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NBA Finals 1998, Utah Jazz-Chicago Bulls: perché guardare gara-1 su Sky Sport

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©Getty

Domenica 10 maggio su Sky Sport NBA andranno in onda tutte e sei le gare della serie finale del 1998 con il commento di Flavio Tranquillo e Federico Buffa: con questa serie di articoli raccontiamo l’atmosfera che circondava quelle partite, i temi tattici, le attese e soprattutto le ragioni per cui vale la pena rivedere ogni gara delle Finals 1998. Partiamo con la gara-1 del 3 giugno 1998

“La rivincita”, “Bulls-Jazz, atto II”, “Il riscatto”, “L’ultima esibizione di Jordan ai Bulls”: i titoli e il genere di messaggio lanciato era sempre lo stesso in quelle ore di vigilia, prima di quella partita datata 3 giugno 1998 che diede ufficialmente il via alle ultime Finals NBA giocate da Michael Jordan. In un articolo di Sports Illustrated dell’epoca pubblicato poche ore prima della palla a due si legge: “La tensione e la curiosità per una partita di pallacanestro non ha mai raggiunto un livello così alto. Mai”. Era già chiaro a molti, se non a tutti, che quelle sfide avrebbero avuto un sapore diverso, a loro modo storico; culmine di una stagione raccontata nel dettaglio in “The Last Dance” - serie dedicata a Michael Jordan, disponibile su Netflix e a un prezzo vantaggioso per gli abbonati Sky che sottoscrivono l’offerta Intrattenimento Plus su Sky Q. Le ragioni d’interesse della vigilia ruotavano attorno alla più antica delle logiche dello sport: l’eterno scontro tra i campioni che vogliono conservare il loro primato e i rivali più complicati da battere e che cercano in ogni modo di rovinare la festa. Le premesse infatti prima di quella gara-1 lasciavano immaginare che i Bulls non avrebbero avuto vita facile al Delta Center - l’arena di Salt Lake City in cui si diede il via alle danze, visto che i Jazz erano riusciti durante la regular season a garantirsi il fattore campo. Chicago infatti aveva incassato ben 20 sconfitte prima dell’inizio dei playoff - il doppio rispetto alla cavalcata trionfale del 1996 e ben sette in più dell’anno precedente; uno dei tanti segnali dell’usura di un gruppo che andava a caccia del sesto titolo NBA in otto anni. Inoltre Utah sembrava più agguerrita che mai a vendicare la sconfitta nella serie di 12 mesi, come dimostrato già nei due incroci in regular season: entrambe vittorie senza appello nonostante i 36 punti di media realizzati da Jordan.

La questione riposo: Bulls con il fiato corto dopo la serie con i Pacers

A pesare più di ogni altra cosa però era soprattutto la condizione fisica delle due squadre. Gli Utah Jazz avevano vinto senza grossi problemi contro i Los Angeles Lakers in finale di Conference, battuti 4-0 e a riposo dal 24 maggio in attesa di scoprire quale sarebbe stato l’ultimo avversario da affrontare. Discorso diametralmente opposto per Chicago, che contro Indiana aveva dovuto giocare una settimana in più arrivando fino a gara-7. Al termine di quel testa a testa così faticoso ci fu da affrontare anche il viaggio nello Utah, restando lontano da casa in quelle 48 ore “di riposo” durante le quali tirare il fiato e organizzare al meglio la difesa per limitare l’attacco dei Jazz. La prima partita di quelle Finals 1998 tra Jazz e Bulls che ne venne fuori rispettò in pieno tutte le attese della vigilia. La sfida tra Utah e Chicago infatti era prima di tutto lo scontro tra il miglior attacco dei playoff (quello dei Jazz da oltre 112 punti di rating offensivo) e la difesa meno battuta (99.8 concessi su 100 possessi dai Bulls, sei in meno di quanto fatto da Utah a protezione del ferro). Una gara-1 equilibrata, piena di spunti tecnici e che andò ben oltre il dualismo delle coppie di All-Star pronte a darsi battaglia. Fu chiaro sin da subito infatti che per vincere ci sarebbe stato bisogno di ben altro, oltre ai vari Jordan&Pippen e Stockton&Malone. E a pesare come un macigno furono i 22 punti raccolti dai Jazz in uscita dalla panchina, contro gli otto raccolti dagli ospiti. Nonostante il contributo del supporting cast e delle panchine però, al termine di una maratona durata ben 53 minuti, a lasciare il segno nella volata finale fu proprio uno dei quattro campioni sotto i riflettori. John Stockton infatti riuscì a incidere quando più contava, con tre giocate che lasciarono il segno negli ultimi secondi della sfida. Per godersi quelle e l'atmosfera di una partita d'esordio unica nel suo genere, basta seguire alle 8.00 di domenica 10 maggio gara-1 con il commento di Flavio Tranquillo e Federico Buffa.

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