Maldini, da oggi il milanista più grande della storia

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Matteo Marani

Matteo Marani

La prima vittoria da dirigente del Milan, dopo quelle ottenute sul campo, rappresentano una sorta di cerchio che si chiude per Paolo Maldini. Uno scudetto più sorprendente che atteso, un capolavoro tecnico che dimostra come sia rimasto lo stesso fuoriclasse che era in campo

A 54 anni, un’età felice della vita, Paolo Maldini può dire di aver completato la sua parabola. Dai 7 scudetti vinti in campo al primo conquistato come dirigente. Non è un dato né banale, né scontato: si contano poche bandiere che abbiano vinto titoli una volta trasferita la carriera dietro la scrivania. Gianpiero Boniperti, Franz Beckenbauer, Rui Costa. Da oggi Paolo Maldini appartiene a questa categoria esclusiva.

Una lunga rincorsa

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Maldini&Co., campioni in campo e da dirigenti

È stata una rincorsa lunga e certo estenuante, sebbene il garbo, la compostezza e l’eleganza innata dell’uomo Maldini non abbiano mai trasmesso senso di insofferenza. Per anni è stato tenuto lontano da Milanello, lui che aveva capitanato il Milan più grande di ogni tempo. Lasciamo poi stare i fischi nel giorno del saluto, che solo il tempo e la sua classe hanno cancellato dagli archivi della vergogna. Ma anche da dirigente, quando due anni fa era stato messo in discussione dai giornali e da qualche figura interne alla società, ha mostrato il self-control che usava da leader della difesa. Con coraggio ha protetto davanti alle telecamere il lavoro di Stefano Pioli, chiarendo che la trattativa per Raignick non poteva essere portata avanti alle sue spalle. Il punto più basso è stato 900 giorni fa, 22 dicembre 2019, dopo la sconfitta per 5-0 contro l’Atalanta. L’indomani, ecco Ibra. E Maldini, uscito Boban, si è trovato anche a guidare in prima persona.

La rivoluzione vera

L’ha firmata questo eterno ragazzo dai lineamenti sorridenti e dai modi sempre impeccabili. Lo stile come pezzo della catena di Dna ereditata da papà Cesare, primo della famiglia ad alzare la Coppa dei Campioni nel ’63, e mamma Maria Luisa, la figura più importante della sua vita fino all’arrivo di moglie e figli. Maldini ha risalito la corrente, quasi fosse quel debuttante che Liedholm lanciò in fascia a Udine nel 1984. Non era facile. Il 22 dicembre di tre anni fa, sotto i gol di Ilicic e Muriel, il Milan era decimo. Elliott, che voleva cambiare tutto, aveva dovuto desistere nel girone di ritorno perché Pioli e la squadra, aiutati tantissimo da Ibra, avevano ribaltato la storia. Poi è arrivato il secondo posto di un anno fa, anche lì con poca fiducia iniziale. Fino al trionfo di oggi. Il Milan che prendeva più di 12 punti dall’Inter di Conte un anno fa, l’ha superata ora. E dopo 11 anni dall’ultima vittoria firmata Allegri, il club rossonero torna a vincere con Stefano Pioli, al primo scudetto da allenatore, e con Paolo Maldini e Ricky Massara in società.

massara maldini

MaMa

Gli ultimi due, assieme all’allenatore, sono indubbiamente i grandi artefici di questo scudetto più sorprendente che atteso. È stato bello in questi mesi guardare la loro reazione in tribuna ai gol, alle poche cadute sempre seguite da nuove impennate, nei momenti cruciali. Non erano solo gli abbracci e i sorrisi di un’intesa acquisita e solida, era anche il ricordo della traversata compiuta, più dantesca che sportiva. Alla faccia delle critiche e delle facili ironie, Maldini e Massara, i MaMa santissimi, hanno messo insieme un capolavoro tecnico. Lo ricordo brevemente, perché è giusto e necessario: Theo Hernandez e Bennacer, Tonali e Giroud, Tomori e Maignan, acquistato quando Donnarumma faceva i capricci. L’addio di Gigio sembrava la fine dei sogni, invece è diventato l’ultimo scalino nella crescita dei rossoneri e la discesa per il portiere azzurro. Al resto ha provveduto Stefano Pioli, con il recupero e la valorizzazione dei vari Leao, Kessié, Calabria e Kjaer. Nessuno credeva più in loro, sebbene dirlo adesso faccia sorridere. Quello del Diavolo è stato un piccolo, grande capolavoro tecnico, guidato da Paolo Maldini come capo di tutta l’area. Il Milan non è sceso a compromessi con i procuratori, ha puntato sulla libertà e sulla competenza delle proprie scelte, senza condizionamenti. Anni fa, Walter Sabatini, uno dei più preparati uomini del nostro calcio, indicò in Massara il suo erede: aveva ragione. Nel frattempo, il Milan ha persino risanato il bilancio e dimezzato le perdite annue. È stata una condivisione umana, prima che tecnica, quella tra Frederick, così iscritto all’anagrafe e Paolo Maldini. Dall’unione dei due, estesa ovviamente a Pioli, è sorto il Milan tornato lassù, nel posto che gli compete per la storia. I tre imputati del 2019 potevano uscire insieme – unicamente insieme – da quella situazione. Così hanno fatto. Giusto e meritato il loro orgoglio: hanno vinto contro tutti.

Paolo II, il migliore

Paolo Maldini, 902 maglie del Milan tra campionato e Coppe, 5 Champions, era probabilmente da tempo il più grande milanista di ogni tempo. Ma oggi, con la vittoria da dirigente, stacca anche gli unici due teorici concorrenti – Gianni Rivera e Franco Baresi – nel posto più alto del podio. Ha vinto quanto e più di loro, ma soprattutto ha vinto anche nel dopo calcio. Fuoriclasse qui come lo era in campo. Paolo I e Paolo II.