Strage di Monaco, in un libro la verità di Mennea: "Io c'ero"

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Anna Maria Di Luca

Un'opera postuma sull'attentato di Monaco 1972, scritta di suo pugno da Pietro Mennea, e che sarà presentato il 16 luglio al Mann di Napoli per la rassegna Sport Opera, è l'occasione per vivere insieme a sua moglie Manuela Olivieri cosa fu per il più grande velocista europeo quell'Olimpiade, dove 11 atleti israeliani funoro uccisi. Accadde sotto i suoi occhi, nella notte aveva vinto il bronzo ai suoi primi Giochi

Sono molto poche le foto in giro di Pietro Mennea e Manuela, sua moglie. Questa che apre il nostro articolo ci arriva direttamente da Manuela Olivieri Mennea, che conobbe Pietro a casa di amici, quando lui aveva già smesso di correre. “Non sapevo con certezza chi fosse – confessa – e quando si presentò e mi disse che era uno sportivo, pensai 'figurati che c’avrò da dire io con uno sportivo'. Pietro mi ha corteggiato a lungo, ho piano piano scoperto chi fosse davvero e cosa avesse già fatto: record, oro olimpico e già due lauree, delle quattro conseguite, era già dottore in scienze politiche e giurisprudenza”. Ci mostra con pudore i diplomi di laurea di suo marito appesi al muro del suo ufficio, lasciato così come era, come se la 'freccia del sud', ogni giorno continuasse a sedersi su quella sedia di pelle nera e bassa che tanto amava, alla sua scrivania di avvocato. “Pensi - continua - che il 14 luglio del 1980 ebbe la sessione di laurea in Scienze Politiche, gli aveva consigliato Aldo Moro di iscriversi a quella facoltà. Ed il 28 dello stesso mese era alle Olimpiadi di Mosca dove vinceva la medaglia d’oro”. Ci sono lauree ma non trofei in questa stanza, le faccio notare… “Trofei, premi coppe, sono tanti, così come i libri che divorava, abbiamo preso in affitto un appartamento solo per tenerli. Pietro pensava ad un Museo, io non so…Per ora quando posso metto all’asta delle sue cose per beneficenza, oppure le regalo. Lui era legato ai suoi oggetti, alle scarpette, ma gli faceva piacere poterle dare per giuste cause".

 Il libro Monaco 1972, sbuca da un cassetto dopo 7 anni, dalla stesura e dalla scomparsa di Mennea, come mai? Colpa mia!  Temevo che venisse rifiutato dagli editori, poi ho ascoltato il consiglio di un caro amico Maurizio Marino, che ne aveva parlato con un editore napoletano e mi sono decisa. Pietro ha iniziato a scriverlo dopo che, per le Olimpiadi di Londra del 2012, quando ricorrevano i 40 anni dall’attacco a Monaco dove furono uccisi 11 atleti israeliani, aveva chiesto a Rogge, allora presidente del Cio, e a Sebastian Coe , un minuto di silenzio per ricordarli. Risposero tutti cordialmente ma non fecero niente. Lui ci teneva, e non per una questione politica, ma perché si era sentito come loro a rincorrere un sogno che aveva avuto la possibilità di realizzare, mentre a quei ragazzi fu spezzato. Decise quindi di fare qualcosa personalmente.  Non era uno storico, ha fatto appello alla sua memoria e si è documentato, ha scelto le foto e deciso dove inserirle, ha scritto fino al gennaio del 2013, poi ha fermato la penna.  A marzo è morto”.

La penna! Mennea ha sempre amato scrivere a mano, i suoi libri erano messi giù con buona calligrafia e poi trascritti da altri. Così faceva con i suoi impegni. Fino a quando si è allenato. Manuela ci  mostra uno scatolone pieno di agende, insieme sfogliamo quella del '79 anno dei record, uno: il 19.72 ancora imbattuto in Europa sui 200mt, lo aveva  strappato a Tommie Smith, l'americano era sceso sotto i 20 alle Olimpiadi di Città del Messico nel '68. "Su quella distanza - commenta - Pietro aveva fatto il tempo più corto del mondo, era l’uomo più veloce e sulla sua agenda aveva annotato solo ora rio e record. Questo racconta chi era Pietro. Sembrava polemico, ma fuori dalla pista era di una grande ironia. Certo la polemica lo motivava. Ma anche la rivalità. Tra lui e Borzov, comunque,  si esauriva alla fine della competizione. Mi raccontò che a Mosca sui 100 era stato eliminato in semifinale, ritornò in albergo distrutto e l’unica persona con cui volle parlare fu Valerij  Borzov, che lo raggiunse in hotel. Poi tramutò quella sconfitta in oro sui 200, ne andava orgoglioso”. Nel libro ricorda il gesto di Smith, il pugno guantato e steso mentre era su podio, un saluto a favore dei diritti umani, avrebbe detto. Ci viene naturale chiedere se con una medaglia al collo Mennea si fosse inginocchiato, oggi, per Black Lives Matter: "Assolutamente si, era il primo a schierarsi a favore dei più deboli". 

Tutto nello studio legale Olivieri Mennea, racconta Pietro, ci sono i quadri realizzati dall' artista greca che aveva fatto i francobolli per Atene 2004, tra cui uno ispirato alla vittoria russa dell'azzurro, quando Mennea lo ha scoperto l'ha conosciuta e sono arrivate le opere. E c'è un gold retriever di 3 anni, che si aggira per lo studio, il cane di Manuela, che si chiama Speed. E poi ecco che spuntano da un mobile due scarpe, una azzurra, piccola, consumata, l’altra enorme, lucida, arancione“ Vede questa piccola e consumata è di Pietro ci ha fatto il record, questa invece è di Usain Bolt, è quella del record di Berlino 2009, gliela regalò lui”. Accostate, in effetti fanno una certa impressione. 

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