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NBA, in ginocchio al termine dell'inno: a Brooklyn come sui campi della NFL

NBA

La cantante R&B Justine Skye ha concluso la sua versione dell'inno nazionale USA prima di Broolyn Nets-Orlando Magic inginocchiandosi a terra, spiegando poi il gesto su Instagram: "Non ci metteranno a tacere". Un gesto che avrà delle ripercussioni nella lega?

La gara di venerdì notte tra Nets e Magic ha segnato il debutto stagionale casalingo per Brooklyn (purtroppo già senza Jeremy Lin, infortunatosi nell’esordio assoluto contro Indiana) ma è coincisa anche con un altro tipo di debutto, quello delle proteste simboliche (anche sui parquet NBA) con gesti che già stanno caratterizzando moltissimi eventi sportivi in tutti gli Stati Uniti. Verso il termine dell’esecuzione dell’inno nazionale USA, infatti, prima del via della gara, l’artista chiamata a esibirsi sulle note di Star Spangled Banner, Justine Skye, ha scelto di inginocchiarsi al momento di pronunciare l'ultima parole dell'inno ("brave"), raccogliendo apparentemente più disapprovazione che applausi dal pubblico del Barclays Center. Un gesto che poi la stessa cantante – sotto contratto con l’etichetta Roc Nation, di proprietà di JAY Z (che dei Brooklyn Nets è stato anche co-proprietario – ha voluto spiegare e rivendicare con un post sul suo account Instagram: “Ho vacillato un po’ verso la fine… ero abbastanza a disagio all’idea di cantare l’inno e con ogni probabilità non verrò più invitata a farlo ancora, ma ho voluto inginocchiarmi in occasione della partita inaugurale in quella che chiamo la mia città [è nata a Fort Greene, lo stesso quartiere – non certo facile – di Brooklyn da dove proviene Taj Gibson, ad esempio, ndr] e fare in modo che la mia voce possa risuonare. Non ci metteranno a tacere”, il suo messaggio, seguito dall’hashtag #blacklivesmatter. 

Il precedente e la posizione della lega

Come più volte riportata prima del via dalla voce del commissioner NBA in persona Adam Silver, la posizione ufficiale della lega rispetto al comportamento dei propri giocatori durante l’inno si rifà all’indicazione inclusa nel regolamento ufficiale della lega che chiede a tutti di “disporsi in piedi, allineati lungo le linee laterali o del tiro libero, adottando una postura degna”. Un suggerimento per il momento accolto da tutte le squadre e da tutti i giocatori, la maggior parte dei quali ha scelto di tenersi sotto braccio durante l’esecuzione dell’inno creando una sorta di catena umana, a simboleggiare l’unità dei giocatori e la loro consapevolezza di fronte alle delicate questioni sociali e razziali emerse prepotentemente negli ultimi mesi (e radicalizzatesi dopo l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca). Se dall’inginocchiamento dell’allora quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick in poi – la prima, ormai storica volta, il 1 settembre 2016 – l’esecuzione dell’inno nazionale durante gli eventi sportivi è diventato un momento molto scrutinato, e anche la NBA aveva già vissuto un precedente in merito. Sempre in occasione dell’opener casalingo dei Philadelphia 76ers, la scorsa stagione, la cantante Sevyn Streeter si era presentata all’arena indossando una maglia con la scritta “We Matter” (a riprendere il nome del movimento di protesta della comunità afroamericana, Black Lives Matter). La sua performance era stata cancellata all’ultimo minuto, senza troppe spiegazioni, ma il gesto non era passato inosservato a giocatori e membri dell’organizzazione dei Sixers. Alle scuse dalla franchigia verso l’artista, era seguito un secondo invito, per la gara di fine dicembre contro i Lakers, prima della quale Streeter aveva potuto esibirsi con la stessa t-shirt in un primo momento vietata. Sarà interessante ora vedere se il gesto (per il momento isolato) di Justine Skye avrà un seguito durante le prossime partite. 

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