Andersson, il caschetto d'oro che non brillava

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Vanni Spinella

Lo svedese giunge al Milan nell'estate del '97, dopo aver segnato ai rossoneri in Champions con la maglia del Goteborg. Ripartirà dopo sei mesi e appena un gol segnato: un rimpallo sulla testa dopo un'uscita a vuoto di Pagotto. "Non era semplice..."

Se ci fanno gol in Coppa, sono da Milan. Sembrava una legge non scritta, a quei tempi, dalle parti di via Turati. Ecco perché, anche per un modesto attaccante del campionato svedese, una partita contro i rossoneri poteva rappresentare la svolta della vita. Non era necessario nemmeno vincerla: bastava segnare, e forse qualcuno si sarebbe accorto di lui.

Anni Novanta: il Milan ha fondato il marchio degli Invincibili sulla grandezza di una linea difensiva mai vista prima di allora e che non si rivedrà mai più nel calcio. I gol che prende sono eventi, i pochi che riescono nell’impresa delle specie di eroi. È così, testandoli contro la sua stessa difesa, che il Milan valuta gli attaccanti degni di indossare la maglia rossonera. Se hanno creato grattacapi a Baresi e Maldini, devono avere qualcosa di speciale. Ed è sempre meglio averli come compagni che come avversari. Negli anni superano il test Papin (con l’Olympique Marsiglia), Weah (PSG), Kluivert (Ajax, costato ai rossoneri una Champions), Dugarry (Bordeaux: aveva segnato lui e non Zidane…). Finché, nei gironi di Champions del 1996, il Milan non incrocia il Goteborg. È un Milan che ha da poco salutato Capello, affidando la panchina a Tabarez, ma gli interpreti in campo (e in difesa, soprattutto) sono rimasti gli stessi. Motivo per cui “la legge del gol subìto” può ancora essere ritenuta affidabile.

Milano, luglio 1997: all'aeroporto di Linate sono sbarcati i Backstreet Boys. Ah, no: è Andreas Andersson

Il "vero" Andersson

Una legge che il 30 ottobre 1996 cambia la vita di Andreas Andersson. Il suo Goteborg va sotto 2-0 nel giro di un  quarto d’ora, salvo risvegliarsi attorno alla mezz’ora e gelare San Siro con due gol in 5 minuti: Blomqvist e uno dei tanti Andersson che quella terra produce. Non il più forte, ma comunque uno capace di fare gol al Milan (che alla fine vincerà 4-2). Tanto basta a Galliani per ritenerlo all’altezza, o meglio, ritenerli, visto che a Milanello arriverà anche Blomqvist – lui addirittura due mesi dopo quel gol, già nel mercato di gennaio.

Il gol che vale un contratto non è nemmeno chissà quale gioiello, un colpo di testa da mezzo metro dopo che la palla aveva colpito il palo, sugli sviluppi di un angolo. Ma quello svedese dal caschetto d’oro ci ha messo anche dell’altro: movimento continuo su tutto il fronte d’attacco, (bella) presenza, spirito da combattente. Nell’estate 1997 lo sbarco a Milano, dove parte come la terza scelta dell’attacco dopo Weah e Kluivert, con il proposito di convincere gli italiani di essere il “vero” Andersson. In Serie A, infatti, si aggira già da un paio di stagioni il suo omonimo Kennet, che sia a Bari che a Bologna ha fatto bene e che ora, con quel Baggio che il Milan ha appena lasciato libero, si appresta a comporre una delle “strane coppie” meglio assortite del campionato.

Nel video, al minuto 31:20, la “prodezza” di Andersson che convinse il Milan

Un colpo di chioma

La stagione parte, il Milan però resta fermo: due pareggi e due sconfitte nelle prime 4 giornate, la trasferta contro l’Empoli di Spalletti diventa un primo snodo fondamentale. Per un’ora abbondante Martusciello e compagni contengono senza problemi il Milan, al 63° fuori Kluivert per Andersson. Che ha un solo grande merito: 5’ dopo si trova nel posto giusto al momento giusto. Ziege scodella in area una palla dove non c’è nessuno, Pagotto (portiere di proprietà del Milan in prestito all’Empoli) si inventa un’uscita alta senza senso, schiaffeggiando il pallone e facendolo di fatto rimbalzare sulla testa d’oro di Andersson. Più che colpire, viene colpito. Ma lui non ci fa caso: “Adesso tutti hanno capito che anch’io sono da Milan”. Poi però esagera: "Non era semplice fare quel gol, perché sulla respinta del portiere avevo un avversario vicinissimo a me". Si chiama calcio, Andreas: e prevede anche la presenza degli avversari.

L'ora dell'addio

Resterà l’unico gol di Andersson nella sua brevissima carriera in rossonero: a gennaio è già tempo di fare le valigie, venduto in tutta fretta al Newcastle dopo una serie di prestazioni da 4 in pagella fisso e scorpacciate di gol impossibili da sbagliare. Lui la prende con filosofia e una volta approdato in Inghilterra sbotta: “Milan, non dovevi trattarmi così”. In fondo lui per quella maglia aveva dato tutto: si era anche spettinato per fare gol.

Gennaio 1998: Andersson ritrova il sorriso accanto a Kenny Dalglish, manager del Newcastle che l’ha appena prelevato per sostituire Asprilla, tornato al Parma

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