Il 'Massimo' della Premier: il Guardiolismo in Inghilterra

13^ Puntata
Massimo Marianella

Massimo Marianella

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Aspettando il ritorno in campo della Premier, Massimo Marianella analizza l'effetto Guardiola sul calcio inglese. L'arte di Pep si vede eccome, anche col City; ma le differenze con le esperienze in Liga e Bundes sono profonde. Questione di feeling...

Per Pep Guardiola l’approdo in Premier League è risultato… diverso. A Barcellona era a casa sua ed è stato venerato come un Messia calcistico che ampliava non solo il palmares, ma soprattutto la spettacolarità, l’identità calcistica del mondo Blaugrana. Monaco di Baviera poi è stata un po’ la prosecuzione di quel percorso. La comunicazione di quel messaggio nel nome del calcio e il Bayern si è sentito onorato di essere stato scelto come tramite privilegiato per arrivate a quel traguardo. In Baviera ne hanno anche apprezzato e difeso più di qualsiasi altro posto la sua riservatezza, la sua timidezza mascherata accogliendolo con un sorriso, le menti e i “taccuini” aperti per imparare, assorbire, non dimenticare e crescere.

Alaba e il bagno di birra a Pep dopo la Bundesliga vinta nel 2016
Alaba e il bagno di birra a Pep dopo la Bundesliga vinta nel 2016 - ©Getty

Il City, un matrimonio d’interesse

Fermata e scommessa successiva la Premier League ed è qui che il cammino ha trovato le prime buche. Non pratiche perché ha vinto tanto quanto negli anni precedenti se non di più, ma di rapporti. Con la stampa, gli appassionati in generale e gli addetti ai lavori. Questione di feeling. Guardiola, che è meno legato alla poesia e alla filosofia di quanto non voglia far credere, ci tiene a far stagliare il suo profilo nel paradiso calcistico con tinte forti e ben sapeva che il calcio inglese era un passaggio obbligato. Di contro gli inglesi gli hanno dato il benvenuto col volto corrucciato e le braccia conserte. In sostanza in Spagna e in Germania avevano la voglia e la curiosità di crescere con lui, in Inghilterra un “vediamo un po’ questo presuntuoso cosa pensa di poter aggiungere alla storia del nostro campionato”. Ecco non c’è stato corteggiamento e niente farfalle nello stomaco, quello di Guardiola e il Manchester City un matrimonio fissato da bambini. Al massimo un matrimonio d’interesse. Trofei in cambio di aumentare lo status personale.

L’Inghilterra ha cambiato Pep

Di coppe ne sono arrivate tante, 8 in 3 anni, ma sono state ingiustamente date troppo per scontate. E’ stato soppesato più il potenziale tecnico ed economico a sua disposizione che l’espressione calcistica proposta. Si guarda molto di più al mezzo che al modo in cui l’obbiettivo e stato centrato. In effetti Guardiola, se è cambiato leggermente, lo ha fatto umanamente non in panchina, ciò che è variato è tutto quello che gli ruota attorno. Come tutti quelli che vincono tanto per lui l’asticella viene sempre alzata e la valutazione si fa ormai esclusivamente (qui sta l’errore) sulla Champions League.

Il “Guardiolismo”: insegnare e divulgare

In Premier League ha prodotto però ben più di 8 trofei in bacheca e questo non glielo hanno riconosciuto in molti. Questione di feeling. Fatichiamo nella vita di tutti i giorni e a tutti i livelli a riconoscere meriti a chi non è esattamente nelle nostre preghiere notturne quindi nel suo caso si sottolineano maggiormente i più di £623 milioni di sterline messi sul mercato in tre anni del gioco e degli insegnamenti che offerto “gratuitamente”. Vabbè non esattamente gratis perché guadagna £19 milioni di sterline all’anno anche per quel motivo lì, ma la base della sua filosofia è superiore al freddo concetto numerico della vittoria. Essenzialmente sarebbe insegnare e divulgare. Come quando spiega le tattiche al raccattapalle vicino alla panchina.

La lezione tattica di Guardiola a un raccattapalle durante City-Crystal Palace del 2017
La lezione tattica di Guardiola a un raccattapalle durante City-Crystal Palace del 2017

Cigni che danzano in campo

Certo poi deve guardare al risultato e alle vittorie perché anche i più grandi artisti hanno venduto le loro opere per metterle alla vista di tutti e anche crearne di nuove. Quadri, libri, copioni teatrali o tattiche calcistiche che siano, ma lui è ancora oggi quello che meno e certamente meno volentieri si piega a questa ottica perché non ne ha bisogno e perché è ancora, per fortuna, lontana da lui. Ecco allora che è un peccato che ai più siano sfuggite la maturazione umana e calcistica di Sterling, la fioritura definitiva di uno dei giocatori oggi più forti al mondo come De Bruyne, lo sviluppo di un talento come Foden e più in generale la straordinaria flessibilità tattica dei suoi Citizen. Difesa a 3 o a 4 nello stesso match come l’interpretazione del 4-1-4-1 e del 4-3-3 grazie a dolci movimenti delle sue pedine e alla trasformazione di Fernandinho in centrale difensivo o Zinchenko in terzino sinistro che offrono con la loro presenza alternative multiple. Una rappresentazione calcistica di cigni che danzano per il campo sotto la luce di una luna blu.

Il suo errore più grande

Oltre non aver ancora vinto la Coppa dei Campioni all’Ethiad (a questo si può rimediare persino in questa stagione) è il rapporto personale con la storia del calcio inglese e la sua tradizione. I grandi in panchina dell’era moderna della Premier League Sir Alex, Wenger, Klopp perfino Mourinho ne hanno avuto grande rispetto. Affascinanti e vincenti vestali del fuoco del calcio inglese. Lui no, molto meno. Mai davvero dissacrante, ma altrettanto mai devoto al tempio.