Mondiali 2018 Russia: panchina, rigori e lacrime. Don Andrés dice addio alla sua Spagna

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Marco Salami

Niente vittoria. Niente quarti. Ma lieto fine sì. Perché anche se è lo stesso Iniesta a dirlo: "Me ne vado con l'amaro in bocca", la sua storia con la nazionale spagnola non può che essere un enorme lascito al mondo del pallone. Dopo il Barça finisce un altro amore: "Con la Roja una storia personale meravigliosa"

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SPAGNA-RUSSIA, LA PARTITA - IL TABELLONE MONDIALE

Quel rigore non l’ha guardato Don Andrés. Forse perché Iniesta è uno che capisce talmente bene il calcio che il finale del thriller lo conosceva già. Troppo lenta la Spagna. Troppo brutta. Con tutti i tasselli del puzzle che finivano lì, verso una vittoria dei padroni di casa ai rigori. Alla fine succede che Aspas sbaglia, Akinfeev diventa un eroe nazionale e un punto viene scritto sull’avventura con la Roja di Iniesta. “Crudeli” i rigori, come li ha definiti lui nel post partita, mentre con la voce rotta dal magone annunciava anche ufficialmente l’addio alla nazionale. Lì, in Russia, nella Coppa del Mondo che un po’ crudele con tutti i grandi campioni lo è già stata. Buffon chiude in azzurro senza nemmeno la qualificazione. Messi e Ronaldo fuori subito. L’illusionista del pallone pure. Da grande favorito non solo per gli ottavi ma anche in tutta quella parte del tabellone. Nel paradosso della panchina in una partita così importante. 21 partite consecutive da titolare tra Europei e Mondiali per lui. “Bocciato", entrerà solo al 65’ facendo probabilmente pentire Hierro della scelta. Dei tre dietro Diego Costa “brilla” solo Isco, e Don Andrés dopo il suo ingresso sfiora il gol trovando i guantoni di Akinfeev a meno di dieci minuti dai supplementari. “È stata la mia ultima partita con la nazionale - ha continuato lui - una storia personale meravigliosa è finita, anche se a volte i finali non sono come te li aspetti o come li sogni, nel complesso questo è probabilmente il giorno più triste della mia carriera”.

Signore del calcio

Crudele, sì. Un Mondiale spietato da non confondersi però col gioco del calcio. Quello ha omaggiato Iniesta, come lui ha omaggiato il gioco stesso. Perché “il calcio e la vita regalano anche questo”, gioie e dolori. Dice sempre Andrés. Perché con un Mondiale, due Europei, quattro Champions League, nove campionati, un Pallone d’Oro assegnato simbolicamente con colpevole ritardo di diversi anni, non si può certo dire che il lieto fine non ci sia stato. Iniesta è già di per sé il lieto fine. Anche nell’ultima sconfitta difficilmente pronosticabile contro i russi. “Me ne vado con l’amaro in bocca - vero - è un momento difficile, non siamo stati all’altezza, ma la Spagna andrà avanti, ci sono giocatori di grande livello”. Iniesta è inevitabilmente triste. Avrebbe voluto lasciare con un’altra vittoria. Con un altro titolo. Ma nessuna polemica. Su Hierro: “Decide l’allenatore”. Sulla federazione: “Lopetegui? Il suo addio fondamentale, ma alla fine quelli che avevano la palla tra i piedi eravamo noi, e noi siamo rimasti”. Da signore quale è. Accettando la panchina, entrando da leader e anche col rigore segnato nella serie finale. Poi alla fine i grandi abbracci da parte di tutti. Per lui, che dopo la sua ultima partita con il Barcellona era rientrato in un Camp Nou vuoto. Scalzo e al centro del campo. Per gustarsi gli ultimi istanti in quello stadio. Non è successo al Luzhniki, ma sicuramente qualche momento solo con quella maglietta rossa come il fuoco l’avrà certamente passato.

I due gol della storia

È stata una storia meravigliosa quella di Iniesta con la sua nazionale. Roja nel cuore ora e per sempre. Il futuro dice invece Giappone, a circa dodici ore di aereo ancora più verso est, a regalare altre magie dopo quelle di un’intera carriera. Nel ricordo di quei due “Iniestazo” che hanno segnato un’epoca. Perché il suo Barcellona sarà anche stato soprattutto quello di Messi, ma senza quella sua saetta di Stamford Bridge tutto sarebbe forse saltato. Poi la nazionale spagnola, sua. Come forse di nessun altro. Nel 2010 il momento più bello, e quel gol nei supplementari ad appena quattro minuti dai rigori. Quelli sempre fatali per la Spagna. Là dove serviva c’era lui. Capace di far scomparire il pallone e farlo riapparire in rete al momento giusto, da vero illusionista.  136 partite con la maglia della Roja. 13 gol e 27 assist. Il numero 6 entrato nel mito come il suo 8 nel Barça. Iniesta saluta così anche la nazionale. Ha segnato un’epoca del pallone. È stato tra i migliori centrocampisti di sempre. Ha fatto la storia. E non esiste miglior lieto fine del suo enorme lascito al mondo del calcio.

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