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26 giugno 2018

Maldini, 50 anni di mito: "So chi sarò, non so dove sarò. Ma non sono preoccupato"

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Federico Buffa incontra Paolo Maldini nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e ne viene fuori una lunga chiacchierata. Ricordi mai sbiaditi della storia rossonera. Anche episodi divertenti, come “quando Agostino Di Bartolomei telefonava all’amico Andreotti” e attuali. “Adesso quando sento Van Basten parliamo dei nostri dolori...”

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Sky Sport celebra il 50° compleanno di Paolo Maldini: alle 20.45 e a mezzanotte, appuntamento con “Federico Buffa incontra Paolo Maldini”: lo storyteller e il campione ripercorrono insieme le fasi più interessanti della carriera dell’ex difensore, le origini, l’amore per la famiglia e per la sua città, gli esordi, l’etica e l’estetica del calcio apprese dal padre Cesare, i primi grandi maestri in panchina (Liedholm) e in campo (Di Bartolomei e Baresi), il presente e il futuro. Un racconto originale che, grazie allo stile narrativo unico di Buffa, si trasforma in un viaggio tra ricordi ed emozioni.

Nato e cresciuto a Milano, sei fratelli, il maschio che non arrivava e una casa stretta…

“Sono nato e cresciuto a Milano: mi identifico nei valori dei lombardi… Secondo me, nelle idee di mio padre e mia madre, non c’era l’idea di fare 6 figli: ho anche il piccolo dubbio che loro cercassero comunque il maschio e il maschio è arrivato solamente al quarto tentativo. La casa era stretta sì, ma penso sia stata la mia fortuna. È stato un divertimento incredibile”.

Fino a 14 anni non era una stella, ma poi...

“Papà Cesare ha subito visto in me un calciatore? No, certo che gli venisse il dubbio, probabilmente era anche un bel dubbio, però, di tanti talenti poi sprecati…  almeno io, nelle giovanili, non ero sicuramente la stella, diciamo dai 10 ai 14 anni. Poi, dai 14 anni in poi ho fatto il salto di qualità”. Alla domanda se Cesare gli avesse chiesto se giocare nel Milan o nell’Inter, Maldini spiega:“Sì. Non solo Milan o Inter, siccome io avevo un mio compagno di classe che abitava al pianterreno, e aveva un bello spazio dove poter giocare, mi piaceva giocare in porta. Mi ha chiesto se volevo fare il portiere e se volevo andare al Milan o all’Inter. E io ci ho pensato, non su Milan o Inter, ma sul fatto se fare il portiere o il calciatore di movimento”.

Dove vuole, Mister

Leggenda dice che, col solito verbo “iocare”, Niels Liedholm, “il Barone”, ti abbia chiesto, addirittura, dove volessi giocare. “Se a destra o a sinistra, sì”. E tu, destro naturale, dici destra. “No: Dove vuole Mister. Almeno il rispetto. Ma è stata una sorpresa per tutti, è stata una sorpresa per me. A causa della nevicata ci allenavamo a Milanello ed era tutto ghiacciato. Non avevo le scarpe da ghiaccio e me le sono fatte prestare da un giocatore che aveva due numeri meno di me, sono arrivato a Udine con le unghie completamente andate, un dolore terribile, sono andato in panchina non allacciando le scarpe. Nel momento in cui mi ha detto: entri, non ho sentito più niente.”

La prima intervista e quel dubbio sulla sessualità

“C’è stata tanta attenzione per il mio esordio, sono state programmate anche delle interviste, il lunedì avrei avuto un sacco di pressione, soprattutto a scuola, io ho chiesto di non andare e sono stato accontentato”.

Ma un’intervista te l’hanno fatta e non hai un grande ricordo. “No, diciamo che il mio rapporto con la stampa forse è stato anche condizionato da quell’intervista.  Perché le esperienze ti condizionano e mi ricordo questa giornalista della Gazzetta (ndr. Rosanna Marani), diciamo che non era tanto interessata all’aspetto sportivo, ma siccome indossavo una polo - tra l’altro in dotazione proprio alla squadra Milan - una polo rosa, è andata sulle domande personali: “Sei fidanzato, non sei fidanzato…” Allora non lo ero. E diciamo che nell’articolo ha fatto supporre una mia omosessualità che sinceramente il giorno dopo mi ha messo a grossissimo disagio nei confronti dei compagni. Certo, me l’avessero fatta adesso mi sarei messo a ridere, però ti puoi immaginare nell’’84-‘85, un ragazzo di sedici anni, che si affaccia al mondo dello sport e questo è diciamo l’esordio sulla stampa…

Quando Di Bartolomei telefonava ad Andreotti

Agostino Di Bartolomei è stata una persona importante, perché era bravissimo coi ragazzi giovani, con me in particolare. Probabilmente aveva visto qualcosa in me che gli piaceva, sono stato in camera con lui più volte, dove tra l’altro chiamava al telefono il suo amico Giulio Andreotti…

Una volta ho giocato centrale con lui e gli faccio: “Ago, dove vuoi giocare, a destra o a sinistra?”. Mi ricorderò sempre, a Lecce. E lui mi ha detto: “Paoletto, io sto in mezzo e tu me corri intorno”.

Solo il giorno dell’esordio ha capito che poteva giocare in Serie A!

Quando mi sono accorto che sarei diventato quello che sono diventato? “Sinceramente, il giorno dell’esordio. Quel giorno di Udine ho finito la partita e ho detto: “Ma io allora posso giocare in Serie A”. Fino allora non lo avevo mai pensato.

Tra i giocatori che ti hanno dato "fastidio" c'è Chris Waddle. “Ciondolante, ma meno scattante. A me davano fastidio quelli che spostavano la palla, ondeggiavano… Shevchenko ti puntava così e… difficile. Io sono uno scattista. Ero uno scattista, non più ormai. Quelli che si fermavano e ripartivano erano il mio pane.”

Quando ti accorgi che sei finto in un Milan diverso da quello in cui sei cresciuto, cioè dall’86 in poi, cosa cambia in Maldini? “Cambia tutto. La maniera di allenarsi, cambiano gli obiettivi, cambia qualche compagno, anche se io credo che la fortuna di quel Milan sia stata Liedholm e quei 4-5 difensori- insieme poi ad Evani-, perché la base di tutto quel Milan lì era la difesa italiana a quattro. Quello è stato il grande motore del Milan, di Sacchi e poi di Capello".

Adesso con Van Basten parlano dei loro acciacchi... 

“Marco era uno spettacolo, veramente uno spettacolo. Un giocatore con una classe immensa. Bomber, cattivo. Era esattamente alto come me, pesava come me, aveva una classe diversa, ma anche negli allenamenti fisici eravamo sempre a battagliare. Adesso quando ci sentiamo, purtroppo, parliamo sempre dei nostri dolori. Lui tra l’altro ha dovuto smettere quando era al massimo a 28 anni, era capocannoniere”.

Gullit, un calcio totale. La fatica fatta con Sacchi 

“Ruud era un giocatore veramente universale. E non lo era solo sul campo, spingeva la squadra ad essere più coraggiosa, all’olandese. Quando rivedevamo le partite, lui spingeva i terzini più avanti. Un calcio veramente totale. E da quel punto di vista lui è stato davvero importantissimo”.

Sacchi vi mise anche in stanza insieme. “La rivoluzione è stata totale. Allenamento, maniera di comprendere, capire e vivere il calcio, impegno, diciamo… 24 ore su 24, anche se io non ero particolarmente d’accordo, però abbiamo fatto anche a livello fisico delle cose che le squadre del giorno d’oggi assolutamente non fanno.  Io arrivavo il giovedì, venerdì che io dicevo: “Io non riesco a giocare domenica, son sicuro che non riesco a giocare”. Perché ero stravolto, io come tutti gli altri. Poi arrivavi al sabato, pre-gara e iniziavi a sentirti bene, ma proprio per la stanchezza. E la domenica avevamo una forza incredibile. Per quegli anni era una squadra anche molto forte fisicamente.

Il rapporto coi tifosi

Con i tifosi un rapporto conflittuale… “Per me la mia privata era sacra… tanto alla fine, se io esco e non rendo alla domenica, sono io quello che non ne beneficia di questa situazione. Quindi sono io che gestisco la mia vita, sono io che so quello che sa di cosa ha bisogno. Quando vivevo ancora a casa dei miei, mi ricorderò sempre mio papà. Giochiamo con la Sampdoria di Vialli e Mancini. Martedì. Io dico: papà io vado fuori a cena. E lui mi fa: “cosa?? Ho detto: papà vado fuori a cena. “aolo, ma giocate con la Sampdoria domenica...Papà, ma è martedì!”

Sullo scontro con i tifosi dopo la sconfitta in finale contro il Liverpool: “Questo è lo sport. È proprio il succo dello sport: ti do anche l’anima, io posso anche morire in campo, però, una volta che lo faccio, non mi devi dire “Impegnati” o “Sei uno… un poco di buono”. Come capitano non potevo accettarlo. Non potevo accettare che un ragazzino di 22 anni - io giocavo da 20 anni al Milan - dopo una partita del genere, mi dicesse qualcosa.

Nel futuro di Maldini

Maldini non ha mai fatto l’allenatore. “No, per scelta. Dico sempre che non ho mai detto quello che avrei fatto, perché sinceramente non sapevo, ma ero sicuro di quello che non avrei fatto. E già non è male, come inizio”. Fare il direttore tecnico di un club? “Credo di avere una certa conoscenza calcistica, la personalità per parlare con determinate persone, che sembra una stupidaggine, ma non è così banale riuscire a parlare con tutti e a farsi sentire da tutti”.

50 anni ad Ibizia

“Prima di tutto non amo festeggiare, ma per questa occasione ho deciso di portare tutta la famiglia e qualche amico a Ibiza: sono tre mesi che sto dietro a questa organizzazione…Però alla fin fine lo devi festeggiare con le persone della famiglia, le persone che sono state importanti per te, e queste sono quelle della mia famiglia”.

Consapevolezza

A 50 anni chi vuole essere Palo Maldini? “Diciamo non così chiara sul chi sarò. E anche chi sono ce l’ho abbastanza chiara o forse, anche su chi sarò, perché alla fine, è sempre stato difficile scindere la persona dal ruolo, che fosse calciatore, che fosse imprenditore, quello che vuoi. Quindi so chi sarò. Non so dove sarò. Questo ancora non lo so, ma non mi preoccupa più di tanto”.

 

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