Milos Forman e Vittorio Taviani, due "campioni" del 1968 che se ne vanno

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Ad aprile e maggio, su Sky, le cinque puntate della serie "Federico Buffa racconta 1968", da Parigi a Berkeley, Città del Messico, Praga e Roma, nello spirito di due grandi artisti che hanno cambiato il nostro tempo

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"Lei è stato arrestato cinque volte per aggressione: cos’ha da dire in proposito?” chiede il dott. Spivey al ricoverato McMurphy (Jack Nicholson) nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. La risposta è: “Cinque combattimenti: Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!

Lo spirito di ribellione non ha confini di genere o di disciplina, quando è ora scoppia: è successo nella politica, è successo nello spettacolo, è successo nello sport. Succede ogni giorno da qualche parte nel mondo, ma quello che è successo nel 1968 in tutto il mondo è qualcosa di eccezionale e di unico, che la serie #SkyBuffaRacconta1968 ricostruisce in cinque puntate di un’ora, in onda in aprile e maggio su Sky.

I fatti e le idee di mezzo secolo fa hanno tracciato un solco profondo che arriva fino a noi, e la cronaca di ogni giorno ce lo ricorda. Come quando se ne va qualcuno che ha lasciato un segno dentro tutti noi. Con i registi Milos Forman e Vittorio Taviani abbiamo perso in meno di ventiquattr’ore non solo due grandi maestri del cinema, ma due depositari di quello spirito critico che si identifica con una data: il 1968 appunto.

Un anno che simbolicamente rappresenta la grande ondata di cambiamento che da metà degli anni ’60 fino ai primi ’70 ha investito tutti i livelli della società. Nel 1967 Vittorio Taviani, con suo fratello Paolo, mandava nelle sale un film dal titolo emblematico, “I sovversivi”, che racconta il montare dello spirito rivoluzionario nella classe operaia ai funerali di Palmiro Togliatti, tra di essi anche un giovane Lucio Dalla attore. Nel ’68 invece i registi toscani girano “Sotto il segno dello scorpione”, una forte metafora sul potere e sull’utopia, ambientata in uno scenario arcaico.

Nel ’68 Milos Forman era ancora in Cecoslovacchia, sua terra di origine, da dove però con il suo secondo lungometraggio, “Fuoco, ragazza mia!”, aveva già conquistato la sua seconda nomination all’Oscar. Con l’occupazione sovietica del suo paese, dopo aver preso parte alla Primavera di Praga, era dovuto emigrare negli Stati Uniti dove iniziò la produzione dei suoi indimenticabili capolavori, spesso toccati dallo spirito di quell’anno di svolta, per lui e per il mondo.

Pochi anni dopo, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975) raccoglie il distillato della ribellione al sistema repressivo nel personaggio incontenibile di McMurphy, recluso in un manicomio-lager che riuscirà a sabotare. Cinque oscar e una traccia indelebile sull’immaginario del pianeta. Nel successivo “Hair” (1979) Forman riesce a conciliare le istanze anti-establishment e anti-Vietnam con il canto e il ballo, in quello che è uno dei più emozionanti e originali musical mai realizzati, incredibilmente rimasto a secco di premi.

Non mancava naturalmente nel film di Forman l’istanza antirazzista, dopo che da almeno un decennio l’America aveva macinato storie di lotta con Martin Luther King, Malcom X, le Black Panthers, il cinema della Blackspoitation (Martin Van Peebles & c.), e gesti-manifesto come i pugni neri alzati di Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi di Messico 1968.

Nello spirito dei maestri del cinema, nel segno delle grandi sfide - non solo sportive - di questi atleti, al ritmo della musica rock che ha rappresentato i giovani, #SkyBuffaRacconta 1968 ci porta nel cuore di un’epoca, che batte ancora accanto a noi e che forse non ha ancora esaurito la sua utopia.

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