Da Calori a Simeone: storie di veri "guastafeste" scudetto

Serie A

Vanni Spinella

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Non parteggiano per nessuno, ma decidono ugualmente la lotta-scudetto con i loro gol. "Intrusi" consegnati alla storia come Poborsky, che stese l'Inter il 5 maggio, o Calori che annegò la Juve a Perugia. Giovanni Simeone potrebbe essere l'ultimo della lista

Si imbucano alla festa senza che nessuno li abbia invitati, ma non criticateli: fanno solo il loro dovere. Storie di giocatori che, da semplici spettatori della lotta scudetto, diventano all’improvviso protagonisti capaci di dare una svolta decisiva al campionato. E il bello è che non giocano né per una né per l’altra delle due contendenti, ma si guadagnano ugualmente un posticino nella storia.

Con tutta probabilità, ci è riuscito anche Giovanni Simeone, in un pomeriggio da fenomeno con cui ha steso il Napoli e ridimensionato le ambizioni scudetto degli azzurri. Tripletta, la sua prima in A, ma già dopo una manciata di minuti aveva costretto all’intervento da rosso Koulibaly, al quale adesso ha rubato la scena. Perché se fino alla vigilia di Fiorentina-Napoli si pensava che “il gol di Koulibaly” potesse rappresentare la svolta del campionato, al fischio finale era la tripletta del Cholito a riscrivere la storia. Un vizio di famiglia, se è vero che già papà Diego, il Cholo, aveva infilato la testa in uno scudetto che non lo riguardava da vicino… o forse un po’ sì. Il celebre 5 maggio 2002, all’ultima di campionato, la sua Lazio affronta la “sua” Inter, che deve assolutamente vincere per conquistare il titolo. Finisce, come sappiamo, tra le lacrime di Ronaldo, con Simeone che segna di testa il terzo gol laziale, quello del sorpasso, nel 4-2 finale.

Poborsky&Gresko, incubi interisti

Non è lui, in ogni caso, l’uomo che quella partita consegnò alla storia, bensì Karel Poborsky, con il suo fido scudiero nerazzurro, quel Gresko che ancora oggi ha sugli interisti lo stesso effetto dell’aglio con i vampiri. Segnò 4 gol in quella stagione, il centrocampista ceco: due li riservò all’Inter, all’ultima giornata. Ma che ti abbiamo fatto di male?, avranno pensato in coro milioni di tifosi nerazzurri vedendolo accanirsi in quella maniera. Sì, ma lui cosa avrebbe dovuto fare? Sul primo gol, quando Fiore appoggia a centroarea il pallone, ci sono tre giocatori della Lazio che potrebbero calciarlo indisturbati, con le maglie nerazzurre lontanissime a osservare l’azione e una sola, quella numero 24 di Vratislav Gresko, sulla traiettoria. Poborski è il più comodo dei tre, arrivando da dietro e in corsa il suo destro è la conclusione naturale di un’azione del genere e quel Gresko sulla traiettoria può solo voltarsi riparandosi il capo, davanti alla fucilata. Sul secondo gol, però, Cechia e Slovacchia tornano improvvisamente unite. Campanile in area, lo slovacco Vratislav, con postura incerta rivolta verso Toldo, tenta un appoggio di testa al portiere brutto anche esteticamente, il ceco Karel sopraggiunge come una furia e ci mette lo zampino. Ingresso nella storia per due, ricordati come la sciagura e il guastafeste.

Vampate di Calori

A Torino, sponda bianconera, meglio non nominare Calori, che in un pomeriggio di tempesta fece felice proprio la Lazio consegnandole uno scudetto piovuto dal cielo. È il 14 maggio del 2000, la Lazio ha battagliato in testa alla classifica con la Juventus per tutto il finale di campionato, ma all’ultima giornata arriva con due punti di ritardo: ai bianconeri basta vincere sul campo del Perugia, squadra salva senza più nulla da chiedere, per cucirsi lo scudetto sulla maglia. Mentre all’Olimpico la squadra di Eriksson fa il suo dovere stendendo 3-0 la Reggina (la chiude proprio Simeone), dal Curi giungono notizie di una partita momentaneamente sospesa per l’impraticabilità del campo, allagato da un improvviso diluvio che si è abbattuto su Perugia. Quando, dopo più di un’ora di stop, Collina ordina la ripresa del gioco, per la Juventus si materializza la beffa, che prende le sembianze del difensore Alessandro Calori, di passaggio nell’area bianconera in occasione di un calcio di punizione per il Perugia: palla scodellata in area da Rapajc, respinta corta della difesa juventina, Calori stoppa e tira all’angolino in un attimo, da attaccante “navigato”. Senza aver mai indossato la maglia biancoceleste diventa un idolo dei tifosi laziali, lui che da bambino sognava di diventare come Scirea: «Quando vado a Roma la gente mi ferma ancora per strada: sembra che arrivi il Messia».

La foto incorniciata del gol di Curi

Incredibile ma vero, su quello stesso campo la Juventus era già caduta anni prima, il 16 maggio 1976, sempre all’ultima giornata di campionato. Stesso identico risultato (1-0, gol di Renato Curi che in quello stadio morì un anno e mezzo dopo, sempre in una partita contro la Juve), situazione leggermente diversa perché in classifica la Juventus inseguiva il Torino a -1, ma stessa beffa finale per i bianconeri, perché nel frattempo i granata di Gigi Radice non andavano oltre l’1-1 contro il Cesena, e quindi vincendo a Perugia lo scudetto sarebbe stato bianconero. Anni dopo, il perugino Franco Vannini ricordò il clima che si era generato attorno a quella partita: «Noi la salvezza l’avevamo agganciata da alcune settimane, eppure avvertimmo dentro la straordinaria voglia di onorare al massimo quel match. C’era l’orgoglio di sentirsi addosso gli sguardi di tutta l’Italia calcistica. Nessuna animosità antijuventina, sia chiaro. Però alcune interviste rilasciate prima della gara dai bianconeri, con un atteggiamento un po’ snobistico, contribuirono a caricarci. Quando durante la partita gli juventini presero atto della realtà, qualche mio compagno venne avvicinato da due o tre di loro che sibilavano: “Ma a voi questi punti a cosa servono? Perché ci mettete tanta grinta?”». Una sconfitta che l’allora presidente Boniperti non digerì mai, infuriato per come la sua squadra fosse scesa in campo rilassata, convinta che per lo scudetto non ci fosse più nulla da fare. Leggenda vuole che, per non dimenticare, Boniperti si fosse incorniciato l’immagine del gol di Curi e se la fosse messa sulla scrivania. Poi ad agosto, quando ci furono da ridiscutere i contratti con i giocatori, li fece firmare tutti in mezza giornata: nessuna discussione, nessuna richiesta di aumento. Li faceva accomodare uno ad uno, e indicava loro la foto in silenzio.

Bati frena la Lazio, poi Abbiati...

Solo un anno prima del regalo di Calori, però, anche la Lazio aveva conosciuto l’amarezza della rimonta subita al fotofinish, nell’anno dello scudetto del Milan di Zaccheroni. Che è passato alla storia soprattutto per la parata di Abbiati su Bucchi (Perugia dà, Perugia toglie), ma che la Lazio gettò al vento facendosi recuperare dai rossoneri i 7 punti di vantaggio in 7 giornate. Dopo lo 0-0 nello scontro diretto che manteneva invariata la distanza, arrivarono infatti il ko nel derby e contro la Juventus, tre vittorie con Sampdoria, Udinese (questa mentre il Milan vinceva 3-2 al 95° contro la Samp) e Bologna, e poi, alla penultima, l’1-1 di Firenze. Quel sabato 15 maggio 1999, il Milan gioca in contemporanea contro l’Empoli e fa 4-0 (tre di Bierhoff e Leonardo): è sorpasso, e all’ultima giornata i rossoneri difenderanno il primato. Per cui, se dobbiamo proprio dare un volto a colui che rimandò il sogno scudetto della Lazio, è quello di Gabriel Omar Batistuta (a cui rispose Vieri, con il gol dell’inutile pareggio). Tutto sommato c’è di peggio che essere castigati da uno dei più grandi attaccanti della storia.

Roma, che Barbas

Due, invece, i fantasmi giallorossi. Il primo vestiva anche lui il giallorosso, ma quello del Lecce, il pomeriggio del 20 aprile 1986. Centrocampista argentino di una squadra già retrocessa, Juan Alberto “Beto” Barbas fece doppietta gelando l’Olimpico alla penultima giornata (2-3 il finale) e spianando alla Juventus la strada del sorpasso in classifica. Soltanto una settimana prima la Roma aveva agganciato i bianconeri, 41 punti a testa, approfittando dello 0-0 della squadra di Trapattoni con la Sampdoria. E proprio quando si pregustava lo scatto-scudetto, alla luce della differente difficoltà degli impegni (Juve contro il Milan, Roma contro il Lecce ultimo e già in B), ecco che spunta Barbas: 4 gol in stagione, due in quella partita.

Sempre una doppietta indigesta, sempre all’Olimpico, costò alla Roma un altro scudetto, più di recente. Nel 2010 i giallorossi hanno concretizzato la rimonta sull’Inter di Mourinho che si è impantanata a Firenze: 2-2 con i viola, e stavolta non c’entra Batigol, bensì Keirrison e Kroldrup. Con 5 giornate da giocare, Roma avanti di un punto in classifica. Il 25 aprile 2010, però, quando tutto sembra apparecchiato al meglio (vantaggio di Totti al 14’), una doppietta del sampdoriano Pazzini ribalta il sogno-scudetto romanista. Inter di nuovo in testa, e che non inciamperà più, Pazzo che per la metà giallorossa di Roma è ospite indesiderato, costretto la sera stessa della partita a scappare dal retro del ristorante in cui stava cenando. Lo riaccoglierà a braccia aperte l’altra metà della città, quando ci torna l'anno dopo in occasione di Lazio-Sampdoria. Prima della partita, i tifosi biancocelesti gli consegnarono anche una targa: “Con riconoscenza”.

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