Bearzot, a 10 anni dalla morte il "Vecio" è sempre qui

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Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

10 anni senza Bearzot. Spigoloso, sentimentale e intimamente inquieto. Immensa la complicità con Paolo Rossi, che lo ha sempre considerato come un secondo padre. Il ricordo di Giorgio Porrà

Enzo Bearzot, il “Vecio”, era un italiano diverso, molto diverso. E nel ricordarlo, a dieci anni dalla morte, e a pochi giorni dalla scomparsa del “suo” Pablito, è sempre da qui, dalla sostanza dell’uomo, dalla sua ruvida purezza, che occorre partire. Bearzot era suscettibile, spigoloso, sentimentale, intimamente inquieto. Disponeva della fiera ostinazione della gente friulana. E amava il jazz, il “Dixieland”, lo stile New Orleans. Spiegava: "Calcio e jazz vanno d’accordo, io sogno un gran lavoro d’assieme, un enorme affiatamento e all’improvviso l’uscita del solista”. Restò sempre fedele all’idea della squadra-pattuglia, del patto di sangue tra samurai. Eppure era capace, in privato, di slanci di straordinaria dolcezza. “Con Bearzot facevamo le ore piccole parlando di tutto – racconta Marco Tardelli nella sua biografia – di letteratura, di politica, di Dio. Era molto credente, andava a messa tutte le domeniche, ed era comunista, anzi, un cattocomunista. Per me, per noi, un punto di riferimento. Sentivo che mi voleva bene. Ed io non ho mai amato nessun allenatore quanto lui”.

 

Bearzot non conosceva l’arte del compromesso, diffidava dei centri di potere, delle lusinghe sfacciate, detestava le parate cerimoniali. Non faceva calcoli di convenienza, infischiandosene dei vincoli d’immagine. E le sue opinioni le urlava in faccia, incendiandosi davanti alle critiche preconcette. Soprattutto quelle rivolte alla “sua” Nazionale. Nel Mondiale dell’82, prima della festa al Bernabeu, prima del graffio di Rossi, dell’urlo di Tardelli, del bacio di Zoff, fu ferocemente criminalizzato sui media, persino sui banchi del Parlamento, qualcuno mise in discussione la sua capacità di connettere, altri sguazzarono persino nel “body shaming”, quando gli inglesismi ancora non annacquavano lo squallore di certi insulti. Il Vecio, dopo quella scialba prima fase, aveva tutti contro, tranne i suoi ragazzi. Si blindò con loro nel silenzio, col solo Zoff a fare da portavoce, fece quadrato davanti agli attacchi esterni, soffocò la rabbia leggendo e rileggendo Orazio, il filosofo che insegna a combattere razionalmente le sofferenze. Per questo il suo fu anche un capolavoro psicologico. Fece della Nazionale la sua patria personale. Trasformò Rossi nello spietato solista dell’ensemble. Spinse il successo su quel Brasile alieno sul podio delle meraviglie del Novecento. E alla fine trionfò, assieme al suo atto di fede, al rigore da vecchio alpino, restando se stesso anche nelle celebrazioni, smodate, esagerate, come le precedenti accuse alla sua gestione. Certo, visse con enorme fastidio la beatificazione post Mundial, assieme al pentimento di chi lo crocifisse, il risentimento non evaporò col fumo delle sue pipe. Bearzot si era segnato tutto, proprio tutto, anche lo scetticismo iniziale, quando nel ’77 diventò Ct scatenando lo scetticismo di chi considerava troppo modesto il suo curriculum. “Per guidare la Nazionale – ringhiò allora – non serve una laurea in ingegneria cibernetica”. E in quel solco scelse di insistere, duellando sempre con la critica dominante, insensibile a qualunque condizionamento. Solo una volta ne accettò i suggerimenti, il quarto posto nel Mondiale ’78 fu anche merito di chi lo spinse a dare piena fiducia agli allora emergenti Rossi e Cabrini. Quella Nazionale, che in Argentina giocò il miglior calcio della rassegna, fu ricostruita sulle macerie del Mondiale tedesco. Da vice di Valcareggi, Bearzot vide sgretolarsi quell’Italia anarchica, fucina di nevrosi, con zelo da missionario ne ricompose lo spirito collettivo, innaffiò il talento di chi, anni dopo, avrebbe giganteggiato in Spagna. 

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A suo modo fu un visionario, sempre in guerra con chi lo tacciava di conservatorismo. E con la storia a dargli ragione, anche oltre quell’indimenticabile Mundial. Perché il Vecio, nelle stagioni più ispirate del suo mandato, inventò grandi squadre da torneo senza preoccuparsi di fondare ideologie, le illuminò con l’eclettismo di ispirazione olandese, le armò col suo offensivismo pragmatico, le corazzò con la solidarietà da spogliatoio. Squadre resistenti, spesso votate all’eroismo, come il Bearzot che arginò Puskas, nel ’55, contro la grande Ungheria, nella sua unica presenza azzurra da giocatore. Squadre che pensavano, che non subivano, che poggiavano sulla flessibilità di interpreti completi. E con un Ct che rivendicava la sua modernità anche modellando le partite sull’avversario. E’ questa l’eredità che ha lasciato Bearzot. Un italiano diverso, puntigliosamente diverso. A schiena dritta, sempre, davanti alla frettolosa emarginazione impostagli dall’ambiente ed anche nella stagione dei ricordi. Con un solo, piccolo deragliamento. Il divorzio dalle sue amate pipe. “Perché ad una certa età – spiegò – la pipa diventa quasi un lavoro”. Passò a minuscoli sigari, che fumava golosamente. Con l’affetto, le visite frequenti dei ragazzi dell’82 ad accendere il fuoco della memoria, quella più epica, anche nel periodo più duro della malattia. “A Bearzot devo tutto – ha sempre ripetuto Paolo Rossida quel Mondiale è diventato per me un secondo padre. Con lui ho sempre avuto un debito morale”. Pablito sapeva bene di far parte di un’affollata comunità di devoti. Quella che oggi, bruciando di commozione, non smette di ringraziarli per la loro meravigliosa complicità.