Qui Miami: con Butler e Herro Heat divertenti e (forse) vincenti

NBA
Massimo Marianella

Massimo Marianella

Le prime indicazioni stagionali parlano di una squadra che ha trovato in Jimmy Butler il nuovo leader, in Tyler Herro una piacevole sorpresa e che vuole puntare ai playoff affidandosi all'arma di sempre: la cultura del lavoro

MIAMI - Chi mette in vetrina i free agent e chi, invece, si coccola il rookie delle meraviglie. In tante franchigie NBA si sogna dietro a nomi vecchi e nuovi. A Miami invece niente sogni, solo tanta sostanza. A chi parla di rimbalzi, percentuali e uomini franchigia dal sud della Florida rispondono con la cultura. No niente libri e filosofi. La Heat Culture. La cultura del lavoro, quella attraverso la quale sotto le palme di South Beach si vuole trasformare una stagione realisticamente di transizione in qualcosa di più. La notizia migliore dell’estate per gli Heat è senza ombra di dubbio lo strameritato rinnovo contrattuale di quattro anni di coach Spoelstra. Uno dei migliori della storia recente della NBA, capace di dimostrare il suo valore sia con un roster importante che in una situazione di talento meno esaltante. Con la migliore garanzia possibile in panchina Pat Riley e il suo front office hanno iniziato quest’estate — un’estate che avrebbe dovuto vederli solo spettatori sul mercato dei free agent — l’attesa ricostruzione totale che dovrebbe vedere i suoi frutti solo al termine di questa stagione, quando gli Heat avranno spazio economico interessantissimo per diventare molto attivi. Hanno dovuto sacrificare Josh Richardson che avrebbero tenuto volentieri, ma sono riusciti a liberarsi dell’irritante e superpagato Hassan Whiteside, portando a casa il primo tassello della ricostruzione in Jimmy Butler. Il prodotto di Marquette University (come Wade…) ha avuto il contratto che voleva, la città che voleva e lo status di uomo franchigia che sognava, ma soprattutto quella cultura del lavoro che cercava e che meglio si adatta alle sue caratteristiche, per un’unione apparentemente perfetta con gli Heat. Generalmente etichettato come spacca spogliatoi e carattere difficile nelle sue precedenti tappe a Chicago, Minneapolis e Philadelphia, in Florida finora ha mostrato un volto totalmente diverso. Nel sud della Florida si è fatto subito amare da tutti tranne che dal custode dell’American Airlines Arena (che scaduta la sponsorizzazione presto cambierà nome), che spesso se lo vede arrivare alle 3 del mattino per un supplemento personale di allenamento. Non è l’erede di Wade — perché un campione della grandezza del #3 e dell’impatto che ha avuto “Flash” nella storia di questa franchigia e dello sport in questo angolo d’America non ha eredi — ma può essere lui il trait d’union migliore per tramandare la tradizione vincente di questa squadra. Non a caso forse è stato l’ultimo a scambiare con lui la maglia a Miami (con la benedizione del calendario della stagione passata), quasi fosse stato una sorta di testimone. Entrambi,  l’abbiamo detto, hanno giocato a Marquette, sono stati compagni ai Bulls e adesso si danno il cambio come uomini franchigia degli Heat. Ma è anche con un’altra leggenda di questa squadra che — da quando ha firmato il suo contratto in estate — Butler ha legato moltissimo. “Zo [Mourning] mi sta aiutando in maniera incredibile in questo mio periodo di inserimento in una nuova realtà nella quale lui è stato, è e sempre sarà una leggenda. Mi aiuta quotidianamente a ricordare come tirare fuori la versione migliore di me, come competere sempre al massimo livello e mi sta spiegando tutti gli aspetti, cestistici e personali, di ogni giocatore di questo roster. Parlo con lui ogni giorno, perché da lui posso imparare tanto sotto tutti gli aspetti”. Durante il training camp Butler è sempre stato messo contro Justise Winslow in ogni allenamento, perché i due si conoscessero meglio e perché due grandi difensori tirassero fuori la parte migliore uno dall’altro. “Justise è un meraviglioso talento che ho scoperto meglio tutti proprio qui in palestra, da avversario. è un lavoratore instancabile, ma soprattutto uno di quelli che non vorresti mai affrontare. Stiamo costruendo una chimica importante dentro e fuori del campo, che sarà fondamentale durante l’anno”.  Un Butler non diverso da il suo vecchio sé, perché l’atteggiamento professionale, la voglia (quasi rabbia) agonistica sono le stesse di sempre, ma un Butler più fiducioso e rilassato: “Sorrido tutti i giorni da quando sono qui, perché ho la certezza che sono arrivato nel momento giusto, nella squadra giusta, col coach, il sistema e la cultura giusta per me. Io non sono mai stato un giocatore di talento a nessun livello della mia carriera, nemmeno alla high school. Ho avuto però sulla mia strada gente che mi ha insegnato quanto lavorare duro può portarti dove vuoi. Questa è l’unica strada che abbia mai conosciuto”.

La sorpresa Herro, il dubbio in regia

La cultura del lavoro, la stessa che rappresenta la Heat Culture, sempre lei protagonista a Biscayne Blvd. La stessa che ha tenuto lontano dal training camp James Johnson perché non era al livello fisico richiesto dal training staff di Riley&Spoelstra e quella che tiene in bilico Dion Waiters, tra un posto in quintetto o, più probabilmente, in uscita dalla panchina. Da lì uscirà anche quel Tyler Herro che potrebbe addirittura trasformare la stagione degli Heat. Energia, tiro dalla distanza e tanta contagiosa fiducia. Giocherà da 2, occasionalmente da 3, e darà ancora più velocità, contropiede e tiri in transizione a una squadra già predisposta e disegnata per questo. Non ha ancora compiuto 20 anni, vanta una sola stagione a Kentucky alle spalle e sta imparando la rigorosa difesa di Spolstra, ma tra Summer League e questa preseason ha mostrato tanta personalità, trasformando lo scetticismo al momento del Draft in genuino entusiasmo. Saranno degli Heat più veloci, con meno presenza sotto canestro, dove Bam Adebayo e il nuovo arrivato Meyers Leonard si alterneranno da centro, ma avranno maggiore velocità per proteggere il pick and roll alto. Si vedrà come lo scorso anno anche molta zona in difesa, con un’arma perimetrale in più in attacco — il tiro di quel Duncan Robinson che con una leggera (anzi, neppure troppo leggera) esagerazione coach Spo ha definito uno dei migliori tiratori al mondo. Il vero punto interrogativo resta sulla scelta del playmaker titolare. Un Goran Dragic finalmente sano o un Justise Winslow come sembrerebbero suggerire le prime indicazioni post training camp? Probabilmente si alterneranno le due soluzioni, con preferenza a quella con il n°20 vicino a Butler. Winslow in estate ha lavorato molto in palestra, ha aggiunto muscoli al suo corpo e si è esercitato per ore ai liberi (dopo il 62% dello scorso anno), cominciando col prendersi più tempo tra l’esecuzione del primo e del secondo. In generale fare previsioni o anche porsi obbiettivi per una squadra che comunque sta in parte attendendo la prossima estate potrebbe essere sbagliato, ma gli Heat vogliono competere per essere all’altezza della loro storia. Nella stessa città i Dolphins stanno mettendo in pratica il famigerato “tanking” (indebolire la squadra per vincere il meno possibile e avere poi la scelta più alta possibile per ricostruire), un verbo che però nel vocabolario degli Heat non esiste. Si pensa anche al prossimo mercato dei free agent? Certo, ma si affronta la stagione sempre per essere all’altezza della proprio storia e della proprio cultura. Le prime uscite, per quello che può contare la preseason, dicono anche che potrebbe essere una squadra più divertente rispetto allo scorso anno. Le schiacciate di Derrick Jones Jr., le stoppate di Bam Adebayo, i tiri da tre di Meyers Leonard e l’energia di Tyler Herro. La preseason conta poco nei risultati, ma un’indicazione certamente la dà e gli Heat hanno vinto tutte le tre partite giocate finora, sempre con un vantaggio in doppia cifra, un basket veloce e qualche punto esclamativo importante. Come i 23 punti di Herro contro gli Hawks, i 5 assist di Butler contro San Antonio, i 25 rimbalzi sommando i tre match di Leonard e le prestazioni di Kendrick Nunn, che certamente farà la squadra come terzo play e che potrebbe portare a qualche taglio clamoroso (o addirittura portare gli Heat a offrire sul mercato con ancora maggiore determinazione Waiters o Dragic). Nelle previsioni generali gli Heat restano una squadra che dovrebbe essere da playoff, oscillante tra il settimo e il quarto posto a Est. A prescindere dalla posizione finale, un nuovo leader, un rookie elettrizzante, la medesima guida in panchina ma soprattutto la stessa Heat Culture garantiscono sempre una stagione interessante.

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