Murillo: "Volevo andare via dall’Inter, al Valencia per il Mondiale. E a 18 anni andai all'Udinese senza saperne nulla"

Calcio
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Dagli inizi in Sudamerica al passaggio inaspettato all’Udinese, fino all’esperienza in Italia con la maglia dell’Inter e alla rinascita al Valencia. Jeison Murillo si racconta nel corso di una lunga intervista ad As

Rinascita in Spagna dopo l’ultima stagione complicata con l’Inter. Nel Valencia che stupisce tutti in Liga uno dei principali protagonisti è Jeison Murillo. Arrivato quest’estate, il difensore colombiano si è subito ambientato nella squadra di Marcelino, attualmente seconda in classifica dopo aver collezionato 8 vittorie e 3 pareggi in 11 partite di campionato. Una svolta per Murillo, che – partendo dalla sua infanzia e arrivando all’obiettivo Mondiale con la Colombia - si è raccontato nel corso di una lunga intervista concessa al quotidiano spagnolo As. "Provengo da una famiglia umile e appassionata di calcio. Siamo cinque uomini e tutti giocavamo bene, ma solo in due siamo diventati calciatori, io e mio fratello Junior, che gioca nella seconda divisione colombiana con l’Orsomarso. Nonostante giocassero bene, gli altri non hanno avuto la nostra stessa fortuna. Da piccolo vedevo il calcio come un sogno – ha raccontato Murillo - e allo stesso tempo come un’opportunità di aiutare la mia famiglia. In Sudamerica fare il calciatore è probabilmente il massimo, da piccolo mi svegliavo per andarmi ad allenare sapendo che lo facevo per il mio sogno e per il futuro della mia famiglia. Le difficoltà incontrate non sono state poche, la più importante riguardava i trasporti per andare agli allenamenti. Era molto complicato e per questo tengo sempre presenti gli sforzi dei miei genitori. Senza i loro sacrifici e senza quelli dei miei fratelli adesso non sarei qui, per questo motivo prima e dopo le partite chiamo sempre i miei giocatori e mia moglie, ho bisogno del loro sostegno".

A 18 anni mi hanno venduto all’Udinese senza che sapessi nulla

Poi un aneddoto curioso sull’arrivo in Italia, all’Udinese, prima di essere girato al Granada. "Ho iniziato a giocare da portiere, ma presto mi hanno spostato di ruolo – ha proseguito il difensore colombiano -. Videro che avevo caratteristiche da guerriero e mi collocarono al centro della difesa. Ho sempre continuato così. I miei modelli? Da piccolo non guardavo il calcio europeo, i miei modelli erano Yepes, Perea e Cordoba. Non ho mai giocato nella prima divisione colombiana: ho partecipato al Mondiale Under 17 in Nigeria giocando con l’Under 18 del Cali. Appena terminato il torneo mi hanno venduto all’Udinese, la mia avventura in Europa è iniziata così. Non sapevo di dover andare in Italia, ho ricevuto una chiamata nella quale mi dicevano che ero stato venduto e che sarei dovuto andare in Italia, così, da un giorno all’altro. Ricordo ancora le lacrime di mia madre quando quel giorno rientrai a casa. Io stavo ancora decidendo, ma a lei avevano già detto tutto. Non sapevo niente di niente, non avevo nemmeno idea che ci fossero trattative con l’Udinese. Ero in Nigeria e appena sono tornato mi avevano cambiato la vita. Però è chiaro, giocare in Europa è il sogno di ogni bambino sudamericano. Quando cresci come calciatore il tuo sogno passa per l’Europa. Io avevo 18 anni e stavo andando da solo in un Paese sconosciuto. Però era quello che dovevo fare. Poi la tecnologia mi ha aiutato a sentirmi più vicino a casa. A Udine però feci soltanto le visite mediche, poi andai quasi direttamente a Granada. Lì mi sono trovato bene per la lingua e ho conseguito la nazionalità".

Volevo andare via dall’Inter, adesso mi prendo i Mondiali grazie al Valencia

In chiusura le differenze tra il calcio italiano e quello spagnolo, il perché dell’addio all’Inter per andare al Valencia ed uno sguardo agli obiettivi futuri. "Il calcio italiano mi ha aiutato molto tatticamente, si seguono tante esigenze tattiche. In Spagna invece ci sono più spazi, più uno contro uno. Qui il gioco si addice di più alle mie caratteristiche. Perché il Valencia? La mia intenzione era quella di andare via dall’Inter – ha spiegato Murillo -. Quando non stai bene in un posto, bisogna cercare nuovi orizzonti. C’erano diverse opzioni per me, ma appena è apparso il Valencia non ho avuto dubbi. Sapevo cos’era questo club, mi hanno spiegato il progetto e le intenzioni. Dopo la prima chiacchierata ci ho messo un secondo a prendere la mia decisione. Non so se è collegato al destino, ma già negli anni in cui ho giocato in Spagna il Valencia mi attraeva. Mi sembrava un club eccellente con una grande tifoseria. Ai sudamericani la passione del Mestalla ricorda casa. Quando mi hanno prospettato il Valencia ho pensato a tutti questi fattori. In più mi hanno parlato di un Valencia ambizioso e lavoratore, ho avuto subito la fiducia dell’allenatore che mi ha chiamato e mi ha spiegato tutto. Ho pensato che era la migliore opzione per ricominciare da zero con la mia famiglia. E la città mi ha accolto benissimo, adesso ho anche una figlia valenciana. Sono arrivato con il vantaggio di conoscere la Liga, ma la mentalità della squadra mi sta aiutando tantissimo. Questo è un Valencia vincente, che lavora ogni giorno per esserlo anche grazie al nostro allenatore, un grande. Marcelino mi ha dato fiducia, ma non solo lui. Anche il club e la gente. La passione della tifoseria ti fa lottare ogni giorno per questo simbolo. Non ci sentiamo invincibili, i grandi risultati derivano dal lavoro di ogni giorno. Senza lavorare saremmo vulnerabili. L’euforia è massima, però qui siamo tutti professionisti e conosciamo gli alti e bassi che ci sono nel calcio. Praticamente tutti nello spogliatoio veniamo da momenti difficili in passato, sia quelli che erano già al Valencia, sia quelli che giocavano meno in altri club. Senza dubbio ora stiamo come tra le nuvole. Però teniamo i piedi per terra, manca ancora tanto. Abbiamo due segreti, uno è il lavoro e l’altro è che siamo una famiglia. Tra noi il rispetto è massimo, abbiamo tutti un solo obiettivo chiunque sia il nostro avversario. Il Valencia ha subito soltanto tre gol con me in campo? E’ un dato che fa piacere, ma è merito del lavoro di tutti. Da parte mia spero di andare al Mondiale grazie a questo club, mentirei se dicessi di non essere venuto qui per questo. Voglio tornare ad essere quello che ero".

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