Il lento crollo di Mihajlovic al Torino

Serie A

Federico Aquè

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La troppa fiducia verso talenti incostanti, la confusione tattica, la comunicazione ambigua. Abbiamo guardato agli errori che hanno portato Sinisa Mihajlovic all'esonero dalla panchina del Torino

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Ancora una volta Sinisa Mihajlovic è stato esonerato dopo una sconfitta contro la Juventus. Era già capitato ad aprile del 2016, quando il 2-1 subito a San Siro dai bianconeri gli era costato la panchina del Milan. Mihajlovic lascia il Torino al decimo posto con 25 punti, 4 in meno rispetto al girone d’andata dello scorso campionato, in cui i granata erano noni. Il numero di gol subiti non è cambiato (27), mentre i gol segnati sono drasticamente diminuiti: da 36 a 25. A livello superficiale, basta questo dato a inquadrare l’involuzione nel gioco, che non si è riflessa sulla classifica, praticamente identica a un anno fa, ma ha invece deluso le ambizioni dei tifosi e della società, da tempo in attesa di scalare il gradino che separa il Toro da un piazzamento europeo.

«Bisogna fare un salto di qualità, quello che fino a questo momento è un po’ mancato. Il Torino non è più la squadra che ha degli obiettivi minimi, ma ne ha di più ambiziosi e importanti. E per raggiungerli deve fare un passo in avanti decisivo: per farlo, credo che la squadra ci sia tutta. È adesso il momento di fare quel qualcosa in più», aveva dichiarato giusto qualche giorno fa il presidente Urbano Cairo in un’intervista in cui tra l’altro aveva rassicurato Mihajlovic («Non è mai stato in discussione»). Lo stesso tecnico serbo non aveva nascosto le ambizioni del Toro a inizio stagione: «Possiamo lottare per l’Europa, se non ci arriviamo è colpa mia».

A metà campionato, però, i granata si trovano ancora nel limbo che li blocca da ormai qualche stagione, perfettamente fotografato dai risultati ottenuti finora: appena 4 sconfitte (solo le prime cinque squadre in classifica hanno perso meno volte nel girone d’andata), ma soltanto 5 vittorie, con un record di 10 pareggi che rappresenta l’immagine perfetta delle ambizioni deluse e delle occasioni sprecate. Nelle ultime 8 giornate il Toro ha perso una sola volta, contro il Napoli, ma ha battuto soltanto la Lazio, in superiorità numerica dopo la contestata espulsione di Ciro Immobile.

Scommesse perse

È difficile individuare il momento esatto in cui tutto ha iniziato ad andare male, perché l’intera gestione di Mihajlovic è disseminata di promesse mancate e momenti di svolta rimandati, di dettagli che girando dal verso sbagliato hanno tracciato la strada che ha portato all’esonero: gli infortuni, in particolare quello di Belotti, le scommesse perse con Niang e Ljajic, voluti fortemente da Mihajlovic, ma incapaci di ripagarne la fiducia, le rimonte subite, soprattutto contro il Verona e la SPAL.

Mihajlovic non è riuscito a incidere quanto avrebbe voluto né dal punto di vista tattico né da quello mentale, l’aspetto più sorprendente per un allenatore che si è sempre contraddistinto per la forte personalità e la ricerca di un rapporto sincero, a volte duro, ma stretto con i suoi giocatori. La sua esperienza al Torino è stata scandita dai tentativi, alla fine falliti, di legare i risultati alle le relazioni di fiducia costruite con i suoi giocatori, a cui erano concesse libertà e responsabilità piuttosto ampie in una struttura tattica che favoriva le iniziative individuali in ogni fase.

È una luce che ha guidato anche le scelte sul mercato: gli acquisti di Niang e Ljajic, innanzitutto, i più costosi dell’era Cairo. Su entrambi Mihajlovic aveva scommesso dopo averli già allenati in passato, individuando in entrambi il profilo ideale per la sua squadra: talenti inespressi nelle grandi occasioni della loro carriera che se avessero finalmente svelato tutto il loro potenziale avrebbero garantito il salto di qualità atteso da tempo a Torino. Alla fine ha vinto ancora l’incostanza: Niang è uscito di squadra dopo il passaggio al 4-3-3 e ci ha messo poche settimane a farsi fischiare dai suoi nuovi tifosi, nella partita di Coppa Italia contro il Carpi (Mihajlovic però lo ha difeso: «I fischi non mi sono piaciuti»), Ljajic è finito in tribuna per motivi disciplinari contro la Lazio, l’ultimo atto di un rapporto quasi mai lineare e ordinario col proprio allenatore. Mihajlovic li ha difesi, elogiati, esortati e minacciati, ma ha ricavato da entrambi meno di quanto si aspettasse.

Come al solito, il tecnico serbo ha utilizzato interviste e conferenze stampa per lanciare messaggi molto diretti ai suoi giocatori. Mihajlovic non fa parte della categoria di allenatori che accentrano su di loro le attenzioni per alleggerire le pressioni sui giocatori, ma anzi si sofferma spesso sulle situazioni individuali, mettendo i giocatori di fronte alle loro responsabilità. In quest’anno e mezzo ne ha presi di mira diversi, soprattutto Ljajic, criticato in più di un’occasione («L’ho tolto perché faceva schifo», disse dopo una partita contro il Sassuolo nello scorso campionato), ma anche Niang («Deve darsi una sveglia»), Maxi López («È sovrappeso, è come se portasse una lavatrice sulle spalle»), Baselli («È l’unico bergamasco che conosco che non ha cattiveria») e Sadiq («Non è ancora adatto a questi livelli»).

Le grandi aspettative riposte nelle prestazioni individuali dei giocatori («Saliremo in classifica quando avremo i gol di Ljajic e Belotti», ha dichiarato dopo il pareggio contro il Milan) si sono riflesse in un sistema poco strutturato, che non ha offerto una rete di protezione adeguata alle normali oscillazioni di forma che accompagnano una stagione. Mihajlovic è sembrato poco interessato alle questioni tattiche. Dopo aver deciso di tornare al 4-3-3 ha dichiarato che il problema della sua squadra «non era tecnico-tattico, ma di spirito. Non ho visto la voglia nelle ultime partite e allora sono intervenuto».

Troppa fiducia negli individui, poca nel collettivo

Il tecnico serbo era passato al 4-2-3-1 sul finire della scorsa stagione, portando alle estreme conseguenze lo stile offensivo della sua squadra, fondato su un possesso verticale e poco codificato, che puntava semplicemente a far arrivare presto il pallone agli esterni o a servire in profondità Belotti. Una volta nella metà campo avversaria, Iago Falque e Ljajic avevano grande libertà di movimento e di iniziativa, e dalle loro scelte dipendevano la definizione e la rifinitura dell’azione.

In una squadra che aveva praticamente rinunciato al contributo dei centrocampisti nella progressione della manovra, il passaggio al 4-2-3-1 è stato per certi versi naturale: Mihajlovic poteva schierare quattro giocatori offensivi, allargando il ventaglio di soluzioni individuali a cui attingere negli ultimi 30 metri, Ljajic e, in misura minore, Iago potevano dimostrare in modo ancora più accentuato la loro centralità nello sviluppo dell’azione abbassandosi di fianco ai centrocampisti per ricevere la palla e portarla nella metà campo avversaria.

A Benevento sono bastati due passaggi tra Iago e Ljajic per segnare il gol decisivo.

Il 4-2-3-1 era stato confermato da Mihajlovic all’inizio di questa stagione, una scelta che gli consentiva di non rinunciare a nessuno tra Niang, Ljajic, Iago e Belotti. Trascinato dai gol e dagli assist dei suoi giocatori offensivi, il Toro ha iniziato bene il campionato, conquistando 11 punti nelle prime 5 giornate, ma un precoce calo di rendimento di Ljajic e Belotti, su cui pesa ovviamente l’infortunio al ginocchio, ha frenato presto gli entusiasmi. Dal 4-0 subito nel derby in poi il potenziale offensivo dei granata si è inaridito, i risultati sono peggiorati (due pareggi consecutivi contro il Verona e il Crotone e due sconfitte contro la Roma e la Fiorentina) e Mihajlovic è corso ai ripari. «Con quattro attaccanti eravamo troppo scolastici, non creavamo più e dovevo lavorare sul rinforzare la difesa».

Dalla partita col Cagliari, il Toro è tornato a schierarsi col 4-3-3, con il rientro in squadra di Valdifiori che avrebbe dovuto migliorare il contributo del centrocampo nella progressione della manovra e aggiungerle imprevedibilità, con le linee di passaggio creative, a tagliare le linee o a scavalcare la difesa avversaria, che garantisce il regista ex Empoli. In realtà l’impatto di Valdifiori è stato fin qui limitato: è capitato spesso che fosse saltato dalla circolazione orizzontale che punta a risalire il campo a partire dai terzini o dai lanci lunghi di Sirigu e dei difensori centrali, e anche quando si avvicinava a De Silvestri per prepararsi al tipico schema del lancio in profondità o a un passaggio a tagliare le linee, doveva fare i conti con l’assenza di movimenti senza palla dei compagni. Gli esterni d’attacco sono così rimasti i principali creatori e risolutori della manovra.

Individualismo anche in fase difensiva

Il passaggio al 4-3-3 avrebbe dovuto sortire maggiori effetti in fase difensiva, eliminando le ambiguità che hanno contraddistinto talvolta l’atteggiamento della squadra col 4-2-3-1, poco a suo agio ad alternare momenti di pressione e difesa posizionale con il ripiegamento degli esterni offensivi a centrocampo. «Se gioco con quattro attaccanti so a cosa vado incontro e mi aspetto che i quattro facciano la differenza. Purtroppo Niang fino a oggi non l’ha fatto, Belotti ha segnato solo 3 gol, Ljajic ha giocato una gara sì e una no, praticamente. Per cui, se non vinciamo, devo pensare a non perdere», aveva spiegato Mihajlovic prima della partita contro la Lazio.

L’aggiunta di un centrocampista si è accompagnata a un più chiaro sistema di marcature orientate sull’uomo che miravano a sabotare il possesso avversario togliendo alternative di passaggio a chi impostava l’azione. La strategia ha funzionato soprattutto quando gli avversari venivano forzati a lanciare lungo; se invece sfidavano l’aggressività dei granata palleggiando palla a terra, come ad esempio ha fatto il Napoli, alla squadra di Mihajlovic sono sembrati mancare i riferimenti con cui gestire in maniera adeguata la normale alternanza tra marcatura e copertura dello spazio.

L’assurda disposizione sul gol di Zielinski. De Silvestri è preso in mezzo dal polacco e Hamsik, i compagni della linea difensiva sono lontani e a centrocampo è saltato qualsiasi riferimento che possa ostacolare il passaggio filtrante di Jorginho a Zielinski.

Insomma, anche in fase difensiva il sistema del Toro lasciava molto spazio alle iniziative individuali, specie dopo i numerosi duelli creati in campo dal passaggio al 4-3-3. Avere il coraggio di spezzare le linee per marcare l’avversario di riferimento e saper gestire l’uno contro uno, anche in campo aperto, è così diventato più importante della solidità del blocco difensivo. Chi ha seguito le partite del Toro si sarà abituato alle chiusure di N’Koulou, a suo agio per letture e qualità fisiche in un contesto aggressivo e poco strutturato, così come alle incertezze dei terzini, spesso assorbiti dall’attenzione per i diretti avversari da disinteressarsi al posizionamento dei difensori centrali. Negli spazi che ovviamente si aprivano nella linea difensiva, tra i terzini e i centrali, i granata hanno subito diversi gol.

In definitiva, il passaggio al 4-3-3 ha ridotto la media dei gol subiti, da 1,7 a 1,1 a partita, ma ha anche peggiorato i numeri offensivi, con una media gol che è passata da 1,4 a 1,2.

La scelta del sostituto di Mihajlovic è quindi ricaduta su Walter Mazzarri, che dovrà innanzitutto ripulire la propria immagine da scetticismo e ironie che lo accompagnano da quando è stato esonerato dall’Inter per guadagnarsi in fretta la fiducia dei giocatori e dei tifosi. Sono passati più di tre anni dall’ultima panchina in Serie A, e nel frattempo Mazzarri ha allenato solo il Watford: un’esperienza difficile da giudicare, viziata dalla scarsa conoscenza dell’inglese. Mazzarri ha guadagnato la salvezza con largo anticipo, ma ha chiuso al 17.esimo posto dopo aver perso le ultime sei partite, mentre in FA Cup e in League Cup è stato eliminato da due club di terza divisione, il Millwall e il Gillingham.

Il Toro gli offre l’occasione per dimostrare di non aver perso il tocco magico che lo aveva portato a mettere in fila grandi risultati sulle panchine di Livorno, Reggina, Samp e Napoli. Mazzarri dovrà innanzitutto restituire un po’ di equilibrio ai granata, dando un ordine alla fase di possesso e migliorando l’organizzazione difensiva. Il suo arrivo è accompagnato dalla facile previsione di un cambio di sistema che preveda la difesa a 3, ma al Watford Mazzarri ha schierato con costanza una linea a 4. Di certo con il 3-5-2 sarebbe difficile far convivere i tanti esterni offensivi presenti in rosa: Iago, Ljajic e Niang entrerebbero in competizione per il posto di fianco a Belotti, mentre Berenguer potrebbe essere riciclato come esterno a tutta fascia, un ruolo già ricoperto in carriera.

A Mazzarri spetta il compito di organizzare meglio di quanto fatto da Mihajlovic il talento incostante e disfunzionale a sua disposizione. Se riuscirà a dargli un ordine e a stabilire chiari riferimenti senza soffocare le libertà di cui hanno bisogno i suoi giocatori offensivi per rendere al meglio, allora il Toro potrà finalmente ambire al salto di qualità atteso da tempo dalla società e dai tifosi.

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