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Michael Jordan e la colazione con BJ Armstrong che lo ha convinto a tornare in NBA

l'aneddoto
©Getty

Dopo il primo ritiro nel 1993 e i 18 mesi dedicati al baseball, era chiara a tutti la voglia del campione dei Bulls di ritornare a giocare a pallacanestro. L'occasione per decidersi definitivamente a farlo arrivò durante un incontro con BJ Armstrong e un invito che ha dato il via in maniera indiretta al suo ritorno in NBA

BJ Armstrong ha avuto un ruolo molto importante nel secondo three-peat conquistato dai Bulls a cavallo tra il 1996 e il 1998, nonostante non facesse più parte del roster a Chicago. Durante una colazione nel 1995 assieme a Jordan infatti, Armstrong avanzò la proposta di passare assieme a lui in palestra a salutare i vecchi compagni. Un input a cui il n°23 dei Bulls diede seguito, iniziando a frequentare in maniera sempre più assidua il campo d’allenamento a Chicago e tornando a fare sul serio nel giro di poche settimane. Tutto partì però da quella pulce nell’orecchio messa dal giocatore di Chicago, tra un pancake e una tazza di caffè: “Non avevo mai pensato a quell’incontro in questi termine, a essere onesto: volevo soltanto essere un buon amico e gli ho detto ciò che mi passava per la testa in quel momento. Quando vedi che una persona cara tiene così tanto a qualcosa, l’unica strada che puoi percorrere è quella di spingerlo a tornare a fare ciò che più gli piace”. Il tempismo in quell’occasione è stato perfetto: Jordan infatti non solo lo seguì, ma ritorno poi ad allenarsi anche il giorno. E poi un altro, dimenticandosi in poco tempo del baseball: “Non c’è stato bisogno che ne parlassi con qualcuno o che aggiungessi altro - prosegue Armstrong - Questo è semplicemente quello che è successo. Ero felice per lui perché sapevo quanto significasse la pallacanestro nella sua vita. Ha sempre ritenuto il basket la parte più sacra e da preservare di tutto ciò che aveva conquistato in quegli anni, ho soltanto accelerato un processo che sarebbe stato inevitabile”.

La convocazione all’All-Star Game del 1994 e il faccia a faccia ai playoff ’98

E pensare che lo stesso Armstrong era stato il primo a beneficiare dell’assenza in squadra di MJ, visto che in quella prima stagione senza il n°23 riuscì a mettere in mostra il suo miglior basket: 14.8 punti in 33.8 minuti di media, entrambi massimi in carriera, giocando tutte e 82 le partite di stagione regolare. Numeri che gli valsero la convocazione da titolare all’All-Star Game, terzo per preferenze dei tifosi alle spalle di Charles Barkley e Shaquille O’Neal. Quando la selezione da All-Star divenne ufficiale, Jordan fu la prima persona che lo ha chiamato per congratularsi del traguardo raggiunto: “Era felice per me: non stavo giocando con l’obiettivo di ottenere una convocazione alla partita delle stelle, ma quando mi ha telefonato mi sono reso conto del fatto che anche lui aveva sempre cercato di essere il miglior amico possibile nei miei confronti”. Un’amicizia sincera che tuttavia non gli ha permesso di avere sconti invece nel 1998, quando da ex decise di celebrare “un po’ troppo” per i gusti di Jordan il canestro della vittoria in gara-2 nella serie di playoff contro la sua Chicago con la maglia di Charlotte: “Ero convinto che BJ mi conoscesse meglio di quanto non abbia dimostrato - spiega Jordan - se inizi a comportarti in maniera spavalda, a dare il cinque a tutti in campo, a festeggiare in modo così sfacciato, sai a cosa vai incontro. Ho iniziato a pensare a come avrei dovuto dominare contro di lui da quel momento in poi, e l’ho fatto”. Charlotte non ha più vinto una partita in quella serie, ma l’amicizia per loro fortuna non ne ha risentito nel corso degli anni a venire.

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