Europei 2021, la storia dell'edizione vinta dall'Italia dopo il rinvio per Covid

EURO STORY
Paolo Condò

Paolo Condò

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L'11 luglio del 2021 a Wembley gli Azzurri firmano una straordinaria impresa agli Europei, superando in finale i padroni di casa dell'Inghilterra ai rigori al termine di una cavalcata trionfale: una storia di rinascita e di grande amicizia, suggellata dall'indimenticabile abbraccio tra i "gemelli del gol" Roberto Mancini e Luca Vialli

CAMPIONI 2021 REWIND: LO SPECIALE MISTER CONDO' SU SKY

Quando siete in volo e incontrate una forte turbolenza, l’aereo comincia a vibrare, a scuotersi, a perdere quota, e per quanto siate viaggiatori esperti il vostro sguardo corre subito alla hostess, per accertare dal suo linguaggio del corpo che la situazione sia sotto controllo. Nella primavera del Covid, anno 2020, i miei figli erano poco più che bambini e ci guardavano esattamente in quel modo: intuivano che stava succedendo qualcosa di grave, e spiavano le loro figure di riferimento - i genitori - per capire dalle loro reazioni quanto grave fosse. La pandemia è stata in Italia una tragedia da 200mila morti che abbiamo sostanzialmente rimosso, è diventato un tema politicamente scomodo. Io però me li ricordo bene, quei giorni. La curva dei contagi che si impennava. L’angoscia per il convoglio militare di Bergamo: un corteo funebre. Ricordo anche, e con tenerezza, Francesco Caputo che dopo aver segnato un gol nell’ultima partita prima del lockdown, Sassuolo-Brescia, espone il messaggio di quei giorni, “andrà tutto bene”. Non è andato tutto bene, e non è nemmeno vero che ne siamo usciti migliori, altro mantra in voga all’epoca. 

Francesco Caputo

Mancini 'smart'

Però, mentre il CIO rinviava di un anno le Olimpiadi e l’Uefa posticipava l’Europeo al 2021 - e in quel momento erano sogni di un ritorno alla normalità, mica certezze - qualcuno cominciava a reagire. A riorganizzarsi. Un po’ per passare quel tempo sospeso, un po’ per trasformare il danno in un’opportunità. Roberto Mancini, c.t. dell’Italia, fu tra i primi a creare una rete di collegamenti smart - come avremmo presto imparato a chiamarli - per gestire il suo staff e poi i giocatori. Il significato della parola inglese “Smart” è intelligente, elegante, brillante. Se ci pensate, tutti aggettivi adatti a descrivere l’avventura degli azzurri in un Europeo imprevedibile e inedito, che anche se si giocò nel 2021 abbiamo continuato a definire Euro 2020 per non dover gettare t-shirt, tazze e altri milioni di gadget con il logo ufficiale. Problemi… È successo soltanto tre anni fa, eppure la storia di quella Nazionale sembra riemergere da un passato lontano. Remoto. Non li chiamiamo del resto così, i collegamenti a distanza?

Roberto Mancini
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Covid, lockdown: l'Europeo slitta di un anno

I tempi della pandemia segnano una veloce discesa nell’abisso. Il 31 dicembre la Cina comunica all’Organizzazione mondiale della Sanità di una polmonite troppo aggressiva che si è diffusa a Wuhan, il 31 gennaio due turisti cinesi a Roma sono i primi “positivi” su suolo italiano, il 21 febbraio arriva la notizia del paziente 1 a Codogno e, in serata, della prima vittima italiana a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova. Due giorni prima si era giocata a San Siro Atalanta-Valencia, perché l’entusiasmo dei bergamaschi per la Champions reclamava uno stadio più grande, e allora quella sera erano venuti a Milano in 50 mila, ed era sembrata una festa. Non sapevamo ancora niente degli assembramenti, e quella partita fu la prima occasione di contagio su vasta scala. Juve-Inter dell’8 marzo si giocò a porte chiuse, e fa arrossire il ricordo delle consuete polemiche - a chi conviene cosa - in uno scenario che di consueto non aveva più nulla. Lockdown totale dal giorno dopo, passa una settimana e l’Uefa comunica quello che tutti hanno già capito: l’Europeo slitta di un anno. Almeno. 

Atalanta Valencia 2020
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Si gioca a porte chiuse

La prima fase acuta del covid dura tre mesi, e sinceramente non avrei mai pensato di commuovermi nel rivedere dei calciatori in campo: invece succede, il pomeriggio del 16 maggio, quando la Bundesliga è il primo campionato a ripartire e il primo marcatore si chiama Erling Braut Haaland. A leggerlo oggi la suggestione è potente: cosa richiama il concetto di ritorno alla normalità meglio di un gol di Haaland? Per un paio di gare i tedeschi seguono ligi le raccomandazioni dei medici - non abbracciarsi, non baciarsi, festeggiare un gol dandosi di gomito - poi l’istinto prevale, e le emozioni non si reprimono più. In Italia si riparte il 12 giugno con la Coppa Italia, e il 20 con la serie A. Si gioca a porte chiuse, e la cornice silenziosa amplifica i suoni del campo: le grida, i respiri affaticati, le pallonate sui pali, i fischi, gli scoppi d’ira e le felicità travolgenti. È solo calcio, ma pensatelo in quei giorni. È il rumore della vita.

Borussia Dortmund-Schalke 04
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La Nazionale del Mancio

Mancini ritrova i suoi ragazzi in settembre, dieci mesi dopo l’ultima partita, e il lavoro di assemblaggio della squadra - mai interrotto, solo spostato on line - può riprendere in presenza, altra formula entrata nella parlata collettiva. Se già la costruzione di una nazionale è un’opera impegnativa, la sua ri-costruzione dopo un fallimento storico ha i caratteri dell’impresa, perché devi rasserenare giocatori depressi. Le fondamenta del progetto sono un giovane portiere dal talento fuori scala, Gigio Donnarumma, e una coppia centrale di difensori così forte e affiatata da immaginarla scritta con la e commerciale, Bonucci&Chiellini agenzia di security. Carichi di gloria dopo una lunga carriera nella Juventus, ma in maglia azzurra hanno vinto solo battaglie. Nessuna guerra. Sono ansiosi di dare ancora qualcosa, da anziani di un gruppo giovane. I ragazzi li aiutano a dimenticare la delusione mondiale. Loro aiutano i ragazzi ad apprendere le regole della convivenza. Anche il centrocampo è costruito su una coppia di classe: il regista del Chelsea Jorginho col regista del Paris SG Verratti. Il loro polmone è Barella, moto perpetuo di grande efficacia, mentre le fasce sono percorse da corridori di qualità come Spinazzola, Di Lorenzo, Florenzi ed Emerson.

Le vere scommesse sono davanti

Ma le vere scommesse di Mancini sono concentrate davanti. Berardi è un talentuoso che non si è mai voluto misurare oltre il Sassuolo. Immobile segna da anni a ripetizione senza spostare granché i risultati della Lazio. Insigne è un giorno l’idolo di Napoli e il giorno dopo la sua rovina. Chiesa è il figlio di un vecchio compagno del Ct., un purosangue fragile, da tenere sotto vetro. Mancini osserva gli effetti della pandemia sulla squadra. Ricava la sensazione che nell’anno sospeso i giocatori più anziani non siano invecchiati, mentre quelli più giovani siano cresciuti. C’è pure qualche promettente novità, da Locatelli a Pessina. In autunno il virus riprende vigore, e pure il Ct finisce k.o… In panchina contro l’Estonia va Chicco Evani, al suo fianco si sbraccia in mille indicazioni Gianluca Vialli. Lui è preoccupato che i ragazzi rispettino le consegne. I ragazzi sono preoccupati che lui non prenda freddo. 

Finalmente Roma

Il numero che dovete tenere a mente è 15.948. Sono gli spettatori ammessi all’Olimpico la sera dell’11 giugno 2021 per Italia-Turchia, gara d’apertura dell’Europeo. La stadio di Roma è riempito al 25 per cento, il distanziamento è rigoroso, le mascherine, almeno all’inizio, sono tutte su malgrado il caldo soffocante. Se la prima estate del covid era stata vissuta con umana leggerezza - l’illusione che fosse tutto finito dopo i primi tre terribili mesi - la seconda è consapevole di un’insidia non domata. È il tempo delle varianti, ma anche quello dei primi vaccini, che cambiano il verso dell’umore popolare. Era dal dopoguerra che il nostro Paese non viveva un momento collettivo come la grande campagna vaccinale, con milioni di persone ordinatamente in coda che sotto alla mascherina si sorridevano solidali. Ne stiamo uscendo. E l’Italia di Mancini coglie magnificamente questo spirito perché gioca leggera ed efficace, senza paure e senza calcoli. La Turchia prova a resisterle, ma l’autogol di Demiral forzato dal violento cross di Berardi fa saltare il lucchetto. In ogni squadra ci sono giocatori, in genere gli attaccanti, che hanno più bisogno di segnare degli altri per mantenere la “capa fresca”: Immobile e Insigne timbrano subito il cartellino, ed è un’ottima notizia. La spinta propulsiva data da un simile debutto dura per l’intero girone: la Svizzera cade sotto i colpi straordinari di Manuel Locatelli, uno che l’anno prima non sarebbe stato convocato, e il Galles deve arrendersi a una giocata di Matteo Pessina, entrato nel giro azzurro all’ultimo sprint. Come gli aveva predetto un mago.

Notti magiche

Non c’è un modo simpatico per dirlo, quindi andiamo diretti. Si pensava che “Notti magiche” portasse sfortuna. La delusione per non aver vinto il Mondiale del ‘90, eventualità che all’epoca nessuno aveva considerato vista la squadra e visto il contesto, fu così bruciante da reclamare un bersaglio. Lo diventò la canzone ufficiale, ossessivamente riproposta nella sua inspiegabile allegria anche quando il morale collettivo era finito sotto terra. Ricordando lo sconcerto per la conclusione del Mondiale italiano, abbiamo tremato nel sentire gli azzurri intonare “Notti magiche” l’ultima sera romana, nel vederli felici mentre la cantano a squarciagola fuori dall’hotel del ritiro. Ma che fate? Ma non sapete? Macché. Da Insigne a Chiesa, da Bonucci a Mancini - sì, persino lui che a Italia 90 c’era - la cantano tutti col trasporto di un coro di amici in gita scolastica. E hanno ragione, perché oltre ogni sciocca scaramanzia “Notti magiche” è una canzone perfetta anche 31 anni dopo. Rende benissimo il senso ritrovato dello stare assieme, “inseguendo un gol” come tutti assieme stiamo inseguendo il ritorno alla normalità.

Danimarca-Finlanda, il malore di Eriksen

Qualche giorno prima l’Europeo ha vissuto un momento spartiacque, la tragedia sfiorata a Copenhagen durante Danimarca-Finlandia, quando Christian Eriksen ha avuto un arresto cardiaco, e soltanto la tempestività dei soccorsi, anticipati da un mirabile intervento immediato di Simon Kjaer, gli ha salvato la vita. Ecco, una vita è una vita. Ma dopo quindici mesi passati a contare i morti, e nei giorni più tragici a dover scegliere di curare chi aveva le migliori possibilità di cavarsela, esistono salvezze di straordinario valore simbolico. Quella di Eriksen, per esempio: una gioia che illumina l’Europeo di tutti. Con l’inizio della fase a eliminazione diretta il nostro prevede un primo passaggio a Londra, e per Mancini, Vialli e la parte di staff tecnico proveniente dalla vecchia Sampdoria, Wembley è un castello pieno di fantasmi.

TOPSHOT - Denmark's players react as paramedics attend to Denmark's midfielder Christian Eriksen after he collapsed on the pitch during the UEFA EURO 2020 Group B football match between Denmark and Finland at the Parken Stadium in Copenhagen on June 12, 2021. (Photo by Friedemann Vogel / POOL / AFP) (Photo by FRIEDEMANN VOGEL/POOL/AFP via Getty Images)
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Il tempio di Wembley

Il 20 maggio 1992 la Sampdoria perse a Wembley la finale di coppa dei Campioni, e il giorno dopo Luca Vialli annunciò il suo passaggio alla Juventus. Si concluse così, nel più nobile dei teatri calcistici, l’epopea di una squadra che si era goduta una lunga vacanza ad alture che non le erano abituali. Ma se metti assieme un presidente-padre come Paolo Mantovani, un allenatore-zio come Vujadin Boskov, e un gruppo di talenti così legati tra loro da rimandare il trasferimento a club più prestigiosi, hai un’idea di cosa sia stata quella Samp. Vinse la coppa delle Coppe, vinse lo scudetto, sfiorò la coppa dalle grandi orecchie: quella sera a Wembley Mancini giocò male, e Vialli sbagliò due gol cantati. Non se l’erano mai perdonato fino a questo ritorno, 29 anni dopo, con altri membri della vecchia banda nello staff del c.t.: Lombardo, Salsano, Nuciari. Immaginateli alla vigilia di Italia-Austria, ricognizione in uno stadio che di quella sera dannata non ha più nulla, se non il nome che fa spavento: Wembley. Immaginateli scrutare un ragazzo di 23 anni cresciuto nella Fiorentina e che ora gioca nella Juve, ma del quale fiutano a occhi chiusi l’imprinting doriano. È il figlio di Enrico, cavolo. È il destino che ce lo manda. Federico Chiesa è il talento più cristallino dell’attacco azzurro, ma anche il più fragile: ha avviato il suo Europeo dalla panchina, con molta prudenza, perché Mancini sa che ne avrà bisogno più avanti. Federico è il figlio di Enrico, che fu suo partner nell’attacco doriano dopo la partenza di Vialli: un realizzatore così prolifico da fargli dire a volte, e non solo per stuzzicare Luca, “la mia spalla migliore è stata Chiesa”. L’eliminazione diretta ha le sue regole feroci, dalla gara con l’Austria si gioca con le valigie nel pullman: se vinci le riporti in albergo, se perdi si fila dritti all’aeroporto. E stavolta l’Italia soffre, perché il pressing avversario è implacabile, e prima di vedere la luce si passa per l’ansia di un gol di Arnautovic annullato dopo lunga analisi del Var. È lì che Mancini manda Chiesa a scaldarsi, e l’inestricabile groviglio di destini che è stato quell’Europeo ne dipana uno a nostro vantaggio: i tempi supplementari sono iniziati da poco quando il magnifico Spinazzola trova Federico in area, e il modo in cui lui doma il pallone col destro e lo scaglia in porta col sinistro, beh… è da sindrome di Stendhal. Sopraffatti da tanta bellezza ci godiamo il raddoppio di Pessina, e lo scatto di Vialli ad abbracciare Mancini perché un antico debito è stato saldato.

L'Italia ai quarti col Belgio. Le lacrime di Spinazzola

Sempre crudele è la smazzata degli ottavi, quando sul tabellone si spengono le prime luci importanti e la festa appena cominciata per loro è già finita. L’Italia vola a Monaco per il suo quarto con la faccia risoluta di chi è scampato al primo agguato. Non può dire così la Germania, seccamente battuta nel classico duello con l’Inghilterra. È già tornata a casa la favoritissima Francia, battuta ai rigori dalla Svizzera con errore decisivo del top gun Kylian Mbappé. Se n’è andato in vacanza pure Cristiano Ronaldo col suo Portogallo, beffato dal Belgio che ora aspetta noi con la patente di migliore nazionale del mondo secondo la classifica della Fifa. La fisionomia dell’Italia, intanto, è cambiata. Chiesa è stato promosso titolare, Verratti si è ripreso il posto da Locatelli, Di Lorenzo ha scavalcato Florenzi, Jorginho è diventato il faro della squadra, la regia arretrata di Bonucci ha dovuto fare più volte a meno di Chiellini - ma col Belgio c’è - e due dei quattro premi di man of the match sono stati consegnati a Leonardo Spinazzola, la cui spinta sulla sinistra ha del portentoso. Peccato, peccato davvero che questa sia la sua ultima apparizione: a dieci minuti dalla fine uno slancio di generosità lo porta a forzare l’ennesimo scatto, e il modo in cui gli salta il tendine d’achille, l’urlo, il gesto fuggevole del cambio, e poi le lacrime che lo squassano fanno parte del bagaglio umano che di quell’Europeo ci porteremo dietro per sempre. La partita contro il Belgio è tecnicamente la migliore del nostro torneo, la più coraggiosa, la più offensiva, la più spettacolare. Mancini manda tanti uomini all’attacco perché sa che all’occorrenza Bonucci e Chiellini, i professori della difesa - copyright José Mourinho -, reggeranno il confronto uno contro uno con Lukaku e lo sgusciante Doku. Inoltre, l’ultima carta è pur sempre Donnarumma, e una sua parata su De Bruyne ha le stimmate della prodezza assoluta. Con queste premesse, il dominio per lunghi periodi è totale: Barella apre il punteggio con un gioco di gambe degno di una punta, Insigne dilata le distanze con la specialità della casa, il tiro a giro, che quando riesce così bene è più di un colpo a effetto, è una filosofia di vita. La bellezza salverà il mondo, e qui il copyright è più impegnativo: Fëdor Dostoevskij. Nel 2021 ricorrono i 200 anni dalla nascita, mica penserete sia un caso.

Italia-Belgio, Euro 2020
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La vera Furia Rossa

Accade almeno una volta in tutti i suoi film che James Bond attraversi un cataclisma, diciamo una violenta esplosione seguita dal crollo di un palazzo in fiamme, e ne esca con lo smoking appena un po’ impolverato. Due colpetti sulle spalline a togliersi di dosso i calcinacci, un’aggiustatina al papillon, e Daniel Craig - il migliore nel gesto, persino più di Sean Connery - può proseguire come se non fosse successo niente. Il modo in cui l’Italia sopravvive alla Spagna, guadagnandosi la finale europea, è più o meno lo stesso: a lungo sballottati nella centrifuga di una macchina da gioco impressionante, gli azzurri ne escono tutti interi dopo 120 minuti e 9 rigori. Mancini li aveva avvisati nella riunione tecnica pre partita, che la squadra di Luis Enrique era tosta. Aveva anche aggiunto - immaginando due percorsi di crescita - che l’anno successivo Italia e Spagna si sarebbero giocate il Mondiale, e su questo non fu buon profeta. Ma non sono certo le successive delusioni a cancellare quel sapore dolce che ti rimane in bocca quando l’hai scampata, e che in Nazionale non provavamo da Olanda-Italia del 2000, un’altra semifinale europea, la partita dei cento rigori parati da Toldo e dell’indimenticabile cucchiaio di Totti. Una vittoria molto zen, come in fondo è zen la consecutio fra sofferenza e godimento di questo penultimo atto a Wembley. Dentro la serata c’è di tutto, dalle parate di Donnarumma al vertiginoso contropiede con cui Chiesa ci porta in vantaggio, al pareggio euclideo di Morata che dà un senso al palleggio stordente ma fin lì un po’ etereo degli spagnoli. È una partita che l’Italia attraversa, una penitenza necessaria per arrivare ai rigori, e lì c’è quella scena stupenda - se guardata con occhi azzurri - di Giorgio Chiellini che 'trolla' Jordi Alba al momento di sorteggiare la porta in cui concludere la sfida, e più lo spagnolo è livido dal nervosismo e a disagio nel confronto, più Giorgione gli sorride simulando grande familiarità, lo tocca di continuo infastidendolo, ma Jordi non può dire nulla, che figura ci farebbe, siamo uomini di mondo. Si crea così un rapporto psicologico dominante-dominato che i rigori replicano fedelmente, fino alla prodezza di Donnarumma su Morata e alla sentenza finale di Jorginho. È per questo che vogliamo così bene a quella Nazionale. Ciò che ci racconta vale per molto di più di una partita di calcio: a girarsi e guardarlo, abbiamo attraversato l’inferno. Diamoci una spolverata, che il lavoro non è ancora finito.

 

 

Football come home

L’ultima parete da scalare, il livello conclusivo di uno squid game a eliminazione che tanta gente - persino troppa a Wembley - ha ripreso a seguire dal vivo, è la finale giocata in casa dei nostri avversari. L’Inghilterra ci aggiunge il jolly del gol pescato da Shaw dopo due soli minuti, e in tutto l’Europeo è la prima volta che l’Italia si trova in svantaggio. Il tempo per risalire la corrente non manca, a patto di mantenere il sangue freddo che ci caratterizza da un mese. Perché è questa la grande conquista dell’Italia di Mancini, riemersa dal crac mondiale e risalita fino al vertice europeo: una sicurezza nei propri mezzi che permette di interpretare ogni momento della gara senza farsi prendere dall’ansia.

Le parole di Vialli

Tanto il merito del commissario tecnico nella ricostruzione mentale di una squadra depressa. Tanto il merito del suo miglior consigliere. Le parole di Luca Vialli, la sua capacità di cogliere il cuore delle cose e di metterlo a disposizione degli azzurri perché se ne arricchiscano, sono una fonte d’ispirazione potente e profonda. Tutti sanno che il tempo di Luca non è infinito, tutti capiscono che quello che sta dando loro va oltre il lavoro e oltre la passione, e attiene al senso della vita. Il discorso del presidente Roosevelt sull’uomo nell’arena, declamato qualche ora prima della finale a una squadra ferocemente attenta, detta l’ultima grande prestazione. L’Italia recupera il risultato senza fretta, l’1-1 lo architetta Jorginho, lo sfiora Chiesa, lo segna Bonucci sublimando il suo ruolo di leader, lo difende Chiellini che al solito è l’uomo capace di fare le cose che servono - vedi il cartellino speso per fermare Saka - lo conserva Donnarumma che ormai vede lì in fondo il viale degli eroi, i calci di rigore, e sa di poter recitare un ruolo. Per citare Paolo Conte, che in un racconto italiano ci sta sempre benissimo, Donnarumma sa a memoria dove vuole arrivare.

Vialli e Mancini

La cartolina dell'Europeo

È stato bellissimo riabbracciarsi. Abbracciare un portiere che ti ha salvato, dopo mesi in cui salvezza voleva dire un’altra cosa. Abbracciare un compagno che ha fatto gol, e uno che te l’ha data giusta. Abbracciare la tua ragazza, o il tuo vicino di tribuna sconosciuto. Il collega che nei giorni tragici ha saltato come te i turni di riposo fino allo sfinimento, perché non ve la sentivate di fare una pausa. Abbracciare il Presidente, che c’è sempre stato, mica solo a Londra. E poi abbracciarsi a Tokyo, vincere in quattro dopo aver vinto in undici, e gridare ingenui che dopo tanta sofferenza ci meritavamo tante vittorie, come se soltanto l’Italia fosse stata colpita dal covid. Abbracciare la moglie del tuo compagno per non lasciarla annegare nel terrore, e poi respirare perché una vita è una vita, ma dopo quindici mesi passati a contare i morti certe vite diventano simboli universali. Abbracciare il tuo migliore amico e sciogliersi con lui in un pianto profondo che tutto contiene e tutto riassume. Nessun tempo è infinito. Non rinviate mai la tenerezza.