Svizzera, i vantaggi di un'identità forte

Mondiali

Francesco Lisanti

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Vladimir Petkovic ha costruito una squadra organizzata e versatile, che nell'ottavo contro la Svezia spera di spezzare la maledizione della quinta partita, volando ai quarti a oltre 60 anni dall'ultima volta

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La tradizione della Svizzera ai Mondiali è relativamente recente. Nell’immediato dopoguerra ha superato il primo turno in una sola occasione, nel ‘54, in mezzo alle polemiche per gli arbitraggi casalinghi. Dopo la grama spedizione inglese del ‘66 (3 sconfitte, 1 gol segnato, 9 subiti) non si è più qualificata fino al ‘94, quando Roy Hodgson condusse la “Nati” a un dignitoso ottavo di finale.

Bisogna tornare a quei giorni per rivivere l’ultima vittoria trionfale della Svizzera ai Mondiali. Nella luce pallida del Michigan, riflessa dal tetto del Pontiac Stadium, la stessa Romania che nel giro di qualche giorno avrebbe eliminato l’Argentina, fu travolta 4-1 dai dribbling di Sforza, dagli inserimenti di Sutter e dalle spallate di Chapuisat. Un’immagine iconica per l’epoca: tre rappresentanti delle tre grandi regioni linguistiche che dividono il paese, le tre firme di prestigio sulla più importante affermazione della Nazionale svizzera nella storia moderna del gioco.

Ventiquattro anni dopo, la Svizzera ha strappato una vittoria di importanza paragonabile contro un’altra Nazionale balcanica ricca di talento. Per celebrarla, Shaqiri e Xhaka, dopo aver segnato, hanno disegnato con le mani lo stemma della bandiera di un’altra nazione. A loro si è aggiunto Lichtsteiner, che non aveva nessun motivo di farlo, ma ha sentito l’impulso di partecipare alle emozioni dei compagni, forse solo per innato spirito provocatore. È diventata la foto simbolo di Serbia-Svizzera, nonché una delle più iconiche di questi Mondiali.

È anche una scena che racchiude lo spirito di questa squadra. Più di qualunque altra Nazionale qualificata ai Mondiali, la Svizzera è la squadra degli immigrati di seconda generazione cresciuti nei floridi settori giovanili delle società locali. Nelle rotazioni di Petkovic convivono bosniaci, nigeriani, cileni, albanesi, camerunesi, kosovari, turchi, congolesi. L’unico tratto identitario è la continuità tecnica: 15 dei 23 convocati di Petkovic erano già stati convocati nel 2014 da Hitzfeld, e sarebbero stati 16 se Mehmedi non si fosse fatto male.

La continuità scelta da Petkovic si è dimostrata fino ad adesso la carta vincente. La Svizzera è rimasta imbattuta nel confronto con due Nazionali tecniche e discretamente organizzate come Brasile e Serbia, e ha sbrigato con una prestazione positiva la pratica Costa Rica. Adesso viaggia con vento a favore verso gli ottavi, con la prospettiva di raggiungere i quarti per la prima volta dopo più di sessant’anni.

Ora mettiamo da parte la geopolitica e prendiamoci un momento per ammirare la bellezza del gol di Xhaka contro la Serbia.

Il pareggio contro il Brasile

Lo si è visto chiaramente fin dai primi minuti della gara d’esordio: dietro quella patina di insignificanza, di completo rifiuto del glamour, si nascondeva una squadra in realtà godibile, con l’ambizione di proporre un calcio offensivo, sostenuta dalla condivisione dei principi di gioco e da un impiego razionale delle risorse a disposizione. Se nei tornei tra nazioni, tanto in questi Mondiali quanto nelle ultime rassegne continentali, prevale generalmente la paura di aprire l’area di rigore alle incursioni avversarie, la Svizzera rappresenta un piacevole compromesso tra passività e disinibizione.

Dopo cinque secondi, aveva portato sette uomini nella metà campo del Brasile. Dopo dieci secondi, aveva recuperato il pallone. Ha poi mantenuto per tutto il primo tempo una buona aggressività all’altezza del centrocampo, palesando le difficoltà del Brasile a impostare dal basso quando giocano insieme Miranda, Casemiro e Paulinho. Con il passare del tempo il baricentro si è abbassato, ma la fase difensiva è rimasta efficace: il Brasile ha trovato 12 tiri all’interno dell’area di rigore ma solo 3 di questi sono arrivati in porta, addirittura 5 sono stati bloccati dai difensori svizzeri.

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La mappa dei palloni recuperati da Svizzera e Brasile

L’atteggiamento propositivo della Svizzera si riflette nel numero di palloni recuperati nella metà campo avversaria. Al termine della partita saranno 17 per ciascuna squadra, a fine primo tempo la Svizzera ne aveva recuperati di più: 10 a 8.

Sulla temuta fascia sinistra, la zona in cui il Brasile ha costruito la maggior parte dei suoi attacchi, hanno prevalso nella sorpresa generale l’esperienza e la solidità di Lichtsteiner (3 anticipi, 2 tiri e 1 cross bloccato) e Behrami (5 contrasti vinti e 2 anticipi), di sicuro due degli over-30 più in forma della competizione. A entrambi, Petkovic ha preferito risparmiare le fasi finali della partita, dopo che il calo di condizione atletica dei suoi veterani aveva determinato il progressivo arretramento della Svizzera all’interno della propria metà campo.

D’altra parte la panchina è uno dei punti di forza di questa selezione, e come da previsioni ha mostrato versatilità e profondità: Zakaria e Embolo aumentano il tasso tecnico, aggiungendo una quota di imprevedibilità, Lang è una riserva affidabile per far rifiatare l’insostituibile Lichtsteiner, Drmic e Gavranovic permettono di ricaricare le batterie di Seferovic, che assolve egregiamente il ruolo di centravanti sgobbone.

Più del risultato finale, ha sorpreso la capacità della Svizzera di adeguarsi a livello tattico e mentale al registro richiesto dai momenti di gioco, una caratteristica che sempre di più tende a definire le grandi squadre, e a rivelarsi indispensabile nei tornei a eliminazione diretta. Nel terzo di partita in cui si è trovata in svantaggio, tra il 20’ e il 50’, la Svizzera ha registrato il 58% di possesso palla. Poi si è chiusa a protezione del pareggio, e da lì al 90’ si è accontentata del 36%.

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I cross tentati dal Brasile contro la Svizzera

Nel secondo tempo il Brasile si è arreso alla solida difesa centrale della Svizzera e ha provato ad aggirarla con scarso successo: 14 dei 20 cross complessivi sono stati tentati nella seconda metà di gioco.

Anche sul piano della distribuzione delle responsabilità, si è dimostrata una squadra versatile e flessibile. Già durante la partita di esordio, mentre Xhaka era oscurato dalla presenza di Paulinho, si è messo in luce Manuel Akanji, 62/72 passaggi completati, molto più influente del compagno di reparto Schär nell’agire da prima fonte di gioco, e rifornire di passaggi in verticale i due mediani.

La gestione del possesso della Svizzera ricorda per certi versi quella dell’Italia di Conte, una circolazione bassa giocata con grande fiducia in attesa del momento giusto in cui andare in verticale, portando almeno tre uomini offensivi a scattare sul lancio lungo per farsi trovare nella zona del pallone.

In generale tutti gli undici in campo danno l’idea di gestire con armonia l’onere di muovere la palla, mentre nel corso della competizione abbiamo visto Nazionali dalla maggiore qualità tecnica giocare una fase di costruzione ansiosa, piena di incertezze e priva di improvvisazione (l’Argentina è l’esempio migliore, ma nessuna delle grandi può dirsi completamente esclusa dal discorso: la Germania, la Francia, lo stesso Brasile, in misura minore la Spagna).

La possibilità di affidare il pallone a tutti gli uomini della catena di difesa, da Lichtsteiner ad Akanji, da Schär a Rodríguez passando per Sommer, rende rischioso tentare il pressing alto contro la Svizzera. Il Brasile non ha avuto la forza di mantenere i ritmi alti, ha perso metri di campo e lucidità nella gestione, ha subito su calcio piazzato il gol del pareggio, e non è più riuscito a recuperare una vittoria che sembrava alla portata. Alla Svizzera è bastato tenere il pallone per mezz’ora, ma è stato fondamentale che in quella mezz’ora tutti sapessero cosa fare.

Anche la cattiveria agonistica di Behrami è stata di grande aiuto per aggirare lo scoglio.

La vittoria contro la Serbia

Secondo le aspettative della vigilia, Serbia-Svizzera sarebbe stata la partita decisiva per stabilire le gerarchie nel girone E, lo spareggio per conquistare il secondo posto alle spalle del Brasile. Sulla carta il confronto si presentava interessante: gli automatismi della Svizzera, che nei suoi momenti migliori assomiglia a una squadra di club, contro l’improvvisazione della Serbia, superiore sul piano della prestanza fisica e della diffusione di talento, inferiore sul piano dell’intesa reciproca e della continuità di rendimento.

La Svizzera è una squadra priva di stelle e di anelli deboli, ha la possibilità di cambiare forma e atteggiamento nel corso della partita, ed è riuscita a far prevalere questo punto di forza sulla generale disorganizzazione dei serbi, incapaci di gestire un vantaggio maturato dopo neanche cinque minuti. Lo sviluppo dell’azione è stato così spontaneo da sembrare il presagio a una larga sconfitta: Matic ha sradicato un pallone in uscita dai piedi di Zuber, Tadic lo ha controllato in un fazzoletto e ha crossato di sinistro con traiettoria a rientrare, Mitrovic ha sovrastato Schär al limite dell’area piccola e lo ha spedito all’incrocio dei pali.

Sarebbe potuta finire così, con una schietta imposizione di superiorità da parte della Serbia, più efficace nel recuperare il pallone, più precisa nel servire gli attaccanti e più forte nei duelli aerei. Anche in questo caso, però, la Svizzera ha saputo adeguarsi al contesto della partita, tirando fuori dalla manica soluzioni sempre più complesse per nascondere il pallone alla fisicità dei serbi.

La costruzione bassa, particolarmente interessante nella sua evoluzione col passare dei minuti, poggiava su un rombo che si assemblava molto rapidamente: Behrami si abbassava tra i due centrali, Akanji e Schär salivano di qualche metro e si allargavano quasi a toccare la linea laterale, infine Xhaka si accentrava nella sua posizione naturale per agire da vertice alto. Nel frattempo Shaqiri e Dzemaili entravano dentro al campo in posizione di mezzali, Lichtsteiner e Rodríguez salivano nello spazio liberato dalle ali, mentre Zuber andava ad affiancare Seferovic come seconda punta.

Nel tempo di un paio di movimenti sincronizzati, il 4-2-3-1 della Svizzera si trasformava in una sorta di 3-5-2 contro il quale la difesa della Serbia non aveva risposte: Milenkovic e Tosic si trovavano improvvisamente in parità numerica contro i due attaccanti della Svizzera, Kolarov e Ivanovic non sapevano se accompagnare le ali nei movimenti verso il centro o salire a prendere i terzini avversari, Matic e Milivojevic non riuscivano a contenere i movimenti dei trequartisti alle loro spalle, Kostic e Milinkovic-Savic non sapevano se abbassarsi con il resto della squadra o salire in pressing verso Akanji e Schär.

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La mappa dei passaggi di Akanji e Xhaka contro la Serbia

Contro la Serbia, Xhaka e Akanji sono stati i due giocatori più influenti nella circolazione palla, in entrambe le metà campo. La mappa dei passaggi ne sottolinea l’onnipresenza.

Forte della propria organizzazione, la Svizzera ha reagito in fretta allo svantaggio registrando il 69% di possesso palla nei 41 minuti di gioco tra il gol di Mitrovic e la fine del primo tempo. Come spesso succede, questo incontrastato dominio territoriale non ha prodotto grandi occasioni da gol, al di là di due inserimenti centrali di Dzemaili, ma ha contribuito a schiacciare la Serbia nella sua metà campo e a spostare l’inerzia emotiva della partita. La Svizzera è emersa sulla lunga distanza, senza dover mai alzare particolarmente i ritmi di gioco, mentre la Serbia si incastrava nella rete di passaggi semplici e movimenti senza palla intelligenti, fino a dissolversi completamente: 11 tiri tentati nel primo tempo, 2 tiri tentati nel secondo tempo.

Naturalmente non sarebbe possibile sostenere una fase di possesso così prolungata e distribuita lungo il campo senza una transizione difensiva altrettanto organizzata. Sotto questo aspetto la Serbia non ha fatto molto per mettere in crisi la Svizzera, è stata timida al momento di contendere il possesso e pigra al momento di rilanciare l’azione, ma nei momenti di maggiore difficoltà è emerso ancora il talento di Manuel Akanji, presentatosi ai Mondiali in grande forma dopo una stagione trascorsa per metà in infermeria: 3 contrasti vinti su 5 tentati, 2 intercetti, 6 duelli aerei vinti su 8 ingaggiati, 5 disimpegni.

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La partita difensiva di Akanji contro la Serbia

Tutti i duelli aerei (le punte di freccia), i contrasti (le croci), gli intercetti (i rombi) e i disimpegni (i cerchi) di Akanji contro la Serbia. Tra le altre cose, non ha commesso nessun fallo nella propria metà campo, nonostante un paio di scivolate molto aggressive.

L’intervento più importante lo ha messo a referto al novantesimo, quando si è posizionato a centro area, ha respinto un cross senza velleità di Ivanovic e lo ha rimesso tra i piedi di Xhaka. In quel momento la Serbia si è trovata del tutto impreparata a contenere una ripartenza: Milinkovic-Savic ha abbandonato la marcatura di Gavranovic per uscire in ritardo verso Xhaka, Kolarov non ha neanche fatto finta di seguire l’inserimento di Shaqiri, Tosic ha provato da solo ad attivare il fuorigioco al di là della linea di metà campo. La Svizzera ha portato il pallone da un’area di rigore all’altra con due verticalizzazioni e ha vinto la partita.

La maledizione della quinta partita

La maldición del cuinto partido è il modo in cui i messicani definiscono la loro costante sensazione di inadeguatezza, quel limbo di sospensione tra l’essere troppo forti per competere con il terzo mondo del calcio internazionale e l’essere troppo scarsi per competere con le favorite alla vittoria finale. Sono sette edizioni consecutive, con l’eliminazione subita ieri per mano del Brasile, che il Messico supera indenne la fase a gironi e poi esce agli ottavi, prima di poter disputare la maledetta “quinta partita” sul tabellone.

Da questo punto di vista, la Svizzera è la squadra più messicana d’Europa. Nel 2006 riuscì a farsi eliminare senza subire neanche un gol, nel 2010 sconfisse all’esordio la Spagna poi campione del mondo ma finì per arrendersi al Cile di Bielsa e a un filtrante delizioso di Valdivia, nel 2014 superò il girone con due vittorie convincenti e poi riuscì a resistere 119 minuti alla pari contro l’Argentina di Di María e Messi, e anche allora non fu abbastanza. Questa selezione, che poi assomiglia molto a quella del 2014, potrebbe ripetere lo stesso percorso.

Le premesse questa volta sono leggermente migliori. Xhaka sta giocando il suo miglior calcio con la maglia della Nazionale, è una presenza costante a tutte le altezze del centrocampo, con quella sensibilità di alternare gioco lungo e gioco corto che si sposa perfettamente le idee tattiche di Petkovic. Shaqiri è il solito trequartista arruffone, abbastanza limitato nelle scelte, ma aggiunge quello star power che può girare le partite in ogni momento.

È vero: tutte le Nazionali poggiano sulle loro stelle, e la Svizzera è riuscita a portarle ai Mondiali nella migliore condizione possibile, ma è evidente, guardando giocare la Nazionale di Petkovic, che questa non sia la squadra solo di Xhaka e Shaqiri.

La distribuzione delle responsabilità è uno dei principali punti di forza della Svizzera, il motore della flessibilità che permette a Petkovic di apportare volta per volta piccoli aggiustamenti a seconda dell’avversario. Il cast di supporto sembra averne tratto beneficio: Behrami sta giocando con un’attenzione e un dinamismo che non hanno nulla in comune con l’idea che avevamo di lui; Sommer è un portiere di livello internazionale in un torneo in cui ce ne sono pochi; Dzemaili è il grimaldello tattico che tutti gli allenatori vorrebbero per scassinare le difese avversarie.

Poi ci sono i giovani, l’anima del rinnovamento e della crescita di questa Svizzera che cambia poco ma migliora nel tempo. La coppia di centrali di difesa, dopo anni di Djourou e von Bergen, si sta rivelando la più affidabile che la Nazionale svizzera abbia mai avuto, grazie all’esplosività di Akanji e all’eleganza di Schär. Persino Zakaria ed Embolo, nonostante qualche ingenuità di troppo, hanno mostrato lampi di potenziale che potrebbero portare in campo dal primo minuto.

Dopo aver superato brillantemente il girone, nonostante il 2-2 all’ultima giornata con la Costa Rica, ininfluente alla luce della contemporanea sconfitta della Serbia contro il Brasile, la Svizzera si ritrova adesso nella parte privilegiata del tabellone. Agli ottavi si ritroverà di fronte la Svezia, una squadra molto organizzata difensivamente ma che sembra più che alla portata della Nazionale di Petkovic, almeno da un punto di vista tecnico. Certo, in questo Mondiale pazzo non si sa mai, e il Messico ha già dimostrato ieri quanto la storia sia difficile da cambiare, ma alla Svizzera manca solo di rispettare i favori del pronostico per riuscire finalmente a spezzare la maledizione della quinta partita.

E se la Nazionale di Petkovic fosse davvero in grado di cambiare la storia, allora forse anche Colombia e Inghilterra, una delle sue potenziali avversarie ai quarti di finale, dovrebbero iniziare a preoccuparsi.

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