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Dan Peterson, 90 anni di storie e aneddoti raccontati a Sky Sport

esclusiva
Dalila Setti

Dalila Setti

In occasione del suo 90esimo compleanno, Dan Peterson si racconta a Sky Sport. La vittoria più bella, il campione più forte allenato, il rimpianto e i retroscena dietro le sue frasi cult. E ancora: cosa cambierebbe del basket di oggi, le perplessità sull'NBA in Europa e un consiglio all'amico Ettore Messina...

Auguri, coach, buon compleanno!

"Prima di tutto, amici sportivi e non sportivi, buongiorno e grazie per il buon compleanno".

Se chiude gli occhi, cosa vorrebbe rivivere delle tante vittorie?

"Probabilmente quella con l’Aris Salonicco, la partita più importante, più drammatica e più bella della mia carriera. Penso ancora che sia la rimonta in un doppio confronto con più divario nella storia della ex Coppa dei Campioni. Un totale di 65 punti, da -31 a +34. La maniera in cui l’abbiamo fatta, la grande partita di Meneghin… Ci ha permesso di entrare nel girone di 6 squadre e poi l’abbiamo vinta quella Coppa dei Campioni. Senza quella partita la stagione sarebbe stata un’altra cosa. Quando ci penso scuoto la testa, perché non riesco ancora a capacitarmi del fatto che l’abbiamo fatta".

Approfondimento

Dan Peterson, per tutti numero uno

E’ nella memoria di tanti appassionati che si chiedono ancora oggi com’è stata possibile. 

"Quando faccio discorsi di team building, mi chiedono di due momenti: la rimonta con l’Aris e l’anno della 'Banda Bassotti', quando eravamo pronosticati per retrocedere e abbiamo fatto la finale Scudetto. Nessuno di quella generazione e anche oltre ha dimenticato questo".

E’ arrivato in Italia e nemmeno lei si immaginava che sarebbe diventata casa sua. A Bologna ha rivoluzionato il basket, a Milano è diventato un’icona: che cos’è l’Italia per lei?

"Come dicono, anche giustamente, ho fatto... Colombo al rovescio! E’ stata una grande scoperta per me, perché prima di venire in Italia non ero mai stato né in Italia, né in Europa, né oltreoceano, ma solo in Sudamerica. Venire a Bologna è stato come la prima volta che ho attraversato il fiume Mississippi andando verso ovest. Ti apre la visione, da un tunnel vedi un panorama: mentalmente, psicologicamente, da un punto di vista dell’attitudine, dei valori, della cultura, della storia, della lingua, della mentalità… di tutto. Per me è stato come un dottorato in filosofia a Harvard".

Oltre al successo sportivo da coach, come si spiega il successo che ha avuto come personaggio in Italia?

"Non lo so. Nel 1978, quando sono venuto a Milano, conoscevo già Bruno Bogarelli perché lui era il direttore di “Giganti del Basket” e io scrivevo lì: pranzavamo insieme dal lunedì al venerdì ogni settimana. Quando lui prese i diritti per l'NBA su Italia 1, mi disse: “Coach, vuoi fare la telecronaca?”. Certamente! Avrei guardato le partite lo stesso , perché non commentarle? Quello è stato l’inizio. Non sapevamo mai se ci avrebbero rinnovato l’anno successivo. A Fininvest, poi, Silvio Berlusconi mi ha preso per condurre la premiazione degli Oscar, l’inaugurazione della presidenza di Reagan, mille cose. Da lì, mentre facevo queste cose, pensavo nella mia testa in modo minimalista: “Vediamo l’anno prossimo se ci rinnovano o meno”. Quando ho fatto il provino per lo spot per la Lipton, c’erano altri due candidati e io pensavo: “Mi hanno dato un tot di soldi per una mattina”, ma per me finiva lì. Quando mi hanno richiamato per fare lo spot, è stata una cosa inaspettata. Insomma, tutto è cresciuto con il tempo".

Com’erano le frasi iconiche, anche in telecronaca.

"Anche quella di 'Mamma, butta la pasta' la racconto sempre. Quando ero giovane e vivevo a nord di Chicago, la mia squadra preferita erano i Cubs, ma c’era anche l’altra squadra dell’altra lega, i White Sox, nella parte sud, più lontana da noi. Mio padre era tifoso dei White Sox, io e mio fratello dei Cubs, però il radiocronista dei White Sox, Bob Elson, era il migliore. Quando le partite stavano per finire ed erano su un punteggio ormai indirizzato, lui diceva riferendosi a sua moglie: 'Mamma, metti il caffè sulla stufa'. In Italia ha meno senso, così ho preso da lui il concetto e la parola 'mamma' e l’ho unito con il famoso detto italiano 'butta la pasta'. Quindi ho rubato tutto! Sono il Jesse James degli slogan". 

In realtà, un genio della comunicazione anche oggi. Torniamo in campo: la squadra e il giocatore più forti che ha allenato?

"La squadra che ha fatto grand slam con Meneghin, D’Antoni, McAdoo, Premier, Bargna, Boselli, Gallo, Pittis. Vorrei giocare il campionato italiano di oggi con quella squadra del 1987. Chi ci batte? Chi marca McAdoo e Premier? Chi segna contro Meneghini? Chi pressa D’Antoni? Nessuno. Come giocatore più forte a Milano, devo dirne tre: tra gli italiani, Dino Meneghin; tra gli stranieri Bob McAdoo; tra gli oriundi Mike D’Antoni". 

Cosa le piace del basket di oggi, tra quello americano che è cambiato tanto e quello europeo e italiano?

"Non mi piace il tiro da 3 perché è un gioco di specialisti. Nessuno tira più da 2 punti fuori dall’area dei 3 secondi, si rinuncia a due terzi della zona d’attacco per tirare da 3. Una volta Larry Bird, Michael Jordan, Magic Johnson e Julius Erving usavano tutta la zona d’attacco. Oggi Brook Lopez, alto 2.16 metri, fa un angolo e tira… ti prego, non fa per me".

Siamo verso una rivoluzione: il basket è cambiato tanto, anche quello americano. Si parla tanto di NBA Europe.

"I Los Angeles Lakers giocheranno a Milano una partita ufficiale contro l’Olimpia Milano o i Boston Celtics giocheranno a Madrid contro il Real Madrid in una partita che conta per la classifica dell’NBA? No, è un’altra cosa: è l’NBA che gestisce un campionato europeo. Diciamo le cose come stanno. Ai tifosi che mi dicono: “Dan, l’NBA viene in Europa”, rispondo di scordarsi questo".

90 anni oggi per lei e per l’Olimpia Milano: questo è un legame incredibile. 

E"’ una coincidenza da uno su un trilione". 

Cosa augura a questa Olimpia?

"Vado ancora alle partite, sono sempre disponibile sia per l’Olimpia che per chi allena l’Olimpia: prima Ettore Messina, adesso Poeta ma anche chi prima di lui. Auguro di andare avanti bene in Coppa Italia, in Eurolega e ovviamente nei playoff italiani. Auguro anche un ritorno di Roma in Serie A. Milano e Roma sono i due poli dello stesso asse attorno a cui gira tutto il mondo del basket italiano. Vorrei vedere la Virtus sempre forte com’è adesso, vorrei vedere la Fortitudo tornare in A1 per il derby, vorrei vedere la Pallacanestro Milano, che adesso gioca in Serie C, tornare per il derby contro l’Olimpia. Ho tanti auguri da mandare in giro".

Uno dei suoi rimpianti è aver smesso troppo presto, a parte quella parentesi del 2011.

"Avevamo vinto 3 Scudetti di fila, 2 Coppe Italia di fila, 2 Campionati Europei. Ero molto stanco, molto esaurito: non volevo tenere la società ostaggio di un mio capriccio. Avrei potuto chiedere un mese di vacanza per prendere un po’ di sole, ricaricarmi e tornare. Non l’ho fatto anche perché non volevo ostacolare Franco Casalini che stava per andare via. E’ stato un insieme di cose. Non volevo sentir dire: “Peterson ha perso lo Scudetto perché fa la pubblicità, perché fa la televisione”. E’ stata una decisione più di testa e meno di cuore, avrei dovuto fare più di cuore e meno di testa". 

Dovrebbe pentirsi anche Ettore Messina?

"Questo non lo so. Quando si è dimesso, gli ho scritto: 'Allora cosa fai per il resto della vita?'. Ettore è troppo bravo, è un patrimonio del basket italiano. Non vorrei mai buttar via una cosa così: vediamo cosa decide di fare".

Suona ancora la chitarra? 

"No, non come una volta. Come tutte le cose della vita, o ti alleni ogni giorno o lo perdi. Poi non ho più la voce di una volta. Se prendo la chitarra, non potendo fare gli arpeggi come una volta, mi arrabbio e piuttosto che farlo male la metto via. Non sono più bravo con la chitarra. Non ero bravissimo neanche all’inizio, ma ora non sono neanche a quel livello. Fra me e Eric Clapton c’è una distanza come fra 0 e 100".

Auguri coach, davvero.

"Grazie mille, un abbraccio. E amici sportivi di Sky Sport, un saluto a tutti".

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