Inter, Vecino è l'uomo del destino (in Champions): una questione di garra

Champions League

Vanni Spinella

Dopo aver portato l'Inter in Champions con il gol alla Lazio, Vecino regala ai nerazzurri un'altra notte pazza e magica con una rete similissima nella dinamica. Merito, come dice Lele Adani, dell'"artiglio" e di quell'attitudine che rende speciali gli uruguagi

 

Sono passati 121 giorni da quando Matias Vecino, con un colpo di testa su calcio d’angolo, trascinò l’Inter in Champions League, decidendo in rimonta, nel finale, la partita contro la Lazio. Quattro mesi dopo, ancora Vecino-l’uomo-del-destino, con un colpo di testa sugli sviluppi di un corner, ha coronato una pazza rimonta interista, il modo migliore per riaccogliere la Champions a San Siro.

Un caso? Non per chi crede alla magia del calcio, alla storia che si ripete, all’esistenza di un disegno che gli dei del pallone hanno pensato per noi. Solo in uno schema del genere si può inserire la bella favola di Vecino, che con due gol similissimi nella dinamica prima ha portato l’Inter in Champions e poi l’ha fatta iniziare con il piede giusto. Da Vecino a Vecino, e sempre dopo Icardi, perché anche contro la Lazio il centrocampista uruguaiano aveva messo la sua firma in fondo al tabellino dopo che Maurito l’aveva pareggiata, poco prima.

Le calamite del destino  

Lo stesso angolo, la stessa palla con parabola a uscire dalla bandierina. All'Olimpico aveva calciato Brozovic e Vecino aveva schiacciato direttamente in rete, a San Siro batte Candreva e "l'uomo del destino" è sempre nella stessa zona, ma la palla lo supera, lunga, e serve una sponda di testa di de Vrij per indirizzarla verso di lui. Si potrebbe quasi pensare che l'abbia calamitato, quel pallone. Che fosse già scritto che dovesse prenderla lui, di testa, sull'ultimo corner.

Se poi vi chiedete perché i già citati dei del calcio abbiano scelto proprio lui, la risposta è probabilmente da ricercare nelle origini di questo meraviglioso gioco e in quel detto secondo il quale "se l'Inghilterra è la madre del calcio, l'Uruguay è il padre".

«La garra charrua! L’ultima parola agli uruguagi! Sempre loro! Sempre loro! L’ultima parola nel calcio è la loro! Hanno un cuore differente, lo capisci o no? L’artiglio che graffia, che lascia il segno nella storia dell’Inter. Questa è la storia che si ripete»

Lele Adani, 18 settembre 2018

 

Breve storia della "garra charrua"

La chiamano "garra charrua", ed è quell'attitudine tutta uruguagia che porta i giocatori a dare tutto, anima e corpo, sempre, fino all'ultimo istante, sapendo bene che non è mai finita finché non è finita. Non è traducibile, somiglia alla grinta ma è qualcosa di più, è assieme voglia di vincere e di non arrendersi, una specie di "ingrediente" segreto e inimitabile - perché la garra o ce l'hai o non ce l'hai, di sicuro non te la inventi e non la alleni - che ha fatto sì che un piccolo Stato di appena 3 milioni di abitanti potesse sfornare nei decenni campioni assoluti come Ghiggia e Schiaffino, Francescoli e Recoba, Cavani e Suarez. Vecino non sarà al loro livello, ma ha "l'artiglio". Quello che lascia il segno.

Un mito, quello della garra charrua, che nasce ben prima che l'Uruguay faccia piangere il grande Brasile nella finale mondiale del 1950; bisogna risalire al 1935, 3-0 all'Argentina in finale di Copa America e i giornali di Buenos Aires che commentano così: "Gli attacchi sono argentini, i gol uruguagi. Hanno tredici abitanti e undici sono calciatori professionisti. E ci hanno battuto". Oppure, per dirla con le parole di un altro argentino, Jorge Valdano, si potrebbe affermare che l'Uruguay "è uno di quei Paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Quel Paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…". Ed è lì che si coltiva la garra.

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