Aldo Biscardi è morto, il ricordo di Lucio Rizzica: "Genio della televisione, con la leggerezza come regola di vita"

Serie A

Lucio Rizzica

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Se n'è andato di domenica il noto giornalista sportivo, famosissimo per l'invenzione del format "Il processo", che ha fatto epoca. Il commovente ricordo di Lucio Rizzica, che lo conosceva bene

E' MORTO ALDO BISCARDI

IL RICORDO DI ALESSIA TARQUINIO

I superficiali - e Dio solo sa quanto il mondo ne sia pieno - lo prendevano in giro per il suo marcato accento molisano, per gli strafalcioni e i neologismi improbabili, per il suo calcio parlato da bar sport. Io lo conoscevo bene, però. E posso dirlo con assoluta certezza: Aldo Biscardi non era un illetterato incompetente, tutt’altro. Questa è una stupida illusione che personalmente lascio agli stolti. Aldo era invece un genio della televisione, un animale da schermo catodico, un giornalista vero, un uomo profondo che aveva fatto della leggerezza la sua regola di vita. Sarebbe piaciuto a Italo Calvino, che riteneva la leggerezza la maniera migliore di planare sulle cose dall’alto senza avere macigni sul cuore. E la maniera irrituale con cui Aldo aveva deciso di rivoluzionare i commenti del dopo partita in televisione è stata così dirompente e vincente che in tanti - pure troppi - hanno cercato di imitarlo a più riprese, finendo malamente con lo scivolare su un terreno non loro, quello della scarsa credibilità, dell’avanspettacolo, del ridicolo. Aldo invece il suo 'Processo' lo prendeva molto sul serio e sapeva che dal pulpito di quella trasmissione poteva lanciare qualunque tema e inseguire qualunque obiettivo tanto prima o poi, fra musi storti e risolini, tutti avrebbero finito con l’avventurarsi sulla strada che deliberatamente lui aveva deciso di tracciare fra un alterco, una farsesca rissa diretta con maestria, un titolo di giornale. E' stato così anche per la moviola in campo, suo antico cavallo di battaglia, che oggi i dotti chiamano Var. Ma che era la sua fissazione e il motore di ogni sua analisi a posteriori sulle immagini dei falli e dei rigori non dati vivisezionate fino allo sfinimento. Ora da Paolo Valenti, ora da Silvio Sarta, ora dall'amato figlio Maurizio, ora da chiunque ritenesse degno di stargli accanto mentre portava avanti il suo progetto.

Quando ho conosciuto Aldo io ero un giovane cronista di provincia senza certezze ma con molta determinazione. Due incontri, due strette di mano, due occasioni di lavorare l’uno accanto all’altro. Poi il salto nella sua squadra, a farmi le ossa accanto ad Aldo Falivena e Gianni Brera. Poi ancora insieme a Tele+, poi ospite nel suo programma. Sempre amici, sempre vicini, sempre uniti da un filo di stima e rispetto che nonostante ventisette anni di rapporto mi impediva ancora di dargli con serenità del tu. Per me era il direttore. Era l’uomo che aveva visto in me una luce alla quale dare credito. Una persona seria, senza secondo fini, con una parola sola. Un grande professionista al quale rubare segreti. Aveva iniziato al Mattino di Napoli, poi Paese Sera e la Rai, il TG3 sport di cui aveva assunto la direzione nell’era di Biagio Agnes. Ci siamo presentati nel giardino di un piccolo hotel nel cuore della Calabria, ci siamo ritrovati in Via Teulada e poi a Saxa Rubra. Quindi a via Sebenico e Cologno Monzese. E non ci siamo mai più persi. Era nato a Larino, in provincia di Campobasso, Aldo. Avrebbe compiuto 87 anni a novembre, nel 1979 insieme a Luca Liguori aveva scritto "Il papa dal volto umano" un esclusivo libro-intervista incontrando Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II. Poi dal 1980 aveva messo in piedi il processo ('del lunedì', 'ai mondiali', 'di Biscardi'), lavorando in Rai, alla Fininvest, a Telemontecarlo, a Tele+, ovunque. Amato, inseguito, benvoluto.

Fra una smazzata di carte con Raffaella Carrà e una vacanza ai Laghi di Sibari, una telefonata e uno scambio di auguri è passato più di un quarto di secolo. L’avevo sentito l’ultima volta un paio di settimane fa, mi aveva detto: "Ho voglia di vederti, dimmi quando sarai a Roma, vieni a stare da me e passiamo un po’ di tempo insieme". La vita non sempre ti permette di fare programmi e rispettarli, ma avevo agendato per fine novembre una giornata con lui. Non ne ho avuto il tempo. Se n’è andato di domenica, alla vigilia di un ennesimo 'Processo', rinato con la conduzione di Giorgia Palmas e lui dietro le quinte. Un modo 'teatralmente puntuale' per essere ancora al centro dell’attenzione domani. Io non sono un bravo giornalista, sono un onest'uomo che gli deve la carriera e la vita. Antonio Ghirelli apprezzò molto la mia gratitudine nei suoi confronti. Ma io non sono di quelli che prendono e dimenticano. Infatti ricordo tutto, ogni istante insieme, dal 1989 a ieri. E’ passato tanto tempo, sono cresciuto, invecchiato, ho commesso errori e raccolto soddisfazioni. E imparato a essere leggero. Non superficiale. Leggero, come era lui. Leggero come il pezzo di vita che si è portato via stamattina chiudendo gli occhi per sempre. Perdo un maestro, un amico, una porzione di esistenza. Lo immagino ora lassù a ridere e darsi di gomito con Maurizio Mosca, mentre mi guarda col suo occhio benevolo. Salutami il mio babbo, Aldo. Ti voleva bene anche lui. Ti piacevano le poesie, piacciono anche a me. E sono felice oggi di essere davvero tanto tanto triste. Perché la tristezza è poesia. E viene dalla solitudine del cuore. Oggi mi sento solo. Buon viaggio, Direttore…

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