Inghilterra al 6 Nazioni femminile 2022: fari puntati su Hunter e Packer

Rugby

Andrea Gardina

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Gruppo solido e senza apparenti punti deboli quello delle campionesse in carica, guidate dal capitano Sarah Hunter, che insegue il record di presenze in nazionale di Rocky Clark. Contro la Scozia alla prima giornata, tre mete, 23 placcaggi senza errori e performance da player of the match per Marlie Packer, oltre al rientro nella linea arretrata di Emily Scarratt

Difficile pronunciarsi su una lista di “pericolosità” delle ragazze che formano il gruppo della nazionale inglese di rugby, un gruppo coeso e formato da professioniste che giocano nei top club oltre Manica, che da alcuni anni hanno deciso di investire in maniera piena anche nella palla ovale femminile. A guidare la nazionale c’è la veterana Sarah Hunter, atleta a tutto tondo in grado di ritagliarsi una laurea in Sport Science e Matematica e di essere insignita da Sua Maestà del titolo di MBE. Player of the year 2016 per World Rugby, allena e gioca con la maglia di Loughborough, storica università britannica tra le migliori al mondo in quelle che da noi sarebbero riduttivamente denominate Scienze Motorie, e che contro la Scozia è arrivata a quota 131 presenze con la maglia della nazionale, mettendo sempre più nel mirino il record assoluto in patria di 137 detenuto dall’ex compagna e pilone Rochelle “Rocky” Clark. La sua fisicità in terza linea va di pari passo con quello delle altre del reparto, come Poppy Cleall, decisiva lo scorso anno contro la Francia, e Marlie Packer, miglior giocatrice al Dam Health Stadium di Edimburgo sabato scorso, con tre mete segnate e 23 placcaggi completati senza alcun errore. Non male per festeggiare l’ottantesima presenza con le Red Roses e dedicare il successo al figlio Oliver.

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Restando in mischia e volendo per un attimo tralasciare una prima linea di giocatrici esperte ed intercambiali nonostante le assenze di peso, ma dove spicca soprattutto la prepotenza agonistica di Sarah Bern, nel reparto delle saltatrici si è rivista Rosie Galligan, tornata in nazionale a 1146 giorni di distanza dalla sua sinora unica apparizione. Assente la miglior giocatrice del 2021, Zoe Aldcroft, con lei c’è stata l’onnipresente Abbie Ward, giocatrice letteralmente ovunque nel campo inglese, che vanta una laurea in Storia e ha giocato per un po’ pure in Canada. Se il cognome non vi dice nulla, è forse perché la conoscete meglio come Scott, avendo preso quello del marito nell’agosto 2020. Una tradizione che nelle home unions sembra dura a morire e non stupitevi di aver già visto ma non ricordare il nome di Leanne Infante, mediano di mischia in meta a sua volta contro la Scozia. Potreste ricordarla più semplicemente come Leanne Riley, passata dalle Harlequins Ladies a Bristol e che contro l’Italia potrebbe tagliare il traguardo delle 50 presenze. Ad ottobre ha sposato il riservatissimo Matt, di cui si sa poco, se non un cognome di chiare origini nostrane. Nel ruolo è ancora in standby la veterana Natasha “Mo” Hunt, mentre è arrivata la seconda presenza per Lucy Packer, portata in nazionale dopo essere stata inserita in passato nel programma Seven del Galles.

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Le altre mete contro la Scozia sono, poi, arrivate da Aitchison, Powell, Cowell, ala cresciuta all’ombra del tempio di Twickenham ed ex ginnasta, e con la spettacolare segnatura di Abby Dow, di pregevole fattura per gestualità e finalizzazione da parte dell’ala, sorella di Ruth, a sua volta già nazionale. In quel ruolo, al largo, per lo meno per le Azzurre la consolazione dell’assenza della straordinaria Jess Breach, il treno di mete denominato Jess Express. Fidanzata con il flanker degli Harlequins, dove anche lei gioca, Archie White, ha esordito con l’Inghilterra nel novembre 2017 contro il Canada, marcando la bellezza di 6 mete, arrivando a segnarne 22 nei primi 13 test e ora si è assestata, si fa per dire, sulle 25 dopo 22 caps, diventando la miglior marcatrice nel Sei Nazioni 2019. Sulla linea arretrata da segnalare la freschezza di Emma Sing, all’esordio contro la Scozia, e l’esperienza di Ellie Kildunne, capace di percorrere un totale di 104 metri ad Edimburgo, più di chiunque altra nel primo round.

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Menzione di merito per il rientro dopo una frattura alla gamba per Emily Scarratt, giocatrice dell’anno 2019 e prima player of the Championship nel 2020. Laureata in Scienze Motorie a Leeds, è stata capitana della Gran Bretagna alle Olimpiadi di Rio 2016 e ha siglato la meta decisiva nella finale della Coppa del mondo 2014 vinta contro il Canada. Un’atleta a tutto tondo con grandi doti fisiche e balistiche – 10 punti al piede per lei nella giornata inaugurale -, capace di rifiutare una borsa di studio a 16 anni per andare a giocare nel basket professionistico statunitense. L’unico vero punto di domanda nella costruzione della fortezza inglese rimane forse all’apertura. In cabina di regia, nel 2020 ha annunciato il ritiro l’esperta Katy Daley-McLean, 116 caps e 542 punti con l’Inghilterra, con la quale aveva esordito nel 2007, diventando in poco tempo la terza giocatrice di sempre e capitano nell’ultima Rugby World Cup conquistata in Francia. La sostituta naturale sembrava essere Zoe Harrison, ma lo scorso anno per una leggerezza nel non rispettare i protocolli anti-Covid, ha visto il suo posto “scippato” da Helena Rowland, ex Saracens e specialista nel Seven, tornata al XV nel 2020 dopo aver pienamente superato pure un lungo infortunio alla tibia nel 2016. Nel ruolo va sempre considerata, inoltre, Meg Jones, per dettare i tempi di una squadra che rasenta a conti fatti la perfezione.