Vi racconto la mia vela

America's Cup
Guido Meda

Guido Meda

Il nostro Guido Meda, commentatore della Prada Cup, per noi torna indietro nel tempo e ci racconta come nasce la sua passione per questo spettacolare sport. Su Sky Sport dedicato un intero canale, il 205, per immergervi nella competizione

PRADA CUP, I RISULTATI DELLA 1^ GIORNATA

Trascorrevamo parte delle nostre vacanze in una casa di campagna in Piemonte. A venti chilometri da lì avevamo il Mottarone per sciare, ad altri venti il Lago Maggiore per veleggiare. La chiamavamo la "combinata divina" e si verificava quando d'inverno riuscivamo a sciare la mattina e andare in barca il pomeriggio. Fu così, bambino con la propria famiglia, che imparai le quattro cose sulla vela che poi mi sono rimaste dentro. Aumentato il nucleo e cresciuto io, papà decise di acquistare una barca più grande, ci emancipammo e diventammo finalmente un equipaggio di mare! Piccole regate e grandi vacanze.

Nel frattempo Ambrogio Fogar, amico personale di papà, con le sue imprese e il suo Surprise era diventato il mio supereroe in carne ed ossa. Mi aveva preso in braccio a Castiglione della Pescaia al termine del suo giro del mondo in solitario nel 1973. Da lì in poi instaurai con lui un rapporto che restò forte quanto le sue mani segnate da un anno di mare. Non tutti i bambini si potevano permettere un supereroe in carne ed ossa. Io sì, fortunatamente sì. E fu così che gli chiesi di diventare mio padrino di cresima. Accettò con gioia e da lì diventammo amici, fino al momento in cui, cresciuto io e più maturo lui, le nostre carriere televisive si incontrarono negli studi di Mediaset. Ma anche fino al momento in cui il destino lo inchiodò ad un letto accanto al quale passai grandi ore a chiacchierare e a riflettere. La vela era sempre al centro dei suoi pensieri. Oggi Ambrogio mi manca; mi piacerebbe averlo qui per sentirlo mentre celebra o dissacra, racconta, si prepara a vedere la Coppa America.

Dalla più tenera età sapevo tutto delle barche: misure, disegnatori, cantieri. Mi sognavo in Coppa America, ma anche sugli oceani come avevo visto fare a Doi Malingri con Cs&Rb, a Erik Pascoli con Tauranga, a Giorgio Falck con Guia. Cito loro perchè è nitido il ricordo di quando con papà e mamma andammo ad accoglierli in Liguria alla fine di quell’incredibile giro del mondo in pieni anni ‘70. Mio padre mi teneva per la manina mentre incontravamo quei marinai straordinari, sfiniti, barbuti ma bellissimi nel salotto del comandante dell’Amerigo Vespucci che aveva navigato a vele spiegate fino a Sante Margherita Ligure per festeggiarli in pompa magna in un vero e proprio evento di orgoglio nazionale. Come poi - peraltro -   non se ne videro più. Era l’epoca in cui i marinai navigavano ancora con il maglione di lana, o anche due uno sopra l’altro, e le cerate gialle. Vestii anch’io così, per molto tempo, giusto per sentirmi uno di loro. Arrivarono pure le scarpe da barca, (che poi non ho mai più abbandonato) . E arrivarono i miei diciott’anni; con essi la patente nautica, presa in contemporanea a quella per la macchina. Univo finalmente le mie passioni. 

Papà metteva generosamente a mia disposizione la sua macchina perchè potessi andare con i miei amici sulla.. sua barca. Comandante sfrontato e imprudente di una piccola masnada di ventenni, finii per prendere il mare in tutti i modi. Quelli buoni e tranquilli e quelli cattivi e pericolosi. Il nostro utilizzo "allegro" della barca la ridusse male, weekend dopo weekend, navigazione dopo navigazione, e non passarono molte stagioni perchè papà decidesse di togliermela dalle mani, vendendola e riconsegnandomi agli studi (e alle moto) ancora tutto intero. Prima che fosse troppo tardi. Della vela apprezzavo la solitudine sì, ma anche la caciara in compagnia che vedeva noi al centro del mare e del mondo. Apprezzavo i rumori e i silenzi dello scafo, il lamento delle scotte tese, il dondolio delle notti in rada, la sintonia della gente in manovra (ma non sempre), le boline con la barca sbandata, falchetta in acqua, vedendo persino gli otto nodi che secondo papà per quella barca erano una velocità pazzesca. Ne avrei voluta di più. Più velocità, sempre. Continuavo a confrontare le velocità di macchine e moto con quelle delle barche e mi montava la delusione. Convertivo i nodi in chilometri orari per scoprire che quando andavamo forte non facevamo nemmeno i venti all’ora. Roba che il mio motorino ci arrivava pedalando e senza nemmeno dargli il gas. Ero vorace,  incapace di relativizzare, teso a pretendere solo l’estremo come capita quando si hanno vent’anni.

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Le occasioni diminuirono e mi trasformai in un velista proprio occasionale, incastrando le mie uscite, le mie regatine, le mie vacanzine mediterranee in mezzo a mille avventure professionali nel mondo e in mezzo pure agli impegni della famiglia, quella che poi ho costruito io, con mia moglie e i miei figli. La passione per il mare è lì, a loro disposizione. In casa ci piace più l’estate dell’inverno, di base perchè si tornano a mettere i piedi e la barca in acqua. In eredità ai miei figli ho purtroppo consegnato anche il mal di mare che mi ha sempre seguito e perseguitato, anche se con il passare del tempo, l’abitudine e l’invecchiamento, é andato a stemperarsi fino sparire quasi completamente. Il destino ha voluto che mio figlio e il figlio più piccolo di Giovanni Soldini si trovassero compagni di scuola e di divertimento e che io Giovanni (uno dei più grandi marinai della nostra storia) da papà ci trovassimo a condividere delle ore di conversazione di stampo marinaro. Il suo Maserati è veloce proprio come piace a me, come avrei voluto la nostra paciosa barchetta di famiglia. La velocità che può mettere paura, quella paura che poi ne è una componente fondamentale.

I monoscafi della Coppa America anche. Si tratta proprio del massimo che la tecnologia potesse esprimere, ma attenzione a non cadere in quei luoghi comuni che vorrebbero l’ingrediente umano relegato in un angolino. Sulle barche volanti l’uomo conta, contano la marineria, la sensibilità per mare e vento, la sopportazione tipica di chi riesce a reggere la fatica facendone una compagna invece che un disagio. Sulle  barche volanti ci sono comunque molti tra i migliori velisti del mondo. Gente in gamba, con pochissime menate, zero sovrastrutture; gente diretta, schietta, magari dura ma leale, come impone la legge del mare. Va bene, ci sono di mezzo i soldi, gli investimenti enormi, i grandi brand certo, ma attenzione a non associare i velisti e la vela solo all’eleganza da banchina, alle cerimonie da circolo, all’etichetta che un vecchio evento come la Coppa America inevitabilmente richiede. Attenzione a non pensare che la vela sia per forza difficile, pericolosa o costosa, perchè non è necessariamente vero. Ci si può svenare sì, ma si può affrontare la vela anche con poco. Si può provare, magari d’estate, su una spiaggia, con una mezz’ora a noleggio da venti euro, accanto a qualcuno capace, per cogliere le prime sensazioni. Con l’altissimo rischio che una volta provate non se ne vadano più.

 

La Coppa America di Luna Rossa Prada Pirelli, con un canale tv (il 205) completamente dedicato, sarà una straordinaria occasione per avvicinarsi alla comprensione di questa passione naturale. Scoprirete cose che vi sembreranno complicatissime come lo sono state per me mentre studiavo e credevo di impazzire, ma anche aspetti più semplici di quel che credevate. Le regate si disputano su campi corti e stretti e le velocità pazzesche (qui sì che si può arrivare a quasi cento all’ora), faranno sì che ogni regata si esaurisca mediamente in una ventina di minuti intensissimi, con poco rischio di tempi morti. Sarà incredibile scoprire cosa si può fare solo con il vento. Già, perchè la vela è l’unica maniera esistente di trasferirsi per il mondo con "carburante naturale",  del tutto gratuito, totalmente eco-friendly. I nostri avversari sono spaventosi. La grande tradizione degli americani e degli inglesi, dove la Coppa è stata per 130 anni e dove è nata, ha fatto sì che si presentassero ad Auckland armati fino ai denti. Il regolamento prevede che le barche debbano essere costruite nella nazione che rappresentano, quindi Luna Rossa che nelle world series si è già dimostrata competitiva, molto, è un’eccellenza tutta italiana. E non dovremo vergognarci di fare il tifo per lei che rappresenta una nazione velisticamente in una sfida tra nazioni. Ora inizia la Prada Cup, che servirà - attraverso quattro gironi detti “round robin” seguiti da semifinale e finale - a individuare la barca delle tre che meriterà di incontrare i detentori neozelandesi nella Coppa America che comincerà il 6 marzo. Siamo gasati e pronti per raccontarvela e adesso sapete anche come sia capitato che uno che parla di norma di motorette e macchinine sia dietro al microfono per la vela. Sono circondato da esperti: Roberto Ferrarese, che ha fatto le Olimpiadi e le Coppa America, Flavia Tartaglini, deliziosa atleta olimpica del windsurfGiovanni Bruno con la sua conoscenza della storia della Coppa di cui è appassionatissimo da sempre. C’è tutta una  vera squadra insomma, nella quale abbiamo già capito, dopo le prime miglia di telecronaca insieme, che ci vogliamo bene. Proprio quello che serve quando un equipaggio prende il mare!

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