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NBA, intervista esclusiva a John Collins: "Vedo i Lakers vincenti in sei partite"

ESCLUSIVA
©Getty

In collegamento Zoom da Atlanta, John Collins ha parlato del training camp in corso con i suoi Atlanta Hawks, le aspettative sulla prossima stagione e le differenze tra giocare da 4 e da 5 in NBA: "Dopo sei mesi è bello ritrovare i miei compagni. Il prossimo anno possiamo giocarci i playoff. Da 5 la fisicità a volte può essere soverchiante per uno come me. Chi vince le Finals? Dico Lakers in 6"

John Collins comincia il suo collegamento su Zoom con un cappellino invernale con il logo degli Atlanta Hawks in testa. Strano: pur essendo comunque fine settembre, ad Atlanta non dovrebbe fare così freddo. E infatti la motivazione non è legata alla temperatura: “Mi dispiace, ma i miei capelli sono un casino in questo momento, non li taglio da troppo tempo. Visto che l’intervista è registrata, preferisco indossare un cappellino!”. In effetti la schedule di Collins è tornata a riempirsi di pallacanestro: dopo mesi e mesi di inattività, questa settimana gli Hawks hanno ricominciato ad allenarsi nella loro training facility per un camp volontario a cui hanno partecipato tutti i membri più importanti della squadra, dal leader Trae Young al nuovo acquisto Clint Capela. Due settimane di allenamenti che torneranno utili quando finalmente anche Atlanta potrà tornare a giocare, visto che dallo scorso marzo fino (almeno) a gennaio 2021 non ci saranno possibilità di disputare una partita NBA ufficiale. Ma la off-season, si sa, è un momento cruciale per tutti, e anche John Collins - alla vigilia del suo quarto anno in NBA e con un contratto da firmare - non vuole farsi trovare impreparato.

Come è andato il training camp? Ti è mancato giocare a basket per tutto questo tempo?

“Ovviamente sì. Sta andando molto bene, è divertente stare di nuovo con i miei compagni dopo tutto questo tempo. Sono passati sei mesi dall’ultima volta che ci siamo visti in palestra, perciò è stato rinfrescante trovarci di nuovo”.

 

Hai solo 23 anni ma sei uno dei leader di una squadra molto giovane come gli Hawks: ti ritieni più uno che guida con l’esempio o parlando con i compagni?

“I grandi leader sono quelli che cercano di essere entrambe le cose. Fino a questo momento sono stato più uno che guida con l’esempio, cercando di essere la versione migliore di me stesso, ma il prossimo passo per me è essere più vocale, imparare a parlare con i miei compagni e ad ascoltare quello che hanno da dirmi. Perciò il mio tentativo è di essere entrambe le cose”.

 

Cosa ti aspetti dalla prossima stagione? Atlanta può fare i playoff il prossimo anno?

“Di sicuro. Abbiamo sempre grandi aspettative su di noi: l’obiettivo finale è un giorno vincere il titolo NBA, perciò il primo passo è quello di arrivare alla post-season. Con un altro anno alle nostre spalle e un training camp come questo dove poterci conoscere possiamo migliorare ancora molto: i playoff sono sicuramente quello su cui abbiamo messo gli occhi”

 

Cosa deve cambiare per poter rendere gli Hawks una squadra vincente? È una questione di attacco, di difesa o di mentalità?

“Sicuramente di mentalità. Difensivamente penso che abbiamo sia gli schemi che i giocatori giusti per eseguirli, specialmente nei cambi di marcatura, mentre offensivamente abbiamo dimostrato di poter dire la nostra. Siamo molto giovani: non voglio usarla come una scusa, ma dobbiamo proprio trovare quel cambio di mentalità crescendo insieme — da quelli che saranno al secondo anno a me che comincerò il quarto fino a Trae Young che giocherà il terzo. Speriamo che tutta l’esperienza accumulata ci permetta di cambiare mentalità, essere un po’ più uniti e dimostrare maggiore voglia di vincere. Ma ci vuole del tempo”.

Hai passato gli ultimi due anni insieme a Trae Young: cosa hai imparato sia in campo che fuori?

“In campo tutti possono vedere quanto sia estremamente talentuoso: ha viaggiato a quasi 30 punti e 10 assist nel suo secondo anno in NBA, già solo questo basta e avanza. Fuori dal campo è un ragazzo divertente: è sempre fuori, è sempre impegnato a fare qualcosa mantenendosi molto attivo, è uno dei ragazzi più divertenti con cui io sia stato in contatto. Quello che ci fa funzionare così bene assieme è proprio il fatto che io sono più riservato, ma in campo poi la chimica è straordinaria: tutti quelli che ci hanno visto giocare hanno potuto constatare quanto funzioniamo bene”.

 

Come cambia la vita per te con un centro come Clint Capela al tuo fianco? Avrai vita più facile in campo?

“Spero e prego che sia così. Clint ha già dimostrato di essere un difensore molto solido e di essere un grande stoppatore in partite molto importanti di playoff. Pur avendo solo 26 anni, ha già grande esperienza alle spalle e questo può solo farci del bene: mi aspetto grandi cose da me e Clint insieme sotto canestro”.

 

Pensi di poter anche giocare da 5 in quintetti più piccoli?

“Nell’ultimo anno l’ho già fatto un po’ di volte, è la direzione in cui sta andando il gioco. Non credo che sarà il mio ruolo di base per il resto della carriera, mi sento ancora un 4, ma quando gli accoppiamenti e i quintetti lo richiedono, sono pronto a giocare anche da 5. Avere la versatilità di ricoprire entrambi i ruoli può rendermi ancora più prezioso per la squadra, perciò ci sto lavorando”.

 

Qual è la differenza principale tra il 4 e il 5?

“È la fisicità. Non sono il giocatore più forte in circolazione, e quando vai contro giocatori come Joel Embiid o Steven Adams il livello di fisicità che ci mettono a volte è soverchiante per uno come me. Per questo avere un 5 vero come Clint Capela mi può essere così di aiuto, mettendo un corpo che possa pareggiare i loro chili sotto canestro. Poi se l’accoppiamento lo richiede posso comunque scalare da 5, ma più contro giocatori come Anthony Davis: avere quella versatilità è importante”.

Hai passato gli ultimi anni insieme a Vince Carter: qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto da lui?

“Una delle cose più importanti che ho imparato da lui è la calma e la pazienza che bisogna avere quando si tira. Carter ha cambiato tanto del suo gioco, passando da essere un super atleta a un realizzatore e un tiratore di alto livello. Con lui ho lavorato molto proprio sul tiro: sui miglioramenti che ho avuto, anche se non sono tutto merito suo, c’è certamente il suo zampino. Mi ha reso un tiratore migliore”

 

Qual è stato il giocatore più forte che hai affrontato nella tua posizione?

“Domanda difficile, ma uno che davvero mi ha dato molti problemi quando l’ho incontrato è LaMarcus Aldridge. È molto sottovalutato, ma il suo gioco dalla media distanza non è secondo nessuno ed è più grosso di quanto si creda in giro, perché è un 2.13 vero. Poi ovviamente non si possono dimenticare giocatori come Giannis o AD, perché comunque sono candidati all’MVP con cui voglio misurarmi un giorno. Loro due fanno sicuramente parte dell’élite”.

 

A proposito di Giannis Antetokounmpo: insieme a lui, Karl-Anthony Towns e Joel Embiid sei stato uno dei quattro giocatori in grado di chiudere a 20+10 di media. Era un tuo obiettivo a inizio anno?

“È sempre un obiettivo, anche se non è il motivo per cui scendo in campo. Per un lungo è un bel risultato quello di raggiungere i ‘20+10’, storicamente solo i migliori ci riescono, e visto che già nel secondo anno ci ero andato vicino finendo a 19+9, ho provato a salire ancora di livello. È stato un bel risultato”.

 

Ultima domanda: Heat contro Lakers, chi vince e perché?

“Vado con la maggioranza, perciò con i Lakers di LeBron e AD. Con un gentlemen’s sweep [4-1, ndr], anzi no, facciamo in sei partite”.

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