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NBA, Chasson Randle racconta la sua fuga dalla Cina e dal coronavirus

NBA

Segnava 25 punti a sera con i Tianjin Pioneers, ma poi l'epidemia di COVID-19 ha cambiato tutto: campionato sospeso, notizie sempre più allarmanti e divieti sempre più rigidi. Ecco come l'ex guardia degli Wizards è riuscito a tornare negli Stati Uniti e riguadagnarsi un posto nella lega, con i Golden State Warriors

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L’anno scorso Chasson Randle era a roster con gli Washington Wizards (49 partite per lui e il 40% da tre punti). Poi in estate — visto lo scarso interesse in giro per la lega — l’occasione di andare in Cina alla ricerca di minuti, dollari e una nuova opportunità: firma con i Pioneers di Tianjin, una città sulla costa che conta quasi 15 milioni di abitanti. È a oltre 1.000 chilometri da Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus, ma il contagio si diffonde in fretta, il conto dei malati prima e dei morti dopo aumenta spaventosamente e la lega cinese parla di sospendere fino a data da destinarsi il proprio campionato. Randle — 31 minuti di media, con quasi 25 punti a sera ma anche 4 rimbalzi e 4 assist di media — si ritrova di colpo “ostaggio” in un Paese straniero, impossibilitato a svolgere il proprio lavoro e anche con una preoccupazione sempre crescente dal punto di vista della sua salute. “Vedevo i numeri dei contagiati — e poi dei morti — salire ora dopo ora”, racconta oggi il giocatore nativo dell’Illinois: “Cercavo soltanto di sopravvivere”. Per questo — in accordo con il suo agente — decide di prendere il primo biglietto aereo che da Pechino possa farlo tornare negli Stati Uniti: “I prezzi iniziavano a crescere, e si parlava che potessero fermare tutti i voli, per cui appena ho potuto l’ho comprato”. Mancano tre giorni alla partenza, Randle si barrica nel suo appartamento di Tianjin (“Ho svuotato tutto quello che avevo in freezer: pasta, salmone e pollo”) e decide di uscire soltanto per dirigersi all’aeroporto. È il 26 gennaio 2020, la lega cinese avrebbe fermato il proprio campionato sei giorni dopo (il 1 febbraio), gli Stati Uniti sembrano invece ancora una destinazione sicura e senza nessun tipo di emergenza pubblica: Chasson Randle è felice di tornare a casa.

Gli ostacoli cinesi, la firma con Golden State

Anche perché i Golden State Warriors sono interessati a lui. Lo erano già stati quando nell’estate del 2015, quando uscito da Stanford come miglior marcatore di tutti i tempi dell’ateneo californiano aveva disputato la Summer League proprio con la maglia degli Warriors. Poi però aveva scelto la Repubblica Ceca, dopo sarebbero arrivate avventure in G League, in Europa con il Real Madrid, otto partite con i Sixers e tre gare di preseason con i Knicks, prima di trovare un po’ di spazio a Washington. Randle e Golden State trovano l’accordo, le due parti firmano per ben due volte un contratto da 10 giorni ma per ben due volte la lega cinese nega il via libera necessario a svincolare il giocatore dai Pioneers, nonostante il campionato sia fermo. Randle si rivolge alla FIBA, ne nasce un arbitrato che dura una settimana e che si conclude, finalmente, con la possibilità per l’ex Stanford di ritornare nel giro che conta — a farsi vedere nella NBA, sul parquet del nuovissimo Chase Center, sotto gli ordini di Steve Kerr. Il suo — per il momento — è un lieto fine, ma in Cina restano altri giocatori (da Lance Stephenson a Jeremy Lin fino a Ty Lawson) ancora prigionieri di una sorta di limbo e alle prese con una pericolosa epidemia. Che però, nel frattempo, comincia a preoccupare anche gli Stati Uniti e la NBA.

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