Tennis, la rivoluzione è donna: da Billie Jean King a Peng Shuai

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Giorgia Mecca

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Le donne nel tennis sono sempre arrivate prima. Agli uomini guadagni, campi centralissimi, prime pagine dei giornali. Nessuna rivoluzione da parte loro, quella è sempre stata una questione femminile. Alice Marble, Althea Gibson, Billie Jean King, Martina Navaratilova, e poi Serena e Venus Williams, Naomi Osaka, Peng Shuai. È lungo l'elenco delle pioniere

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Fino alle metà del 1950 nel tennis esisteva la color line, una separazione di fatto che impediva ai bianchi di giocare con i neri e viceversa. Da una parte c'era la Uslta, l'organo ufficiale del tennis americano, dall'altra c’era l'Ata, la sua versione black, nata in risposte alla segregazione. I membri dell'Ulsta giocavano a Wimbledon e agli Us Open, i membri dell'Ata no, non ne avevano il diritto. Fu Alice Marble la prima a far notare la contraddizione, in un lungo editoriale: "Se il tennis è davvero uno sport per gentiluomini e gentildonne è arrivato il momento di dimostrarlo. L'entrata dei neri nel tennis nazionale è inevitabile". Marble, ex numero uno del mondo, vuole che anche ad Althea Gibson, tennista del ghetto di Harlem classe 1927, venga concesso il diritto di giocare nei tornei del Grande Slam: è per lei che scrive la aperta sulla rivista American Lawn Tennis. Il suo messaggio viene ascoltato e nell'agosto dello stesso anno Gibson diventa la prima tennista afroamericana a fare l'ingresso nei campi di Forrest Hill, il tempio del tennis a stelle e strisce. Sei anni dopo diventerà la prima nera a vincere Wimbledon. "Spero di essere stata un contributo per il mio Paese" disse un giorno; è stata lei, di fatto, a mettere fine alla segregazione nel mondo del tennis.

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1970, un boicottaggio all'origine della Wta

La rivoluzione fa parte della Wta. La sua storia comincia infatti con un boicottaggio. Stati Uniti, 1970. A Los Angeles sono in programma i Pacific Southwest Championships, uno dei principali tornei della stagione americana, giocato negli anni da Arthur Ashe, Rod Laver, John Newcombe, Althea Gibson, Maria Bueno e Billie Jean King tra le donne. Il meglio del meglio del tennis mondiale. L'anno prima il montepremi era stato di trentamila dollari: vincendo il torneo, Pancho Gonzalez aveva guadagnato quattromila dollari, Billie Jean King 1500, meno della metà. Era uno scandalo ed era la regola.

Dodici mesi dopo, però, sono cominciati gli anni Settanta, il vento sta cambiando. Billie Jean King non ha ancora compiuto ventisette anni e spesso quando nei tornei viene intervistata per le "pagine dedicate alle donne" si lamenta: "Questo è il vero dramma. Sarebbe ora che noi donne tenniste uscissimo dalle pagine di società ed entrassimo in quelle di sport". Lei e Rod Laver giocano lo stesso sport, una è considerata una donna, l'altro il miglior tennista del mondo.

Torniamo al 1970 e al vento che cambia. Poco prima dell'inizio del torneo, Jack Kramer il fondatore della Atp, l'associazione dei tennisti professionisti, rende noto il montepremi di quell'anno: 12.500 al vincitore, 2000 alla vincitrice, nel tabellone femminile non si guadagna niente fino ai quarti di finale. La campionessa uscente gli chiede di ripensarci, ma Kramer che considera quello femminile la serie b del tennis, non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro. Il torneo comincia con il montepremi invariato, ma con molte assenze: quell'anno il tabellone femminile perde infatti nove teste di serie importanti: si fanno chiamare The Original Nine e sono, oltre alla Jean King, anche Nancy Richey, Julie Heldman, Valerie Ziegenfuss, Judy Tegart Dalton, Kerry Melville Reid, Jane "Peaches" Bartkowicz e Kristy Pigeon. Il primo boicottaggio della storia del tennis femminile coincide con la nascita di un circuito parallelo, il Virginia Slim Circuit, sponsorizzato dall’omonima marca di sigarette e non riconosciuto dalla Uslta (l'attuale Usta), l'associazione di tennis statunitense. Nel mese di settembre al Racquet Club di Houston viene organizzato il primo torneo made by Virginia Slim, solo femminile e con un montepremi di 7.500 dollari: vince Rosemary Casals, in finale contro Judy Dalton.

1973, la svolta con Billie Jean King

Billie Jean King in quegli anni è impegnata dentro e fuori dal campo: il 1973 è forse il momento più importante della sua carriera. Nel giugno  di quell'anno fonda la Wta, la Woman Tennis Association, l'associazione che riunisce tutte le tennniste professioniste in un unico circuito ed è basata sul principio dell'uguaglianza di opportunità; poche settimane dopo gli Us Open, preoccupati dalla possibilità di un altro boicottaggio minacciato dalle tenniste, decidono di offrire lo stesso montepremi agli uomini e alle donne: 25.000 dollari a testa (nel 1972 l’assegno per il vincitore era 25mila dollari, per la vincitrice 10mila). Il New York Times titolò: "Il tennis ha deciso che anche le donne sono tutte uguali".

Poche settimane dopo, il 22 settembre la tennista statunitense è la protagonista della storica battaglia tra i sessi, la sfida maschi contro femmine organizzata tra lei e l'ex numero uno al mondo Bobby Riggs. Billie Jean King decide di prendere parte al match per protestare contro il gender gap vigente ovunque nel tennis e non solo. Anche Riggs ha qualcosa da dimostrare, a cinquantacinque anni il suo obiettivo è quello di far capire alle sue colleghe tenniste che gli uomini sono più forti, più spettacolari e meritano quindi di guadagnare più soldi. Al meglio dei 3 set su 5 perse 6-3 6-2 6-2. Quella sera la donna, trent'anni ancora da compiere disse: "Questo è il culmine di diciannove anni di lavoro. Da quando mi è stato detto che non sarei potuta entrare nell'inquadratura di una foto perché non indossavo la gonnellina, ho avuto la voglia di cambiare le regole intorno a me". Missione compiuta.

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1981, lo storico coming out di Martina Navratilova

Nel 1981 è sempre lei a dichiarare di avere avuto una relazione con una donna; sempre nello stesso anno, anche Martina Navratilova decide di fare coming out, in quel momento ha solo venticinque anni ma è già una superstar dello sport, la prima grande campionessa dello sport a dichiarare al mondo di essere lesbica, da quel momento in poi, l'ex numero al mondo ha ammesso di essersi liberata di un peso: "Non mi sarei più dovuta nascondere, non avrei più dovuto censurarmi". Sebbene in seguito la donna abbia ammesso di avere perso milioni di dollari di sponsorizzazioni per il suo desiderio di dire la verità, il suo esempio, ha aperto la strada ad altre donne, tenniste (Amelie Mauresmo) ma non solo

Negli anni Duemila, in anticipo sui tempi e sugli altri sport, c'è stata la battaglia di Venus Williams per ottenere l'uguaglianza di montepremi in tutti i tornei, anche a Wimbledon, uguaglianza raggiunta, oggi nella classifica di Forbes delle atlete più pagate, le uniche donne che compaiono ai primi posti sono due tenniste, Naomi Osaka (12) e Serena Williams (28).

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2020, la protesta di Naomi Osaka 

Anche Naomi Osaka è stata una pioniera. La tennista giapponese nel 2020 ha usato l'arma del boicottaggio per supportare il movimento Black Lives Matter e protestare contro l'uccisione del cittadino afroamericano George Floyd da parte della polizia. Al torneo di Cincinnati, nell'agosto del 2020, la tennista ha deciso di non scendere in campo per giocare la semifinale: "Prima di essere un'atleta sono una donna nera. Guardare il continuo genocidio dei neri da parte della polizia mi fa venire la nausea. Quando sarà abbastanza?". Pochi giorni dopo, a ventitrè anni, l'ex numero uno al mondo agli Us Open si presenta in campo ogni sera con una mascherina con scritto un nome diverso, il primo è stato quello di Breonna Taylor la ventiseienne afroamericana di Louisville uccisa da tre agenti della polizia nel 2020. "Vorrei che leggendo questi nomi, alle persone venga voglia di andare a cercare al loro storia". Attiviste, rivoluzionarie, esauste ma sempre pronte a combattere, ad alzare la voce, a fare scoppiare le bolle, a prendere parte ai discorsi politici. Naomi Osaka è stata una delle prime atlete ad avere ammesso di soffrire di depressione a decidere di prendersi una pausa, a dichiarare che le campionesse non vivono su un altro pianeta, che a volte anche a loro capita di arrendersi, di sentirsi ko. Ci vuole coraggio anche per decidere di fare un passo indietro.

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Oggi, il coraggio di Peng Shuai

E di coraggio ne ha avuto tanto anche Peng Shuai, l'ex tennista cinese di trentacinque anni, numero uno in doppio nel 2014. Il 2 novembre scorso, sui suoi canali social ha accusato pubblicamente l'ex viceprimoministro cinese Zang Gaoli di abusi sessuali. Peng sapeva di non avere le prove, ma ha deciso di alzare la voce: "Come un uovo che colpisce una roccia dirò la verità su di te". Da allora non si hanno notizie dell’ex giocatrice, l'hashtag #WhereIsPengShuai è diventato virale, la Wta e tutta la comunità delle tenniste, pionieri ancora una volta, hanno minacciato di boicottare tutti gli eventi in programma in Cina il prossimo anno se non ci saranno prove verificate che la donna sta bene ed è al sicuro. Steve Simon, il presidente dell'associazione delle tenniste professioniste, è pronto a perdere soldi e sponsorizzazioni. "Troppe volte nel mondo di oggi lasciamo che il mercato, i soldi e la politica dettino ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Invece, dobbiamo cominciare a prendere decisioni basate su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”, ha detto Simon, aggiungendo: "La salute di Peng Shuai è più importante di qualsiasi business".

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