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05 agosto 2018

Milan, Maldini torna a casa: la sua storia in rossonero

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Il Milan come casa e come famiglia, e quei valori arrivati direttamente dal papà Cesare. Le gioie (tante) e le delusioni. Le citazioni di Paolo Maldini e su Paolo Maldini. Novecento partite da Udine a Udine, l'addio amaro dei "tifosi" e l'affetto di tutto il mondo del calcio. La sua storia in rossonero all'alba del primo grande ritorno

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Forse l’immagine che più di tante altre racchiude l’essenza di Paolo Maldini è in quella notte di Manchester. 28 maggio 2003. Shevchenko segna il rigore decisivo e lui alza la sua prima Champions da capitano. La quarta in carriera ma anche la stessa che alzò il papà Cesare 40 anni prima sempre sotto lo stesso cielo d’Inghilterra. La sua storia è tutta lì, perché è questo che è sempre stato il Milan per lui: famiglia. Oltreché il “massimo che poteva esserci” - come disse lo stesso Paolo a Federico Buffa nell’intervista per i suoi 50 anni. Dagli insegnamenti del padre, con cui in panchina vince un derby 6-0, all’eredità dei figli Christian e Daniel, gli unici due che potranno raccogliere la numero 3 ritirata e che altrimenti mai nessun altro indosserà. Poi la storia è quella dei trofei. Ventisei in venticinque anni. Dodici vissuti con la fascia da capitano al braccio, andando ad abbracciare ogni singolo compagno dopo ogni singolo gol. Sempre. 7 scudetti, 1 Coppa Italia, 5 Supercoppe italiane, 5 Champions League (con il record di 8 finali giocate al pari di Gento), 5 Supercoppe europee, 2 Coppe Intercontinentali e un Mondiale per Club. È il palmares mostruoso di un giocatore che da solo ha vinto più trofei di chissà quante squadre. Tutto nell’arco di quelle 902 partite giocate sempre con la stessa maglia. Dal quel 20 gennaio 1985 a Udine dove poi nel maggio del 2009 farà cifra tonda. Novecento. Precise precise. Perché l’inizio di tutto è quando Liedholm lo mandò in campo a sorpresa al posto dell’infortunato Sergio Battistini, e lui pensò: “Se questa è la Serie A allora io posso giocarci”.

Citazioni

Da quel giorno è successo tanto. Tutto, a guardare bene la storia di Paolo Maldini. Un giocatore capace di vincere (quasi) tutte le competizioni che ha affrontato col Milan (manca solo la Coppa Uefa) e anche di mandare giù qualche boccone amaro. Lui, destro naturale poi diventato terzino sinistro e capace di stravolgere il modo di giocare a calcio, tant’è che a Coverciano il suo nome è finito nei manuali di tecnica individuale (“se sei un terzino sinistro ti insegnano a girarti in una determinata maniera quando c’è un cambio di gioco, a meno che tu non sia Paolo Maldini”). Maestro in campo e fuori dal campo, così leale che nel 2007 L’Equipe dirà di lui di “non essersi mai allontanato da un senso della morale, del dovere, della fedeltà e dell'etica che ne fanno una delle icone del calcio”. Citazione da incorniciare e appendere alla parete, così come anche la sua più celebre, la classica: “Se da bambino mi fossi scritto una storia, la storia più bella che mi potessi immaginare, l'avrei scritta come effettivamente mi sta accadendo”. Nonostante quella ricerca della partita perfetta, a detta sua, mai arrivata. Perché rivedendosi ogni volta trovava un errore, magari minimo ma che c’era. Questione di perfezionismo e professionalità. Quelle che hanno dato vita a una delle carriere più straordinarie di sempre.

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Gioie e dolori

E poi quella contestazione. Che lui più di chiunque alto non avrebbe mai meritato. Una piccola vergogna in quel “mare di affetto” di cui aveva parlato anche Carlo Ancelotti. Gli screzi coi tifosi sfociati in quell’ultima casalinga contro la Roma (peraltro persa 3-2). Un neo che testimoniò come l’affetto per il suo ritiro dal calcio non fu unanime, ma comunque enorme, dal mondo dei tifosi fino a quello dei colleghi, come quando Guardiola gli dedicò la prima Champions vinta col Barcellona nel 2009: “So che ha avuto qualche problema nel giorno dell'addio, ma sappia che ha l'ammirazione di tutta l'Europa, da 25 anni”. Amen. Perché Paolo Maldini merita sempre e solo rispetto. Anche dagli avversari di una vita che all’ultimo derby scrissero su un proprio striscione: “Per 20 anni nostro rivale ma nella vita sempre leale”. Firmato Curva Nord Milano. Che certamente sorrise (come nel giusto spirito della rivalità sportiva) quando Paolo e tutto il Milan affondarono a Istanbul. Nel giorno della partita più amara dove proprio lui aveva segnato dopo appena 51 secondi, il gol più veloce di sempre in una finale. Poi il 3-3, e lui pietrificato come una statua. Fermo a braccia incrociate per chissà quanto tempo. E con tanti pensieri per la testa. Gli stessi però che non lo hanno mai portato lontano dal suo Milan. Le sirene erano quelle inglesi. “Manchester United, Chelsea e Arsenal. Ma nei momenti bassi non si va mai via. Non si fa”. Questione di cuore e di lealtà.

Dopo il Milan

Poi l’avventura post calcio giocato. Ancora sicuramente in campo con gli amici dove si è sempre divertito a fare l’attaccante e il tennis. Nel 2017 l’esordio tra i pro sul circuito ATP nel Challenger di Milano. Sconfitta 6-1, 6-1 anche se il vero obiettivo era rimettersi in gioco. Cosa che Paolo non aveva ancora fatto nel mondo del pallone, o almeno fino al suo recentissimo ritorno in rossonero. Nel 2009 il Chelsea di Ancelotti lo cerca come Team Manager, un’offerta che verrà rifiutata nonostante i tanti ringraziamenti. In mezzo anche l’avventura made in Usa, coi Miami FC di cui però Maldini non è mai stato proprietario: “Ho aiutato il patron Riccardo Silva a far nascere il club, a trovare DS e allenatore, cioè Alessandro Nesta, ma poi non ho più proseguito”. Dunque un sì al Milan di Barbara Berlusconi (poi finito nel nulla) e un no a quello di Fassone. “Ho passato tutta la mia vita con Milan e Nazionale, posso legarmi solo a loro” - detto sempre a Federico Buffa in quel faccia a faccia con vista su Galleria Vittorio Emanuele II. Ora, sempre nella sua Milano, il sì è arrivato da entrambe le parti. E il Milan ritrova il suo vero capitano.

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