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01 giugno 2013

Ecco il mental coach: e lo sportivo può mettere il turbo

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Federica Pellegrini non ha mai negato che, nella sua rinascita sportiva, un ruolo importante l'ha giocato la figura del mental coach (GETTY)

L'INTERVISTA. Vincere partendo dalla testa: è quello che aiuta a fare il preparatore mentale. Daniele Popolizio ha lavorato con la Pellegrini, Aquilani e la Kostner. E spiega: "L'allenamento della mente può incidere su una prestazione fino al 70%"

di Gianluca Maggiacomo

Vincere nello sport partendo dalla testa. È quello che aiuta a fare il mental coach: il preparatore della mente, per dirla in termini semplici. Non è un allenatore, ma uno che con lui si coordina. Questa figura professionale è nata in America e, pian piano, si sta diffondendo anche in Italia e in Europa. L’obiettivo è quello di “aiutare l’atleta a mettere il turbo”, dice Daniele Popolizio. Romano, 36 anni, responsabile del progetto europeo “Sport Ue” e mental coach riconosciuto, tra gli altri, di Federica Pellegrini, Carolina Kostner, Alberto Aquilani e, nel 2010, della Lazio. “Si deve agire sulla sicurezza, sulle aspettative e sullo stress dell’atleta”, afferma.

Cosa significa allenare la mente di uno sportivo?
"Innanzitutto prepararlo a rispondere agli eventi nel miglior modo possibile. Ma soprattutto, lavorare sulla personalità dell’atleta per rinforzarla e per far emergere il suo potenziale inespresso. In primo luogo il nostro è un lavoro di sblocco. E poi di costruzione. Agiamo sulla capacità di concentrazione, sulla tenuta emotiva, sul controllo dello stress e su altre variabili. Il mental coach punta a far dare il massimo allo sportivo."

Quanto può valere il lavoro di un mental coach nel raggiungimento dell’obiettivo?
"Su un singolo può arrivare ad incidere per circa il 70 per cento quando si è in vista di appuntamenti importanti: mi riferisco a semifinali, finali o gare di qualificazioni. Insomma, in quelle situazioni in cui si deve vincere."

Come lavora un mental coach?
"Io lavoro con una tecnica che si chiama dell’imbuto. Parto dal generale per arriva allo specifico andando a stimolare le risposte da parte dell’atleta. Agiamo, per esempio, sull’attenzione, sulla sicurezza e sulle aspettative. Non parliamo di motivazione, però, quella è competenza dell’allenatore, soprattutto negli sport di squadra. Noi prepariamo la persona a dare il massimo dal punto di vista psicologico."

Come si diventa mental coach?
"Serve una laurea quinquennale in medicina o psicologia con iscrizione all’albo professionale. Poi, un master in coaching o, in alternativa, aver maturato esperienza nella psicologia applicata. Ma può bastare anche una cattedra universitaria sempre in psicologia o medicina. Oltre a questo servono quattro anni di specializzazione in psicoterapia, psicologia del ciclo di vita o cose simili."

Uno sportivo cosa chiede al mental coach?
"In genere chiede di vincere. Ma capitano anche sportivi in crisi di rendimento che vogliono migliorare le loro performance. L’obiettivo è farli sbloccare dal punto di vista psicologico e capire cosa fare per alzare il rendimento in gara."

Lei ha seguito la Pellegrini. Come è nato il vostro rapporto professionale?
"Lei veniva da un periodo negativo, dopo i buoni risultati dell’inizio della sua carriera. Abbiamo iniziato a lavorare tramite il circolo canottieri Aniene. Insieme abbiamo cominciato un percorso e siamo riusciti a raggiungere i traguardi che tutti sanno."

È possibile riscontrare tratti in comune tra gli atleti che si rivolgono a un mental coach?
"Assolutamente sì. A noi si rivolgono persone che, a prescindere dalle loro fragilità, hanno capito che devono mettere il turbo nella loro disciplina. Questo è il punto di contatto tra tutti gli atleti che ho seguito. Quando si rivolge al mental coach, è perché lo sportivo capisce che deve investire su se stesso per avere più leaderschip. Chi comincia questo percorso è mosso dall’ambizione. E il professionista deve metterlo nelle condizioni di scoprire e sfruttare il suo talento."

Che differenza c’è tra fare il mental coach di un singolo atleta, rispetto a lavorare con un gruppo?
"Il divario è enorme. Con un team il mental coach deve essere percepito come un parallelo dell’allenatore con cui si deve coordinare. Con il singolo, invece, si va molto più in profondità e si agisce direttamente sulla personalità dello sportivo."

Ma così facendo non c’è il rischio di sovrapporsi con la figura dell’allenatore?
"Assolutamente no. Sono due figure diverse. L’allenatore porta avanti un discorso tattico, tecnico e motivazionale. Il mental coach punta ad agire sull’efficienza mentale. La sovrapposizione non ci può essere perché sono professionisti che agiscono su piani differenti. "