori, ho goduto della fiducia del coaching staff e dei miei compagni, che hanno creduto in me. Io non ho fatto altro che scendere in campo e giocare con tutta la passione e il cuore di cui sono capace, senza nessuna esitazione”. La stagione appena conclusa – con il primo approdo ai playoff – è quella della consacrazione: “Ci hanno paragonato tanto ai Golden State Warriors, e i punti in comune ci sono: l’altruismo in cui giochiamo, il movimento di uomini e pallone. Siamo una squadra unica perché ognuno di noi è disposto a sacrificarsi e questo ha fatto emergere tantissimi giocatori, anche dalla panchina, una delle più profonde di tutta la NBA”. L’altruismo dei Nuggets targati Michael Malone per Murray è riassunto al meglio da un aneddoto, che racconta ricordando la partita del suo massimo in carriera, 48 punti rifilati a inizio novembre ai Boston Celtics di Kyrie Irving: “I miei compagni mi hanno cavalcato, hanno capito che ero in serata speciale e non si sono fatti problemi a fare un passo indietro per lasciarmi iniziative e tiri. Nikola [Jokic] ha chiuso quella partita tentando soltanto tre tiri [2/3 dal campo, 8 punti, 8 assist e 10 rimbalzi in 27 minuti il suo tabellino, ndr]: questa è la nostra forza”.

Vince Carter il suo idolo, ma non solo

Indottrinato dal padre fin da giovanissimo, scoperto e allevato da Rowan Barrett, padre di RJ, scelta n°3 dei Knicks all’ultimo Draft e gm della nazionale canadese (nonché ex giocatore di Cantù nel 2005-06), Jamal Murray però è un vero studente del gioco, uno che non esita a individuare i giocatori a cui si è ispirato, quelli studiati e ristudiati a lungo da ragazzino per diventare il giocatore che è oggi: “Vince Carter su tutti, certo – da canadese il suo impatto a Toronto è stato enorme. Ma ovviamente anche Michael Jordan, LeBron James, Brandon Roy, Tracy McGrady, Allen Iverson, tutti quei giocatori che giocavano con grande cuore e passione. Le grandi star ma anche i grandi tiratori, soprattutto quelli che mettevano in campo sempre il massimo dell’intensità: sono loro i giocatori a cui mi ispiravo da ragazzino e a cui guardo ancora oggi”. Quando Murray – ormai giocatore affermato e leader – è pronto per diventare lui stesso un esempio da seguire, per la sua ambizione e anche per il coraggio nel non mettersi mai limiti: “L’anno prossimo voglio diventare un All-Star, assolutamente, e poi voglio vincere un titolo. L’anello NBA è il mio vero obiettivo”. Denver si è fermata alle porte della finale di conference ma da lì riparte – con una squadra giovane e di talento – per far sì che il sogno di Murray possa diventare presto realtà.

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