Balo & Mancio, fratelli d'Italia: la storia di una coppia "pazza" e vincente

Calcio

Alfredo Corallo

Mario Balotelli e Roberto Mancini ai tempi del Manchester City, campioni d'Inghilterra nel 2012 (foto Getty)

Con Roberto Mancini alla guida della Nazionale e il ritorno di Balotelli in azzurro si ricompone dopo oltre 5 anni una coppia molto speciale, legata da un grande affetto, "sanguigna" e vincente: dallo scudetto con l'Inter al "burrascoso" titolo di campioni d'Inghilterra conquistato insieme nel 2012 con il Manchester City sulle note di "Nel blu dipinto di blu"

MANCINI SI PRESENTA: "ORGOGLIOSO DI ESSERE CT. CHIAMERO' BALOTELLI"

"E allora? Io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te...". A sentire il Mancio - sorry, il Ct - non si tratterebbe "tecnicamente" di un rapporto padre-figlio, semmai di fratellanza (con Roby nei panni del "Noel Gallagher" della band). "Spero, da fratello maggiore, che torni ad essere un grande calciatore": così parlò Roberto all'inizio dell'avventura francese di Balotelli a Nizza. Diversamente, per Balo, Mancini sarà sempre il suo "papà calcistico", come più volte sottolineato dallo stesso giocatore. Detto poi che per Micah Richards - che venne anche alle mani con Balotelli ai tempi del City - "erano come marito e moglie", il 22 maggio a Coverciano assisteremo finalmente a questa sorta di "ricongiungimento familiare": Roberto e Super Mario ancora insieme, a 6 anni esatti di distanza dal trionfo degli Sky Blues, per ridipingere d'Azzurro una Nazionale che da troppo tempo ha smesso di "Volare". Era il 13 maggio del 2012 quando i Citizens tornarono campioni d'Inghilterra sulle ali della coppia di "mangiaspaghetti" più bella del mondo e i tifosi intonavano "Roberto...oh, oh! Mancini...oh-oh-oh-oh!" sulle note di "Nel blu dipinto di blu", pazzi di Rob e del loro striker-assistman della provvidenza. Già, palla al Kun ed eccoli, uno accanto all'altro, sul treno dei desideri, con il Tricolore sulle spalle: l'immagine, insomma, che vorremmo rivedere tra un paio d'anni nella finale dei prossimi Europei a Wembley (dove, peraltro, il 14 maggio del 2011 vinsero la FA Cup e Balo fu "Men of the match", per il loro primissimo trofeo dell'avventura inglese). 

Why always me?

E dire che appena un mese prima della conquista della Premier sembrava tutto finito: stavolta "Mad Mario" - come fu ribattezzato nell'occasione dai tabloid britannici - l'aveva combinata davvero grossa, espulso contro l'Arsenal e colpevole di una sconfitta che mandava all'inferno i Citizens, "ormai" a -8 dai cugini dello United. "Ne ho abbastanza - sbottò il tecnico - ci restano sei partite e lui non le giocherà. È un ragazzo fantastico e gli voglio bene, ma deve cambiare comportamento, altrimenti fra tre anni sarà un ex calciatore". Balo si beccherà tre giornate di squalifica e il boss lo lascerà in panchina nel derby, di cui era stato l'assoluto protagonista all'andata, all'Old Trafford, con la doppietta nello storico 6-1 del "Why always me?".

A regolare lo United ci penserà capitan Kompany e alla penultima con il Newcastle Mario non verrà neppure convocato. Finché, a un quarto d'ora dalla fine del campionato, sotto di un gol all'Etihad Stadium con i Queens Park Rangers, Mancini non deciderà di chiamare a sé il figliol prodigo e il resto è leggenda: la capocciata di Dzeko del 2-2 e all'ultimo respiro Balotelli confeziona l'assist per Aguero che vale un momento atteso 44 anni. "Il più grande finale di stagione nella storia del campionato inglese" lo definirà la BBC. Per la seconda volta, dopo il Chelsea di Carlo Ancelotti (proprio lui...) un allenatore italiano incoronato il re della Premier League. 

Piccoli disguidi tecnici

I due anni e mezzo di Balotelli a Manchester saranno a dir poco "ignoranti". In ordine sparso (leggende metropolitane comprese, all inclusive): collezione di wags e cartellini rossi, multe salatissime, auto mimetiche, creste improponibili e serate scellerate nei club, fuochi d'artificio e tende andate in fumo, risse varie, colpi di tacco gratuiti e sigarette a pacchi, che mandano in bestia il mister jesino, quasi sempre l'unico a difenderlo. Ma sbroccherà, eccome se sbroccherà, che per poco non si fanno male sul serio. Meglio cambiare aria, ma uno alla volta, please... 

La paraBalo Nazionale

Il Balotelli che si presenta agli Europei di Polonia e Ucraina è quello che da solo annienterà la Germania e ci regalerà la finale con la Spagna, l'attaccante titolare dell'Italia designato a furor di popolo per almeno un decennio. Nel 2013 - passato nel frattempo al Milan e diventato papà di Pia - è uno dei protagonisti anche in Confederations Cup, bloccato da un infortunio sul più bello. Ed è sempre lui a firmare la qualificazione ai Mondiali, sbarcato in Brasile tra le stelle annunciate della Coppa: fa piangere l'Inghilterra e poi tutta l'Italia, eliminata al primo turno. Non è nelle grazie del nuovo commissario tecnico e si capisce, passa da Coverciano giusto il tempo di un selfie con i compagni, lasciando il ritiro - ufficialmente - per un affaticamento muscolare. "Io ho bisogno di gente che ha fame, non di gente che ha fama. Indietro non si torna" tuona Antonio Conte al termine della prima vittoria nella strada verso l'Europeo, il 9 settembre del 2014 in Norvegia, con Zaza a fare le veci di Balotelli, appena ingaggiato dal Liverpool. Ma la storiella del "quinto Beatle" non attacca, sarà confinato ai margini da Jurgen Klopp. Non resta che cambiare musica e riprendere la strada per Milano. 

Milano da bere

Balotelli torna al Milan e a Milano, dove tutto era cominciato: nell'estate del 2007 il (primo) Mancini nerazzurro vuole il baby fenomeno della Primavera con i grandi, e lo fa debuttare 17enne a Cagliari, il 16 dicembre; tre giorni più tardi il ragazzino nato a Palermo da genitori ghanesi e adottato da una famiglia bresciana "scherza" con la Reggina in Coppa Italia (doppietta), ripetendosi ai quarti nel 3-2 in casa della Juventus e contribuendo sensibilmente anche alla conquista dello scudetto (in attesa del doppio colpo di grazia di Ibrahimovic a Parma). Ciao Mancio, benvenuto José Mourinho che, sul suo rapporto con Mario, si riprometterà di scrivere un romanzo di 200 pagine.

Milano da dimenticare

Dopo gli anni di Manchester Balo e Mancio fanno giri immensi e si ritrovano il 14 settembre del 2015 a San Siro, da avversari: Roberto è tornato al suo posto (sulla panchina dell'Inter, ma sempre in piedi); il ragazzo non proprio (sulla panchina del Milan, spesso seduto). Vince l'Inter 1-0 (Guarin), Balo entra e prende un palo e soprattutto una bordate di fischi dai suoi vecchi tifosi. E al ritorno sarà il caos: i rossoneri stravincono 3-0 e stavolta è Icardi a sbattere sul palo (su rigore). Balo viene mandato in campo nel finale da Mihajlovic in cambio della standing ovation per Niang; Mancini, espulso per proteste, insultato da alcuni ultras milanisti si lascia andare a un dito medio (salvo scusarsi in nottata con un tweet). Insomma, non sono più i bei tempi della prima Inter e di Manchester: altro giro, altra corsa. 

Fratelli d'Italia

Mancini esce sconfitto dalla campagna di Russia e va decisamente meglio a Balo, che a Nizza trova la giusta temperatura e si scopre "nouveau Garibaldì", a suon di gol (24 in stagione tra Ligue 1 e coppe).  E oggi sorride, sornione come la Gioconda, al ritorno del suo vecchio comandante, pronti a firmare un patto di sangue e sventolare di nuovo il Tricolore: l'Italia chiamò, sì.