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7/30: focus su Mike Conley, l’enigma degli Utah Jazz

FOCUS NBA
©Getty

Un giocatore per squadra, 30 nomi che — per un motivo o per l'altro — si sono messi in luce durante quest'anno o sono sempre più centrali per il successo delle proprie squadre, meritandosi un approfondimento sulla loro stagione. Come Mike Conley, il giocatore che gli Utah Jazz aspettano per fare il salto di qualità

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La scorsa estate, quando gli Utah Jazz hanno concluso lo scambio che ha portato Mike Conley a Salt Lake City, l’analisi è stata pressoché unanime: un grande colpo, uno dei migliori del mercato, nonché il giocatore necessario per fare il salto di qualità e competere davvero per il titolo. Unito alla firma di Bojan Bogdanovic, i Jazz sembravano aver preso due giocatori perfetti per migliorare gli atavici difetti di creazione offensiva senza però compromettere l’anima difensiva che li aveva contraddistinti sotto la guida di Quin Snyder. E in una Western Conference in cui Lakers e Clippers avevano i grandi nomi, Nuggets e Mavericks le giovani stelle e Rockets e Blazers la sicurezza della continuità, i Jazz si volevano proporre come l’alternativa che a fari spenti poteva dare fastidio a chiunque. Solo che non è proprio andata così, anche se non soprattutto per colpa del rendimento ben sotto le attese di Conley. E quando il playmaker ha saltato 19 partite per un fastidioso infortunio al bicipite femorale (sul quale ha avuto una ricaduta dopo averne saltate inizialmente cinque), i Jazz hanno incominciato a vincere partite su partite, anche 10 consecutivamente — complice un calendario decisamente più morbido. Al che è nato quasi spontaneamente il dubbio: ma non è che gli Utah Jazz funzionano meglio senza Mike Conley?

Un ambiente tutto nuovo dopo Memphis

Dopo una carriera interamente passata ai Grizzlies, Conley ha avuto più difficoltà del previsto ad adattarsi a un ruolo completamente diverso rispetto a quello che aveva ricoperto in passato. “La maggior parte delle persone forse non se ne è accorta, ma il mio ruolo non è quello di Memphis — e non lo sarà” ha detto con grande senso di auto-critica. Perché ai Grizzlies tutto passava dalle sue mani e lui era al centro dell’azione anche quando erano gli altri — gli Zach Randolph, i Marc Gasol, persino i Rudy Gay — a prendersi le luci della ribalta. Il gioco passava dalle sue mani e lui sapeva esattamente quali erano le tendenze di ciascuno dei suoi compagni, sviluppando un’intesa pressoché telepatica con Gasol (che dopo il blocco si allargava e funzionava da playmaker secondario, cosa che Rudy Gobert per caratteristiche non è in grado di fare) e sapendo che nessuno avrebbe potuto imputargli alcunché per un tiro preso in più (visto che il talento offensivo non era esattamente elevato). Ai Jazz invece ha un lungo che vuole tagliare verso il canestro e giocare sopra il ferro, ma soprattutto una “bocca da sfamare” come Bogdanovic, un altro giocatore di pick and roll come Joe Ingles e soprattutto un compagno di reparto che è anche la giovane stella della squadra in Donovan Mitchell.

1180640999 - ©Getty

La difficile convivenza tra Conley e Mitchell

Inizialmente si pensava che Conley potesse rappresentare il complemento perfetto per Mitchell, togliendogli responsabilità creative dalle spalle e aiutandolo a migliorare la sua selezione di tiro. In realtà Conley ha faticato enormemente ad adattarsi a un ruolo di supporto rispetto a Mitchell, piazzandosi in angolo anche per lunghi possessi senza mai vedere il pallone, e trovando qualche difficoltà a prendere decisioni veloci senza i palleggi con cui era abituato a leggere la situazione di gioco. “Sono un giocatore di ritmo” dice spesso il playmaker. “Ho bisogno di vedere dei pick and roll, girare l’angolo, entrare nel cuore dell’area e leggere le difese. È una delle cose che faccio meglio”. Non sempre questa opportunità è presente se il pallone è nelle mani di un catalizzatore come Mitchell, che in sua assenza peraltro ha giocato pressoché sempre come point guard a tutti gli effetti. Non a caso coach Quin Snyder — che inizialmente aveva pensato di retrocedere Conley in panchina dopo una brutta serie di quattro sconfitte in fila, prima di fare marcia indietro e optare per Joe Ingles — ha cominciato a dividere i minuti dei due dando a Conley maggiore spazio con la second unit, così da farlo entrare in ritmo già nel primo tempo e avere il giocatore a cui i Jazz danno 32.5 milioni di dollari per quest’anno e 34.5 per il prossimo (se, come appare più che probabile, eserciterà l’opzione a suo favore). Con Conley in campo i Jazz hanno un differenziale su 100 possessi di +1.6 (il più basso tra i giocatori di rotazione) e di +4.4 quando non c’è stato, e i minuti in cui gioca senza Mitchell vanno meglio rispetto a quando il numero 45 è al suo fianco (lo stesso vale ovviamente all’inverso). Eppure la sensazione anche all’interno della franchigia è che i Jazz non possano davvero competere per nulla senza avere il vero Mike Conley a pieno regime.

 

La prestazione con i Celtics come momento di svolta

Nella vittoria di Utah a Boston, però, i tifosi dei Jazz hanno potuto ammirare la versione migliore di Conley, quella che hanno atteso per così tanti mesi in questa annata di alti e bassi. Una prestazione da 25 punti su un campo difficile come il TD Garden che ha rasserenato gli animi di tutti, prima che la positività al coronavirus di Gobert e Mitchell mettesse in pausa l’intera stagione. Dopo quel successo, un euforico Mitchell chiese provocatoriamente ai giornalisti “Dove sono tutti quelli che dicono stron… su Mike Conley?”, aggiungendo che “Possono pure continuare a odiare, ma questo è un Hall of Famer, uno dei migliori della lega nella sua posizione — e stasera si è visto”. La sensazione è che a marzo Conley avesse capito come essere utile ai Jazz, non diventando protagonista in prima persona, ma aiutando i suoi compagni a rendere al meglio pur con un ruolo di secondo piano all’interno dell’attacco. Quando la stagione NBA ricomincerà, gli Utah Jazz sperano di trovare il giocatore che a inizio anno doveva permettere loro di fare il salto di qualità.