Serie A, le migliori giocate della 22^ giornata

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Fabrizio Gabrielli

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Il controllo in palleggio di Kean, la grande chiusura di Calabria, il tacco volante di Matri e altre grandi giocate dall'ultima giornata di campionato

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Nell’ora abbondante di gioco in cui è rimasto in campo contro la Fiorentina, Moise Kean ha accarezzato il pallone soltanto otto volte: un numero di tocchi quasi ridicolo, che risalta maggiormente se realizziamo che quasi la metà dei palloni (3) che gli sono arrivati tra i piedi li ha praticamente sparati verso la porta di Sportiello. A rendere la statistica ancora più assurda, due dei tre tiri si sono trasformati in gol.

Che il primo millenial a esordire in Serie A stia attraversando un periodo molto felice lo dicono, al di là dei numeri, la sicurezza con cui approccia ogni gara. Pecchia gli ha concesso fiducia promuovendolo di fatto a terminale realizzativo titolare di una squadra dal bassissimo potenziale offensivo, mettendolo perciò nella condizione di doversi barcamenare per sfruttare al massimo ogni situazione di pericolo: Kean è l’eroe sventurato che deve distillare ogni goccia d’acqua che circola dalle sue parti con la missione di farne liquore pregiato. A volte ci riesce, come ieri, a volte meno: la sua media di conversione prima di Firenze era ferma all’11%, ma effettivamente dopo ieri è schizzata alle stelle.

Un segnale importante sulla fiducia che il giovane sta maturando nei suoi mezzi viene da questa giocata che si incastra esattamente a metà strada tra i suoi due gol (il primo, peraltro, ispirato da una bella iniziativa individuale di Ryder Matos, che se avesse intenzionalmente voluto cercare il compagno minorenne anziché doversi accontentare di far passare per assist un tiro sporcato dal difensore, beh, a occupare questo slot ci sarebbe stato lui). Quando l’Hellas torna in possesso di palla per via di un passaggio sbagliato di Benassi, Kean è nel cerchio di centrocampo e chiama subito una palla in profondità: sente nelle gambe l’esplosività della progressione, vuole incunearsi tra i centrali viola e Fares è rapido e accondiscendente, appena la palla arriva tra i suoi piedi, a innescarlo. Moise ammaestra il lancio con la punta del piede destro, uno stop grazioso e doppiamente difficile perché alle sue spalle c’è Pezzella che lo pressa e di fronte a sé Astori che lo sta chiudendo: le soluzioni possibili si restringono drammaticamente. Anziché farsi prendere dalla foga del momento, Kean palleggia ancora con il destro, come a voler prender tempo; poi, senza che la palla abbia ancora toccato terra, se la porta avanti con un leggero tocco della coscia sinistra, spostandola sul piede meno forte, con il quale la sfiora di leggero esterno creandosi lo spazio per un tiro che però, purtroppo per lui, andrà dritto in curva Fiesole.

Una giocata quasi da freestyler, che brilla maggiormente nella misura in cui a permettersela è un diciottenne che deve portarsi sulle spalle la missione quasi impossibile di salvare una squadra coi suoi gol.

Nel periodo di crisi che sta attraversando la Roma nelle ultime settimane, ogni prestazione di Alisson Becker Ramsés assume i connotati di una sontuosa dimostrazione di pragmaticità. Il portiere giallorossa è di gran lunga l’uomo più in forma della propria squadra, e forse dell’intero campionato, non solo tra gli estremi difensori; la personificazione più cristallina della metafora, spesso abusata ma estremamente calzante con l’Alisson attuale, di “ultimo baluardo”. I suoi interventi sono brillanti e funzionali come una spilla preziosa su una mantella di stoffa grezza: un monile che se da una parte riluce del proprio bagliore, dall’altra ha anche il merito di contribuire a tenere stretti i lembi, a non farti prendere troppo freddo.

Contro la Sampdoria si è esibito in un intero campionario di interventi non da antologia, ma sicuramente contemplati dal bignami del bravo portiere: respinte con le gambe, da hockey; deviazioni su cross velenosi, come quello di Gastón al quarto d’ora, e interventi in allungo, come quello sul gran tiro al volo di Barreto sugli sviluppi successivi al corner.

C’è una componente che trascende la reattività nel suo opporsi ai tentativi degli avversari, che ieri si è palesata con esiti frustranti per i doriani: l’impressione è che il suo corpo sia dotato di uno strano magnetismo che attira a sé ogni pallone, evitandogli la gioiosa corsa verso il fondo della rete.

Sul finire del primo tempo, con la Roma sbilanciata in avanti nel tentativo di smorzare il dominio incontrastato dell’iniziativa di gioco blucerchiata, Gastón elude con quella che sta diventando la sua signature-move, pausa+tunnel, il contrasto di Strootman e innesca il contropiede di Zapata. Nonostante Manolas sia in evidente ritardo su Caprari, che sta sopraggiungendo alle sue spalle per raccogliere l’invito del colombiano, Alisson non accenna l’uscita, ma temporeggia, sul vertice dell’area piccola, flettendosi sulle gambe, caricando l’intervento. Ok, il tiro di Caprari non è angolatissimo e Alisson ha gioco facile nel chiudergli lo specchio, deviando la conclusione con l’effetto di smorzarla. Ma è qui che entra in gioco la soprannaturalità dei riflessi del portiere brasiliano: con Manolas tagliato fuori, ancora a terra per il tentativo di fermare l’avversario in scivolata, Caprari ha ora lo specchio della porta spalancato. O meglio, lo avrebbe se Alisson non riuscisse a rialzarsi e fiondarsi sul destro del nove doriano, sradicandogli la palla dai piedi.

La partita di Davide Calabria contro la Lazio è stata pressoché perfetta. La sua reattività, la propensione a sovrapporsi costantemente sulla fascia e le ottime combinazioni intessute per tutto il primo tempo con Kessié e Suso hanno avuto un’efficacia doppia: da una parte hanno fatto sì che la fascia destra diventasse il territorio d’elezione per la costruzione di ogni manovra d’attacco (e non a caso il gol del 2-1 di Bonaventura è giunto proprio sugli sviluppi di un’azione inaugurata proprio da Calabria su quella fascia e conclusa da un bel cross filtrante dell’esterno basso); dall’altra, con fedeltà al motto secondo cui la miglior difesa è l’attacco, hanno fatto sì che Sergej Milinkovic-Savic rimanesse un po’ avulso dalla costruzione di gioco laziale, più preoccupato a difendere e chiudere gli spazi in cui la catena di destra milanista di incuneava con regolarità che ad attaccare.

La giocata che ho scelto, meno flamboyante di alcune altre di cui ha dato sfoggio, è significativa della grinta con cui si è contraddistinto ieri: quando Milinkovic-Savic cerca di lanciare Marusic in campo aperto sull’out sinistro, Calabria - che si è spostato sulla fascia opposta a quella di sua competenza con l’uscita di Antonelli - è leggermente fuori posizione, decentrato; eppure, con un recupero che definiremmo generoso, torna sull’esterno montenegrino della Lazio e gli arpiona via il pallone con il suo piede debole, il sinistro. È un gesto che non si scorge alla prima osservazione, in cui sembra che Marusic sia riuscito a sfuggire via; sarà anche per via della nebbia che c’era a San Siro, ma a un certo punto sembra che Calabria sia tornato in possesso del pallone come per magia. 

Con la costante specializzazione dell’estetica del tocco della sfera e della balistica delle traiettorie da parte di certi giocatori, ci siamo abituati a considerare i calci di punizione dal limite come una specie di rigori più complicati, in cui l’esito del tiro è tutto nei piedi di chi lo effettua e nelle mani di chi deve sventare la minaccia: gli altri giocatori in campo, compresi quelli in barriera, non sono che uno schermo aggiuntivo che si frappone tra la palla e la rete, la variabile impazzita e imprevedibile.

L’Atalanta, contro il Sassuolo, ha riportato il calcio di punizione sui binari più tradizionali dello sviluppo fluido del gioco, facendone un’occasione di manovra articolata: non un orpello sofisticato e barocco, né un divertissement, ma uno schema funzionale, di quelli che era da un po’ che non si vedevano sui campi della Serie A. Il fatto che questo spunto sia venuto da una squadra che fa dell’organicità della manovra uno dei suoi punti forti è abbastanza coerente. Il pallone è esattamente sulla mattonella preferita di Ilicic, leggermente decentrato sulla sinistra: dalla lunga rincorsa che prende, e dal tocco di Freuler verso il centro del campo, tutto lascia intendere che Ilicic stia per scagliare l’ennesima mattonata-su-punizione. Invece il tocco sotto con cui disegna una parabola per la testa di Petagna è morbido e iridescente: il centravanti, nella più tradizionale interpretazione del ruolo di torre, appoggia con la fronte verso De Roon che calcia al volo.

Il parapiglia successivo, con il tocco sporco di Cristante sull’uscita del portiere, la palla che scivola in rete, l’intervento del VAR e l’annullamento del gol non sono che un bailamme di eventi che per certi versi sporca la precisione dello schema, trasformando qualcosa che in principio era ordine geometrico in pura cagnara.

Alessandro Matri non segna dallo scorso dicembre, quando con una rete discretamente pesante aveva suggellato la vittoria del Sassuolo sul campo della Sampdoria, allora in crisi. Nelle gerarchie di Iachini è il primo sostituto di Falcinelli, nel destino sembra avere assegnate le ultime mezz’ora e ogni volta che scende in campo ha sempre l’aria un po’ depressa di chi si sente imprigionato, con l’orgoglio ferito. Anche contro l’Atalanta è subentrato a partita in corso, e poco dopo l’annullamento del gol scaturito dal calcio di punizione “collettivo” che ho raccontato poco sopra ha avuto l’occasione di tornare a mettere una di quelle firme calcate con l’inchiostro indelebile. Se avesse segnato avrebbe regalato ai neroverdi un pari insperato e francamente anche un po’ immeritato.

Sul cross di Berardi, una delle poche giocate positive dell’esterno nell’arco dei 90 minuti, Matri si libera di Palomino dando l’impressione di allontanarsi dal centro dell’area con un movimento incontro al pallone. Palomino è colpevole di lasciarlo fare con troppa arrendevolezza, di non rendersi conto che in realtà sta lasciando al numero dieci avversario la possibilità di incollare il cross con il tacco. Non è una di quelle girate sporche in cui il tacco serve a fare da sponda a rimbalzi irregolari: no, Matri aggancia proprio il crosso con il tacco, indirizzandolo verso la porta di Gollini, con una precisione e limpidezza di tocco che colgono di sorpresa il portiere atalantino, costretto alla deviazione in angolo. Un colpo che può ricordare quello più fortunato di Mancini contro Buffon, peraltro utilizzato dall’ex fantasista della Lazio come simpatico souvenir di buon compleanno.

Ogni fotogramma di questa girata di Matri è elegante, da quando impatta con il pallone fino alla piroetta con cui gira lo sguardo verso la porta per capire se casomai ha segnato il gol del mese. Non si capisce bene se il gesto di stizza che ne consegue è rivolto a Gollini, alla sfortuna, al destino che lo costringe a dispensare certe perle solo negli ultimi venti minuti delle partite.

Nella domenica in cui si è celebrato il più celebre dei portieri quarantenni (Buffon), è doveroso dedicare un tributo-ombra alla faccia più oscura degli over-anta che giocano tra i pali nella nostra Serie A: Albano Bizzarri è uno di quegli estremi difensori che ha alzato l’asticella delle proprie prestazioni con il passare delle primavere. Pur non essendo il tipo di portiere che si avventura spesso fuori dai propri pali, ieri contro il Genoa ha dato sfoggio di una grande interpretazione del ruolo di sweeper-keeper andandosi a prendere il pallone sui piedi di Lapadula lanciato a rete. Poi, con una certa calma, ha ammaestrato il pallone a campanile con un tocco morbido di destro prima di dare nuova linfa all’azione dell’Udinese.

Che sia giunto il tempo per Bizzarri di sondare nuovi orizzonti del suo gioco? Come diceva Pablo Picasso, i quarant’anni sono quell’età in cui finalmente ci si sente giovani. Peccato, però, che per i calciatori sia sicuramente troppo tardi.

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