Si chiama Fabio Bordonali, è l'uomo più felice del Giro

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La squadra della Lpr Farnese
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GIOVANNI BRUNO racconta: l'ex ciclista è oggi direttore sportivo della LPR, dove corrono Petacchi e Di Luca. E' la squadra che in quattro tappe ne ha portate a casa già tre con un giorno in rosa

di GIOVANNI BRUNO



E' l'uomo più felice del Giro, si chiama Fabio Bordonali. E' un ex ciclista con dieci anni di professionismo alle spalle e due vittorie all'attivo nel 1989 con la maglia Malvor. Ha indossato la casacca Carrera, Gis Gelati, Mercatone Uno ed ha chiuso con la maglia Brescialat. Questo solo per introdurvi il signor supercontento ovvero il direttore sportivo della LPR. Per LPR si intende la formazione di Petacchi e Di Luca, la formazione che in quattro tappe ne ha portate a casa ben tre con un giorno in rosa. Se poi contiamo la classifica generale ecco che Di Luca è a soli due secondi dal nuovo leader, lo svedese Lovkvist della Columbia. Possiamo aggiungere altro? Tattica perfetta fino a questo momento, tanto da far rinascere Petacchi. Le lacrime di lunedì del bravo Fabio la dicono tutta: ha fatto muovere la squadra in virtù dell'arrivo della quarta tappa gradito a Di Luca.

Quel razzo abruzzese si è mangiato l'arrancante Soler ed ha tenuto a distanza di sicurezza Stefano Garzelli. Un'azione magnifica quella di Di Luca, un'azione sferrata ad un chilometro e mezzo che fatto il vuoto. Potente, ma di una potenza devastante. Solo Garzelli ha tentato di prendere la ruota ma si trovato Soler davanti e lo ha saltato solo con qualche difficoltà cambiando in maniera difficoltosa ma ormai Di Luca era solo un numerino distante il 121. Vedere l'azione dall’alto, dalla telecamera di Giorgio Viana (grande operatore) posto sull'elicottero di Gianni Bugno, è stato una spettacolo. Di Luca come un treno e dietro tutti gli uomini di classifica ad allungare il collo per cercare di non perdere  secondi da quale fulmine. Garzelli, Pellizzotti, Basso, Sastre, Leipheimer, Simoni, Cunego, Bruseghin: tutti con la testa bassa, bocca aperta alla ricerca dell'ultimo fiato e mani irrigidite sul manubrio per lo sforzo. La sicurezza di Di Luca è stata disarmante, ma era un suo arrivo. Cordonali e l'abbruzzese lo sapevano e hanno meritato il successo. Bravi, bravissimi.

E Lance Armstrong? E' li. A quindici secondi ma è li. Passo regolare sulle salite, morbido, senza indurire un dente, molto agile. Per il finale non ha cambiato ritmo, ha leggermente intensificato la pedalata ma è come se avesse fatto i calcoli per non perdere troppo e non faticare. Lui deve pedalare. Ogni giorno è un giorno in più. E' l'elemento mediatico più forte di questo Giro, e il pubblico italiano ha dimostrato quanto stimi l'asso texano. Lui è contento di questo clima assai diverso da quello transalpino. Serve tutto per far conoscere questo sport e promuoverlo anche su altre testate non propriamente sportive. E a questo è utile il nome di Armstrong. Vediamola anche da questo lato: lui corre concentratissimo, è l'immagine della professionalità. Cosa ci dobbiamo aspettare? Nulla, deve correre. La classifica nell'Astana la fa l'altro americano, Levi Leipheimer. Lui lo ha già detto e ripetuto, fa il gregario. Un mese fa aveva rotto una clavicola, ha corso poco e, soprattutto, aveva lasciato la bici tre anni fa e all'anagrafe fa 37, quasi 38. Non dimetichiamocelo. Chapeau Monsieur Armstrong. Ops, è francese, a lui non piace più.