"Ho visto la Madonna". Le rimonte "miracolose"

Champions League

Alfredo Corallo

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Gattuso raccontò di avere avuto le "visioni" dopo le due disfatte del Milan con Deportivo e Liverpool. Ma quante emozioni nella storia del calcio europeo: da Bayern-Manchester alle "remuntade" del Barcellona, riviviamo alcune delle più grandi imprese mai realizzate

"Ho visto la Madonna un paio di volte e so di che colore è fatta". Prima di gridare alla blasfemia proviamo a immaginare cosa sarà passato nella mente di un calciatore che è stato testimone di quelli che - suo malgrado - vengono comunemente definiti degli autentici miracoli sportivi: perché Rino Gattuso era al Riazor la notte del 6 aprile 2004, quando il Deportivo La Coruna ribaltò ai quarti il 4-1 del Milan (Prima apparizione); e c'era anche il 25 maggio dell'anno dopo allo Stadio Olimpico Ataturk di Istanbul, dove i rossoneri furono rimontati in finale da 3-0 a 3-3 e poi persero ai rigori contro il Liverpool (Seconda apparizione).

 

Per Gattuso quella "mazzata" rappresentò forse un disegno divino, qualcosa di mistico, più grande di lui, che quella sera diventò tangibile ai suoi occhi, ma più terreno per noi comuni mortali se rivelato attraverso l'interpretazione "folkloristica" cui il calabrese ci ha sempre abituato. Di sicuro, quello che è successo a Barcellona ieri sera non ha molto di razionale, né dimostrabile scientificamente come avrebbero voluto gli "illuministi" parigini, antenati di Rabiot: dovranno farsene una ragione...

 

La porta dei miracoli. Se la parata di Dudek sul tiro a botta sicura di Shevchenko rivoluzionò le leggi della Fisica, ciò che ha "visto" la porta del 6-1 di Sergi Roberto al Psg ha del soprannaturale. In ordine sparso: nella semifinale della "vecchia" Coppa dei Campioni 1985-86 il Barcellona pareggia lo 0-3 del Goteborg (che aveva vinto con lo stesso risultato in Svezia) grazie alla tripletta del "Pichi" Alonso. Ai rigori ecco materializzarsi Urruti, il mitico (e compianto) portiere azulgrana: che prima para un penalty e subito dopo trasforma il suo, trascinando il Barça alla finale (tra i raccattapalle figurava, peraltro, un giovanissimo Pep Guardiola).

 

Ancora una semifinale, siamo nel 1993-94: i catalani recuperano il 3-1 di Kiev e, con l'insolita punizione a giro del bombardiere Rambo Koeman (che aveva fatto piangere la Samp a Wembley nel '92) volano ad Atene. Talmente convinti di battere il Milan di Capello che alla vigilia della finalissima Johan Cruijff avrà la bella pensata di farsi immortalare con la Coppa e in conferenza stampa finge di non conoscere Desailly ("Marcel chi?"). Già: sarà proprio il francesone a rinfrescare la memoria al tecnico olandese, segnando il definitivo 4-0.

Manchester-Bayern. Ma la famosa porta del Camp Nou (quella "alla nostra sinistra dei teleschermi") è diventata soprattutto la location della finale "thrilling" per eccellenza, la più folle e emozionante che si sia mai vista in Champions, il 26 maggio del 1999. Proprio in quella rete Mario Basler insacca il gol del vantaggio e illude il Bayern Monaco di essere campione; ma tra il 91' e il 93' è come se il tempo si fosse fermato. Anche quella volta - come nell'ultimo assalto del Barcellona al Psg - ecco due portieri nella stessa area ad aspettare una palla "vagante": Trapp e il collega Ter Stegen a coprirgli la visuale sulla "scucchiaiata" di Neymar; Peter Schmeichel a "folleggiare" sul primo dei due corner calciati da Beckham, che originerà il pareggio di Teddy Sheringham. Sul secondo angolo si consumerà il dramma di Oliver Kahn: impotente sul "flipper" Sheringham-Solskjaer che regala la Coppa ai Red Devils.

 

Juve, brutti ricordi. Gli inglesi, d'altronde, erano arrivati all'ultimo atto del Camp Nou dopo un'altra clamorosa rimonta, ai danni della Juventus: capaci di ribaltare la doppietta-lampo di Pippo Inzaghi e uscire dal Delle Alpi con un impensabile 3-2. Qualche anno più tardi, saranno i bianconeri a compiere l'impresa in semifinale, annullando il 2-1 del Real Madrid al Bernabeu con l'epico 3-1 di Torino che, tuttavia, sarà ricordato per l'ammonizione del diffidato (e indispensabile) Nedved, costretto a saltare la finale di Manchester contro il Milan. Perché Gattuso e compagni all'Old Trafford non ebbero nessuna apparizione, se non per il troppo champagne... Amara anche l'eliminazione della Juve subita dai bavaresi un anno fa, quando la squadra di Allegri era in vantaggio di due reti all'Allianz Arena nel ritorno degli ottavi e finirà sconfitta 4-2. Si rifarà in campionato, confezionando una delle rimonte più belle nella storia della Serie A e conquistando il suo quinto scudetto.

 

Mancio rules. Per rimanere a casa nostra la "pazza Inter" ha fatto scuola: indimenticabile per i tifosi nerazzurri - quelli che, almeno, erano rimasti allo stadio o non avevano già spento la tv - la super rimonta sulla Sampdoria del 9 gennaio 2005. Sotto di due gol, in 5 minuti (dall'88' al 93') la squadra di Roberto Mancini annichilisce i doriani che, increduli, si dovranno arrendere a Martins, Vieri e al magico sinistro di Recoba.  Con un'altra magia, sempre a San Siro, nell'estate del 2006 l'Inter "soffierà" alla Roma una Supercoppa che nel primo tempo sembrava aver preso la strada della capitale. Da 0-3 al 4-3 "inventato" da Luis Figo, autore di una punizione da antologia.

 

ManCity, che paura. Il 13 maggio del 2012 la rimonta più importante nella carriera del Mancio che, in coppia con Mario Balotelli, farà sventolare il Tricolore in Premier League. Il QPR non avrebbe più niente da dire al campionato, ma al 91' conduce ancora 2-1 e l'altro Manchester sembra ormai destinato a diventare campione. Finché non arriverà il 2-2 di Edin Dzeko e al 94' proprio un assist di Balo permetterà al Kun Aguero di segnare il gol che riporterà i Citizens sul trono d'Inghilterra a distanza di 44 anni dall'ultima volta.

 

Big Mac. E qualche anno prima era stato ancora un italiano a far esplodere di gioia gli inglesi. Massimo Maccarrone, oggi all'Empoli, nel 2006 regalò al Middlesbrough il sogno della finale di Europa League realizzando in tuffo al 90' il 4-2 dopo che il Boro aveva perso 1-0 all'andata ed era sotto di due gol al Riverside con la Steaua Bucarest. "He's here, He's there, He's every fuc...ing Where! Massimo, Massimo, Massimo" cantarono alla fine i tifosi, che ci credettero fino all'ultimo secondo. Niente apparizioni stavolta, ma pur sempre una questione di fede.

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