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15 novembre 2017

Spareggi Mondiali, tutto quello che c'è da sapere

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Le qualificazioni di Danimarca e Croazia, quelle di Marocco e Senegal, le grandi partite di Eriksen e Ricardo Rodriguez, e tanto altro dall'ultimo turno di qualificazione per i Mondiali di Russia.

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Il vero fuoriclasse del Marocco siede in panchina

Hervé Renard, che ha saputo riportare il Marocco a un Mondiale a quasi vent’anni di distanza, si è costruito negli anni una brillante reputazione in Africa: ha vinto (primo ad esserci riuscito) due edizioni della Coppa continentale, nel 2012 con una selezione totalmente outsider come lo Zambia e nel 2015 con una Costa d’Avorio orfana di Yaya Touré e Drogba, in picchiata sulle montagne russe dell’hype. Il suo rapporto con gli ivoriani - di cui la sfida di sabato è solo l’ultimo capitolo, per quanto per ora ne segni l’acme - è affascinante come un romanzo rosa in cui non è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi, neppure se indossano candide camicie bianche su muscoli rassicuranti: li ha sconfitti in finale di Coppa d’Africa nel 2012, poi per farsi perdonare li ha condotti per mano al titolo tre anni dopo, e infine li ha eliminati, quest’anno, dalle competizioni africane più importanti: Coppa d’Africa e Qualificazioni ai Mondiali. Nell’ultimo caso, 2-0 in casa loro.

 

Per molti aspetti Renard è l’esatta nemesi (e chissà, forse anche il boia della carriera africana) di Marc Wilmots, il ct della Costa D’Avorio che dopo aver fallito a Euro 2016 con il Belgio è riuscito a sprecare l’inestimabile capitale calcistico di una selezione competitiva, per quanto in fase calante, come quella degli "Elefanti".

Il verdetto finale non si è consumato a cavallo delle reti di Dirar e Benatia, in cinque minuti della partita decisiva di Abidjian, ma nell’arco di un percorso in cui Renard ha saputo dosare gli equilibri di una rosa comunque ricca di qualche primadonna, per poi imprimere accelerazioni improvvise caratterizzate da fortissime spinte motivazionali: Khalid Boutaïb, prima della fondamentale tripletta contro Gabon, aveva segnato una sola rete per i Leoni dell’Atlas.

Il Marocco, insomma, il vero fuoriclasse sembra averlo in panchina. Ma c’è molta qualità anche in difesa (imbattuta nella fase a gironi) e sulla trequarti, dove convivono Belhanda, Ziyech e Boufal: tutti giocatori estremamente tecnici, capaci di trovare giocate risolutive in qualsiasi momento. Senza considerare che contro il Gabon ha esordito, rimanendo in campo per quei sessanta secondi che rendono certe scelte irrevocabili, anche Amine Harit. E che nonostante ce ne siamo quasi del tutto dimenticati, da qualche parte c'è anche Hachim Mastour: non sarebbe magnifico se esordisse ai Mondiali il giorno del suo ventesimo compleanno?

Dovremmo essere dei tipi davvero aridi per non cullare il suo stesso sogno.

 

Il piede sinistro di Ricardo Rodriguez

Dovrà passare del tempo prima che Lafferty, Michael O’Neill e l’Irlanda del Nord tutta possano dimenticare l’immagine del salvataggio sulla linea ad opera del piede sinistro di Ricardo Rodriguez nei minuti di recupero della sfida di ritorno dello spareggio tra Svizzera ed Irlanda del Nord.

Il salvataggio di Rodriguez sulla linea

Un salvataggio tanto importante quanto strano, con il giocatore che fa un movimento innaturale pur di colpirla con il piede preferito. Un gol in quel momento avrebbe portato la sfida ai supplementari e chissà come sarebbe finita. Invece alla Svizzera è bastato un rigore nella partita di andata, sempre ad opera del piede sinistro di Ricardo Rodriguez, per qualificarsi a Russia 2018. Un traguardo in fin dei conti meritato sia per il cammino durante le qualificazioni (9 vittorie e una sola sconfitta in Portogallo), sia per la superiorità complessiva dimostrata nella doppia sfida con l’Irlanda del Nord come raccontato dalle statistiche: 34 tiri a 17, 1019 passaggi a 738 e in generale una sensazione di controllo tecnico sulla partita abbastanza netto, grazie alla qualità superiore di giocatori come Xhaka, Rodriguez e Shaqiri.

L’Irlanda del Nord può recriminare per la generosità con cui è stato concesso il rigore decisivo agli avversari, per un fallo di mano di Evans che non era un fallo di mano, ma deve anche guardare alla passività con cui ha affrontato la gara d’andata, quella disputata in casa, terminata con zero tiri in porta. A Belfast la squadra di O’Neill ha messo in mostra un atteggiamento troppo passivo preferendo chiudersi in difesa e «fare la guerra» come detto da Seferovic al termine della prima sfida.

Ed è proprio la scarsa vena realizzativa del centravanti svizzeri uno dei motivi per cui la sfida è rimasta in bilico fino all’ultimo. Seferovic ha avuto 9 occasioni tra andata e ritorno, alcune piuttosto nitide, ma non è mai riuscito a trovare il gol, finendo addirittura per essere fischiato dai suoi stessi tifosi. Negli ultimi minuti l’Irlanda del Nord ci ha provato davvero, rendendosi più volte pericolosa, ma come abbiamo visto il piede sinistro di Rodriguez ha permesso alla squadra di Petkovic di difendere il pareggio. Dopo diversi anni di aspettative, quella che va in Russia è una nazionale con poco talento, ma molto affidabile, vedremo se il sinistro di Rodriguez gli farà togliere qualche soddisfazione anche in estate.

 

Danimarca - Irlanda, la sfida tra due filosofie

Nella prima sfida tra Danimarca e Irlanda i danesi hanno effettuato 625 passaggi, di cui 86 lunghi, il 13,74% del totale; l’Irlanda invece di passaggi ne ha giocati 245, di cui 85 lunghi, il 34,7%, ovvero più di un passaggio ogni tre, per farvi capire come la squadra di O’Neill abbia affidato il suo destino quasi unicamente al lancio lungo. Questo dato spiega meglio di altri come questo spareggio sia stata una sfida esasperata tra due filosofie di calcio agli antipodi: un calcio diretto contro uno elaborato, lancio lungo contro trame geometriche, ricerca degli spazi contro la ricerca di seconde palle.

Se all’andata nessuno aveva prevalso e anzi l’Irlanda era riuscita a rendersi pericolosa anche con un calcio tanto povero, la partita di ritorno ha ristabilito le gerarchie. Il primo gol dell’Irlanda e il terzo della Danimarca (ma anche il secondo) spiegano bene le differenze tra le due squadre e perché dobbiamo essere contenti della vittoria di quella di Eriksen.

Per l’Irlanda ogni calcio di punizione nella metà campo avversaria è una buona occasione per andare direttamente in area e rendersi pericolosi grazie ai loro centimetri e chili (tanto che i tifosi esultavano per ogni punizione e calcio d’angolo come fosse un rigore). In occasione del gol dell’1 a 0, anche un punzione appena dietro la linea di centrocampo è una buona occasione: sul lungo lancio, Shane Duffy è il più rapido sul deviare in porta di testa la palla allungata male da Jorgensen. Un tema ricorrente tanto che il difensore centrale irlandese alla fine sarà il giocatore con più tiri verso la porta di Schmeichel, ben 4.

Il secondo gol di Eriksen, di sinistro

Il terzo gol della Danimarca è invece il miglior biglietto da visita per una squadra giovane, la cui idea di calcio è perfettamente incarnata dal suo giocatore migliore Eriksen ( 11 gol nelle qualificazioni). Otto passaggi, quasi tutti di prima, una trama rapida e precisa che ha liberato lo spazio sufficiente per la conclusione del centrocampista del Tottenham che non ha problemi a concludere di destro o di sinistro, come in questo caso.

È ancora presto per decidere chi tifare al posto dell’Italia ai Mondiali in Russia, ma un pensiero sulla Danimarca vale la pena farcelo.

 

Il Senegal, finalmente

Nonostante il divario tecnico con Capo Verde, Burkina Faso e Sudafrica fosse sulla carta abbastanza conclamato, il Senegal ci ha messo un po’ più del previsto a confermare la sua presenza al Mondiale: la qualificazione è arrivata solo dopo aver battuto i Bafana Bafana nella prima partita dell’ultima finestra, in un match discretamente paralizzato prima che Sadio Mané decidesse di inclinare il campo in discesa e spadroneggiare tecnicamente sugli avversari, vincendo 18 duelli individuali su 19 col povero Andile Jali nel ruolo di Umiliato della Serata, e servendo a Diafra Sakho l’assist che ha spezzato gli equilibri.

La sfida decisiva con il Sudafrica, peraltro, era la ripetizione di una gara già giocata, esattamente un anno prima, finita 2-0 per i sudafricani ma invalidata per le ingerenze dell’arbitro ghanese Lamptey, che aveva concesso un inedito penalty per fallo di ginocchio. La CAF, celebre per le sue decisioni salomoniche, ha deciso di sospendere l’arbitro, radiarlo e infine disporre che la partita venisse ripetuta. E pensare che se tutto fosse rimasto invariato, nell’ultima partita le due squadre si sarebbero giocate la qualificazione distanziate da un solo punto. Quanto pathos sprecato.

Il ct del Senegal è Aliou Cissé, in campo da capitano nel 2002 - prima e ultima apparizione senegalese a un Mondiale - che rappresenterà in Russia, con il nigeriano Salisu Yusuf e il tunisino Nabil Maâloul, da portabandiera di un movimento ma anche da più giovane esponente, gli allenatori africani, mai così presenti a una fase finale del Mondiale.

Seguire i movimenti e le parole dell’ex capitano della Nazionale in un documentario della TV senegalese girato durante quei Mondiali ci aiuta a capire che era destinato a diventare un leader: in prima fila durante le sessioni tattiche, alla lavagna insieme a Bruno Metsu, parla di «storia individuale iscritta nella storia collettiva».

Negli ultimi anni il Senegal ha dimostrato una tendenza costante nel disilludere le aspettative, talvolta anche suo malgrado. Cissé conosce bene gli ostacoli nella costruzione di un’identità precisa di gioco: «Dal 2015 abbiamo giocato una ventina di partite, e in una ventina di partite non si può giocare come il Barcellona». Però sa pure di poter puntare su una squadra esperta per quanto tutto sommato giovane, con un paio di frecce prestigiose nella faretra. Il Senegal ama giocare in verticale, puntare su transizioni offensive rapide e letali, praticamente il tipo di gioco perfetto per esaltare Sadio Mané e Keita Baldé, una delle coppie di esterni più interessanti che troveremo in Russia. Se non è dirimente per scegliere quale maglia comprarsi, è almeno sufficiente per decidere di seguirli da vicino.

 

Sobrietà tunisina

I festeggiamenti per la qualificazione delle Aquile di Cartagine non si sono tradotti nella bolgia epica e festosa dell’Egitto ad Alessandria, né in quella vagamente riottosa dei tifosi marocchini nelle piazze d’Europa. Anche se Msakni, uno dei calciatori più talentuosi tra i tunisini, aveva provato a buttarla sull’epica della vita e della morte, e sulla retorica della Libia come squadra «con una storia», l’arco dei novanta minuti è stato piuttosto povero di spunti.

L’eleganza composta con cui i 60mila tifosi presenti allo Stadio 7 Novembre di Radès sventolavano le loro bandierine nazionali al termine della partita finale è stata però in un certo senso il perfetto riassunto della sobrietà che ha contraddistinto anche il percorso della squadra di Maâloul: un pragmatismo che gli ha permesso di affrontare la gara decisiva contro la Libia, terminata 0-0 senza particolari sussulti, con due risultati su tre a disposizione. Il fatto che in Russia vada la Tunisia e non la Repubblica Democratica del Congo di Ibengé, l’estro educato di Msakni e non la dirompenza di Kabananga, la concretezza con pochi fronzoli (ma belli) di Khazri e non quella più vistosa di Bakambu ci racconta anche un altro paio di verità. La prima è  che i destini del calcio africano, lontani dalle premesse seminate negli anni Novanta, sono ancora sbilanciati nella parte Nord del continente: tre delle cinque rappresentanti africane in Russia sono dell’area maghrebina. La seconda: che puntare sui blocchi di giocatori provenienti dallo stesso club (nella Tunisia ci sono ben otto calciatori dell’Esperance de Tunis) è ancora una pratica vantaggiosa nell’ottica di una costruzione di gioco, specie in un continente che vive di diaspore.

 

Il Perù contro il doping e un kiwi dagli occhi laser

Paradossalmente la presenza più recente a un Mondiale di una delle due contendenti del play-off intercontinentale Sudamerica-Oceania non è del Perù, che manca dal 1982, ma la Nuova Zelanda (ultima apparizione nel 2010, in cui strappò anche un pareggio inaspettato all’Italia). Questo a riprova di quanto, a volte, non sia stato sufficiente per le Nazionali CONMEBOL semplicemente non arrivare troppo distanti dai mostri sacri del continente.

La pressione maggiore è tutta sugli andini, che prima della gara d’andata - al Westpac Stadium di Wellington, dove si è registrato il record di presenze (37mila) per una partita di pallone in Nuova Zelanda - hanno pure perso “el depredador” Guerrero, l’uomo più pericoloso e rappresentativo, sospeso precauzionalmente per un mese dalla FIFA dopo essere risultato positivo a un controllo antidoping.

Il protagonista principale dell’andata (il ritorno si disputerà stanotte a Lima, e i peruviani sono così in fibrillazione che il Ministero del Lavoro ha proclamato una giornata di sciopero nazionale per tutti i dipendenti del settore pubblico, ovviamente in caso di qualificazione), comunque, è stato “Fire The Lazer”, un meme diventato virale sui social network prima di farsi realtà, un Kiwi che spara raggi laser dagli occhi aiutando gli All Whites a paralizzare gli avversari (meglio conosciuto col nome di The Laser Kiwi).

Lo striscione era così massivo che non potrà essere questa notte in Perù: l’ideatore sconsolato ha fatto notare come in trasferta intercontinentale andranno solo 30 tifosi del gruppo White Noise, e assemblarlo là sarebbe stato improbabile.

Con buona pace di Guerrero, Farfán e tutto il popolo peruviano, speriamo di poterlo rivedere almeno in Russia.

 

Mettere Modric al centro

Dopo il deludente pareggio in casa contro la Finlandia, arrivato subito dopo una brutta sconfitta contro la Turchia, la federazione croata ha esonerato Ante Cacic ad una partita dal termine dei gironi di qualificazione affidando l’incarico ad interim all’ex vice dell’Under 21, Zlatko Dalic. Una mossa disperata nella speranza di dare una scossa da una squadra in crisi e raggiungere i mondiali in Russia, in quel momento pericolosamente in bilico.

Con Dalic al comando è arrivata una vittoria per due a zero in casa dell’Ucraina e successivamente la netta affermazione negli spareggi contro la Grecia grazie ad una vittoria per 4 a 1 in casa e ad un pareggio per 0 a 0 fuori. Prestazioni convincenti che hanno anche portato alla conferma del CT. Ma cosa ha fatto Dalic per rimettere in carreggiata la Croazia?

Dalic non ha toccato la disposizione in campo della squadra, rimasta schierata con il 4-2-3-1, ma ha spostato il capitano Modric in avanti, schierandolo come trequartista nei tre dietro l’unica punta e dandogli una completa libertà di movimento. Questa libertà ha permesso alla Croazia di avere sempre un giocatore della sua qualità al centro della costruzione del gioco e di conseguenza una superiorità numerica in molte zone del campo.

Modric al centro della Croazia

Come si vede bene in questa azione, Modric si muoveva per il campo con il preciso scopo di offrire sempre una linea di passaggio pulita ai compagni. In questa circostanza prima viene a giocare il pallone nella propria metà campo con Rakitic, poi con il braccio ne guida il cambio di gioco verso Vida. Subito dopo lo vediamo correre verso Kramaric per farsi dare il pallone e portarlo nella trequarti. L’esterno destro con cui poi serve Vrsaljko è di qualità altissima, un colpo di biliardo presente nel suo repertorio e che abbiamo imparato a conoscere.

Grazie a questa libertà Modric è in grado di connettersi con i suoi compagni di reparto creando combinazioni con giocatori associativi come Rakitic e Kalinic o estremamente capaci nel correre negli spazi come Perisic e Vrsaljko.

Il lavoro di Dalic deve essere stato anche psicologico: mai come in questi ultimi mesi si è vista una squadra affiatata e pronta a lavorare insieme, ed una Croazia consapevole del proprio valore non che può fare bene allo spettacolo del Mondiale in Russia.

 

L’Australia ai Mondiali per la quarta volta consecutiva

Dopo essersi rocambolescamente qualificata agli spareggi per accedere ai Mondiali in Russia, l’Honduras ha pensato che l’unica cosa che poteva fare per rendere il compito dell’Australia il più difficile possibile era costringerli a giocare nel peggior posto possibile. Ed il peggior posto possibile in Honduras è San Pedro Sula, considerata tra le città più pericolose al mondo e con un tasso di omicidi tra i più alti della terra.

La federazione australiana si è organizzata di conseguenza, affittando un aereo per trecento persone, trasformandone una parte in un ambulatorio. Inoltre ha installato nell’hotel che li ospitava una roulotte per la crioterapia per consentire il miglior recupero ai suoi giocatori dopo ogni allenamento. Eppure i problemi dell’Australia non sono stati logistici, anzi quasi tutti i giocatori hanno espresso entusiasmo per l’accoglienza ricevuta, ma puramente pratici: il campo del Metropolitano Olimpico era davvero davvero pessimo e ha danneggiato soprattutto l’Australia, che ha provato a fare la partita.

La squadra allenata da Ange Postecoglou era rimasta a secco in gare di qualificazione ai Mondiali solo un’altra volta negli ultimi due anni e contro l’Honduras ha effettuato il minor numero di passaggi e avuto la percentuale di riuscita più bassa dell’ultimo anno (74%). Tornati in Australia per il ritorno la tensione è salita di livello: gli honduregni hanno accusato gli australiani di aver spiato i loro allenamenti con un drone, mettendo anche un video su twitter che assomiglia sinistramente a quelli degli avvistamenti di UFO.

Forse per merito del materiale catturato dal drone, o più probabilmente perché anche in un periodo abbastanza povero di talento l’Australia è superiore all’Honduras, alla fine l’hanno spuntata i Socceroos con una vittoria per 3 a 1 guidati dal loro storico capitano Tim Cahill (classe 1979) al rientro da un infortunio. Tutte le reti sono arrivate per opera di Jedinak, autore di una delle triplette più importanti ma meno ricordabili della storia delle qualificazioni mondiali: prima ha segnato su punizione tirando malissimo addosso ad un difensore honduregno che ha deviato il pallone in porta e poi ha trasformato due rigori.

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