Super Bowl, Seattle batte New England 29-13 e conquista il secondo titolo
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Grazie a una straordinaria difesa e alle corse del running back Kenneth Walker III nominato MVP, i Seattle Seahawks hanno vinto il Super Bowl numero 60 della storia della NFL battendo i New England Patriots per 29-13. Una gara piena di storie ma non spettacolare nei primi tre quarti, vinta con merito da Seattle per conquistare il secondo titolo della sua storia
Super Bowl 60! Come tutti i numeri pieni, una bella opportunità per celebrare lo sport, l’evento, la Lega e la storia. In un caldo californiano inatteso e quasi eccessivo, c'erano praticamente tutti: Jerry Rice, Tom Brady, Joe Montana, Payton Manning, Lynn Swann, Drew Brees, qualche gloria delle due franchigie come Steve Largent, storico ricevitore di Seattle anni ’70 e ’80, e Malcom Butler, che ha deciso per i Patriots il Super Bowl del 2015 proprio contro Seattle. C’erano persino Roger Federer, Leonardo Di Caprio e Kevin Costner. Una fantastica organizzazione della NFL e un bello spettacolo pre-partita per onorare anche i 250 anni degli Stati Uniti.
Ma è mancata però proprio la partita. O meglio, è mancato lo spettacolo in campo. È vero, non tutte le Finali di manifestazioni importanti sono belle. Questa lo è stata solo alla fine dopo i primi tre quarti molto "abbottonati". Il dubbio che il titolo di MVP potesse andare a al kicker dei Seahawks Jason Myers (perfetto nella partita con record della storia del Super Bowl per field goal realizzati) la dice lunga sulla spettacolarità del match che Seattle ha vinto grazie a una fenomenale difesa e senza fretta in attacco, con un running di riserva come Kenneth Walker III che ha fatto dimenticare l’assenza del titolare Charbonnet infortunato, diventando MVP del Super Bowl con 135 yards in 27 portate.
Come Seattle ha dominato New England
Nel primo tempo ci sono stati molti tentativi su corsa, ma a referto sono andati solo tre field goal per il 9-0 di Seattle. Persino la prima flag, l’unica del primo tempo, è arrivata a 3:09 dalla fine del secondo quarto, quasi a sottolineare un agonismo "controllato". Insomma: poche emozioni. Un po’ bisognava forse attenderselo con due squadre che a Santa Clara sono arrivate entrambe grazie alla difesa. Nella prima frazione di gioco comunque, vantaggio a parte, quella delle due che ha dato maggiormente la sensazione di poter trovare la giocata che indirizzasse la partita è stata Seattle, anche se Darnold è stato molto conservativo nelle scelte portandosi negli spogliatoi il vantaggio se pur con uno scialbo 9/22 con 88 yards di passaggio, basandosi principalmente sulle 94 yards di corsa di Kenneth Walker III che ha però anche fallito due comode ricezioni fuori dal backfield.
New England ha fatto pochissimo, vittima della difesa dei Seahawks che ha totalizzato anche tre sacks su un Maye anonimo. Nel secondo tempo i Patriots hanno provato a essere più aggressivi e ad andare un po’ più per via aeree visto che le corse non hanno mai dato risultati. Una mancata comoda ricezione per Kupp di Seattle sul 3rd & 9 era parso un segnale che potesse riportare la squadra di Vrabel davvero in partita. Non è stato così. Una speranza durata fino a 10 secondi dalla fine del terzo quarto col fumble ricoperto da Murphy e trasformato poi nel primo touchdown della partita dal tight end AJ Barner. Il punto esclamativo del trionfo di Seattle. Da lì la partita s’è finalmente stappata: Maye ha trovato un lancio perfetto, i Patriots hanno evitato lo zero sul tabellino, ma la partita aveva ormai preso la sua direzione e solo il punteggio ha cambiato dimensione.
I Green Day nel pre-partita avevano cantato "The Boulevard of Broken Dreams", la strada dei sogni infranti, ma per New England devono esserlo solo in parte. Nella loro ricostruzione sono arrivati forse troppo presto al Super Bowl per la bravura di Vrabel, Maye e dalla struttura dell’84enne proprietario Kraft che ha accorciato straordinariamente i tempi. Hanno scelto benissimo al Draft con Maye e il cornerback Gonzalez e speso 364.4 milioni di dollari nella free-agency (di cui 174.9 garantiti), ma li hanno investiti bene e con la loro storia e capacità competitiva sono già tornati al vertice. Il Super Bowl di Santa Clara è stato la ciliegina, o per meglio dire la conferma della direzione giustissima che è stata intrapresa. Difficile pensare che Drake Maye in questo stadio tornerà volentieri. Da bambino ha perso un Super Bowl da tifoso, da grande un altro da quarterback titolare. Il suo è stato un match negativo, dove il giocatore al secondo anno ha sentito il peso della responsabilità e pagato qualche chiamata discutibile del suo offensive coordinator Josh McDaniels. Ma ha talento e lo dimostrerà
Cosa ci lascia il Super Bowl LX
Alla fine, anche se una buona parte delle suites della tribuna principale erano tristemente vuote (questa sì che è una novità), l’invasione pacifica del solito cretino, con un Half Time Show nuovamente dal sapore latino (senza lampi particolari di Bad Bunny), l’evento è stato un successo della NFL ancora una volta con numeri globali ancora una volta stupefacenti. In una San Francisco con tanti problemi, dallo sciopero degli insegnati a un preoccupante degrado nel centro con un numero esagerato di “sbandati” in giro a tutte le ore e sui mezzi pubblici che ha portato alla chiusura di molti negozi, ci voleva un flash di positività. Il Super Bowl, che ha portato anche un indotto di 600 milioni di dollari al commercio cittadino, certamente lo è stato.
Seattle, intanto, si gode il secondo trionfo in un Super Bowl nella sua storia e lo ha fatto con merito. Nella stagione e nella partita. Difficile pensare che da questo successo possa iniziare una dinastia sportiva e, anzi, potrebbe essere la fine più esaltante possibile di una proprietà che negli ultimi 16 anni ha portato due trofei, dieci stagioni finite ai playoff e tre di queste al Championship Game. Incorniciare i 50 anni di storia della franchigia meglio era impossibile. Sam Darnold, primo quarterback uscito dall’università di USC a giocare un Super Bowl da titolare, non solo entra nella storia, ma lo fa prendendosi una straordinaria rivincita sui tantissimi che non hanno creduto in lui. Alla fine per lui 19/38 con 202 yards di passaggio, un touchdown e nessun intercetto. Ha vinto, ma soprattutto ha dimostrato che nella vita ci si può fermare, ricalibrarsi, imparare e alla fine trionfare. Mike MacDonald — diventato il terzo Head Coach più giovane a vincere un Super Bowl e il primo sotto i 40 anni a vincere 17 partite nella stessa stagione — aveva concluso l’ultima riunione di spogliatoio del sabato dicendo ai giocatori "Tra dieci o 15 anni tutti noi in questo spogliatoio faremo certamente una reunion. Su cosa volete che sarà basata?". Adesso lo sappiamo: su quanto è bello e lucente l’anello dei campioni.