Serie A, le migliori giocate della settimana

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Redazione Ultimo Uomo

©Getty

Il tunnel di Berardi, il filtrante di Fabian Ruiz e altre grandi giocate dall'ultima settimana di calcio della Serie A.

In questo articolo in cui si parla di dribbling eseguiti senza toccare il pallone - con delle finte insomma - Emanuele Atturo scrive di come “Nel calcio contemporaneo l’eccezionalità dei calciatori è diventata sempre più materiale e visibile [...]Proprio perché viviamo in questo regime di iperrealismo forse vale la pena ricordarsi che il calcio è anche un’arte della finzione”. 

 

Domenico Berardi è un giocatore di talento che ha avuto difficoltà ad affermarsi nel calcio di oggi, proprio perché manca di alcune caratteristiche evidenti con cui riconosciamo i grandi giocatori. Dopo aver brillato nei primi anni in Serie A, a 25 anni Berardi sembra vicino a trovare una sua dimensione, capire il tipo di giocatore che vuole essere. Il movimento con cui salta la pressione di Bastoni è uno dei più belli che si possono vedere su di un campo da calcio. Berardi va incontro al passaggio verticale di Obiang, ma al momento di controllare apre invece le gambe (lo fa in maniera smaccata, irridente) per farsi scivolare il pallone in mezzo e farlo scivolare anche in mezzo a quelle dell’avversario. Una sorta di doppio tunnel che avrà un nome sudamericano che non sono riuscito a trovare e che allora chiamerò “acqua cheta”, ovvero quella lenta ed inesorabile che rovina i ponti.
 

Il triangolo chiuso di tacco da Calhanoglu

La costruzione bassa è ormai una prerogativa di praticamente tutte le squadre ma, come spesso accade con evoluzioni stilistiche che hanno ragioni tattiche profonde, spesso si finisce per pensare che sia una questione di “moda”. Il Milan di Pioli è una squadra verticale, che se potesse arrivare alla porta avversaria con due passaggi lo farebbe sempre, ma come fare quando la squadra avversaria ti viene a prendere nella tua metà campo? Anche per squadre di questo tipo diventa vitale avere movimenti coordinati che facciano trasmettere la palla dalla difesa al centrocampo e poi oltre la pressione avversaria. Nell’azione che vedete qui sopra il Lecce circonda con ben cinque giocatori il triangolo composto da Theo Hernandez, Chalanoglu e Bennacer. La scelta più elementare, dopo il passaggio lungolinea di Theo per Chala, sarabbe lo scarico su Bennacer: poi in caso potrebbe essere lui a giocarla in verticale sulla punta che viene incontro, e quella potrebbe darla al terzino in sovrapposizione. Un po’ macchinoso, vero, il Lecce magari farebbe in tempo a ripiegare, ma in questo modo almeno il Milan porterebbe la palla nella sua metà campo. Ai giocatori di talento, però, è permesso prendere delle scorciatoie, indipendentemente dal sistema di gioco: solo un calciatore con dei mezzi tecnici fuori dalla norma, come Chalanoglu (comunque non eccellente nel gioco spalle alla porta), potrebbe pensare di giocare un filtrante di tacco per Hernandez, ed è proprio a quello che servono giocatori del genere. Con quel passaggio il Milan può cominciare un attacco verticale puntando direttamente la difesa del Lecce. Sono piccole cose, che però fanno la differenza. 

 

La progressione di Dejan Kulusevski

In questi giorni Kulusevski sarebbe dovuto diventare a tutti gli effetti un giocatore della Juventus. L’allungamento della stagione a causa della pandemia di coronavirus ha ritardato il grande salto del giocatore svedese, ma quest’ultimo scorcio di campionato può ricordarci i motivi che hanno spinto la Juventus ad investire quasi 40 milioni per il suo cartellino dopo appena una manciata di partite giocate tra i professionisti. Kulusevski è un giocatore molto verticale, che ama prendersi rischi con il pallone tra i piedi. Contro l’Inter ha messo in bella mostra le sue qualità migliori - e lo stato di forma eccezionale - e nel secondo tempo, sugli sviluppi di un calcio d’angolo a favore dell’Inter, ha portato palla per una metà campo intera con attacco addosso uno dei giovani centrocampisti più intensi e atleticamente di alto livelli del campionato italiano, Barella. Kulusevski ha resistito una prima volta all’arrivo di Barella, proteggendo palla con l’anca, poi ha accelerato, sorpassando il diretto avversario come due moto che escono da una curva. Barella ha provato a trattenerlo e in qualche modo è riuscito a rallentarlo, ma Kulusevski gli è comunque sfilato davanti e ha mantenuto la lucidità sufficiente per fare un altro tocco e allungarsi la palla oltre il possibile raddoppio di Gagliardini. Azioni del genere si vedono da pochissimi giocatori nel calcio e somigliano di più alle corse di un running back di NFL, che fa guadagnare alla propria squadra delle yards preziose. È difficile sapere come si adatterà nella Juventus di Sarri, a un gioco totalmente diverso da quello in cui è esploso quest’anno con D’Aversa, cioè, ma questo tipo di esuberanza fisica e controllo tecnico ad alta velocità è proprio di pochissimi giocatori in Serie A. 



Il filtrante di Fabian Ruiz

In queste prime partite Fabian Ruiz sembrava essere tra i giocatori meno in forma del Napoli, una squadra che è ripartita benissimo vincendo la Coppa Italia e le prime tre partite di campionato. Gattuso l’aveva lasciato fuori dai titolari contro Inter e Verona, preferendo un centrocampo più muscolare con vicino a Demme e Zielinski una volta Elmas e un’altra Allan. Riproposto da titolare contro la SPAL, lo spagnolo ha servito due assist ed in generale è stato tra i migliori in campo. 

 

Ruiz è un tipo di centrocampista in grado di garantirti la superiorità in ogni zona del campo, abilissimo nel leggere lo spazio intorno a sé sia con la palla che senza. Qui arriva in corsa da dietro su un pallone rimasto vagante sulla trequarti dopo che un passaggio pigro di Callejon era rimbalzato sul tacco del difensore avversario. Ruiz si avventa sulla palla come se volesse spaccare il mondo - magari calciare molto forte in porta - ma all’ultimo rallenta fa una strana finta di corpo come se volesse allargare il gioco e poi con il piatto sinistro esegue un filtrante che probabilmente ha visto solo lui, facendo passare la palla in mezzo a 5 giocatori della SPAL e mettendo Mertens davanti al portiere (che poi Mertens concluda con un fantastico tocco sotto è quasi scontato, nessuno ha la delicatezza del belga in queste situazioni)..

 

Il cucchiaio di Gomez per mettere Zapata davanti al portiere

 

Che il “Papu” Gomez sia uno dei giocatori migliori del campionato ormai è assodato, eppure su di lui - come sugli altri giocatori dell’Atalanta - aleggia sempre lo scetticismo di chi si chiede: come funzionerebbero fuori dal sistema di Gasperini? Sono giocate come questa, un cucchiaio dolcissimo e millimetrico con cui da trequarti di campo mette Zapata in condizione di segnare, che ci ricordano che d’accordo, il “Papu” è un giocatore di sistema, che si sa muovere, sa trovare a memoria le corse dei propri compagni e sa ordinare la squadra come desidera il suo allenatore, ma è anche in possesso di un talento “universale”, che sarebbe in grado di usare in qualsiasi contesto. Finché avrà davanti un attaccante con la voglia di segnare, Gomez troverà il modo di assisterlo, anche a costo di far passare la palla sopra la testa di un’intera difesa, con un arcobaleno che da solo vale almeno la metà del gol.


Il controllo prima del gol di Malinovskyi

La palla che esce dal piede di Malinovskyi e va dritta dentro la porta difesa da Strakosha è di una violenza piuttosto rara. È uno di quei tiri che, anche se è puoi aspettarti che un giocatore da quella posizione calci in porta e segni, ha qualcosa di sorprendente. Non entra perché ben angolato e abbastanza potente, ma piuttosto perché è così potente che probabilmente anche se fosse stato centrale il portiere non avrebbe fatto in tempo ad alzare le mani. Se andiamo oltre la forza del suo tiro, però, possiamo notare il tocco che lo precede: Malinovskyi riceve palla con il corpo quasi in orizzontale rispetto alla direzione della porta, leggermente di trequarti; su di lui sta accorciano Jony, che però istintivamente pensa che la palla finirà all’uomo libero in fascia, e viene preso in controtempo dal tocco con cui il trequartista ucraino prepara il tiro. In quel controllo di piatto c’è la premeditazione di Malinovskyi, che ha calcolato bene lo spazio a disposizione per caricare il missile, ma anche la sensibilità tecnica con cui colpisce la palla in modo secco e preciso, con l’interno, dandole un leggero giro che gli permette di girarsi e calciare senza doversela aggiustare con un secondo tocco. Sono dettagli, per carità, ma è da queste cose che si vedono i giocatori che parlano una lingua tutta loro al pallone.

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