12 novembre 2017

NBA: Curry dalla parte dei reduci di guerra, ma scompare durante l'esecuzione dell’inno

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Il numero 30 dei Golden State Warriors ha fatto sentire ancora una volta la sua voce, nel giorno che negli USA è dedicato alla celebrazione dei reduci di guerra. Poi però, prima della partita contro i Sixers, è stato protagonista di un episodio particolare

Il Veterans Day è una festa molto particolare e sentita negli Stati Uniti, una nazione profondamente legata al proprio esercito tanto da rendere omaggio ogni 11 novembre a tutte quelle persone che nella loro vita hanno sacrificato buona parte di essa per prestare servizio nell’esercito durante la guerra. Negli ultimi mesi, dopo le dilaganti polemiche riguardo quanto successo in tutto il mondo dello sport a stelle e strisce in cui gli atleti hanno deciso di manifestare durante l’inno, in tanti si sono appellati a possibili mancanze di rispetto proprio nei confronti dei reduci. Protestare durante l’esecuzione di “The Star-Spangled Banner” secondo alcuni (presidente degli Stati Uniti incluso) era un’offesa contro chi combatte per la libertà della nazione. Una tesi ripetuta più volte, nel tentativo di screditare le ragioni di chi vuole denunciare le disuguaglianze e la mancanza di equità sociale negli USA. E proprio per far chiarezza in mezzo a questo “rumore di fondo” che il chiacchiericcio produce, Steph Curry ha deciso di utilizzare la sua piattaforma, di sfruttare la sua influenza per far sentire la sua voce in un giorno molto particolare come quello dedicato ai veterani. Un lungo sfogo affidato a The Players Tribune nato dal confronto che la point guard degli Warriors ha avuto con un ex militare che gli ha raccontato quanti e quali siano i problemi che devono affrontare anche figure all’apparenza tutelata come i reduci: tanti sono quelli senza casa, con problemi mentali o peggio ancora discriminati. Proprio quelle istanze che Curry porta avanti ormai da anni. “Nel 2017, in America, il silenzio non è più un’opzione”, racconta il numero 30 degli Warriors. “Sono una persona che si trova a suo agio a indossare la sua pelle. So bene quali sono le cause che appoggio, così come quelle a cui mi oppongo. Ma quando sento che qualcuno dice che le mie battaglie, o quelle per le quali gli atleti si espongono, sono ‘dispregiative nei confronti dei nostri militari’, non faccio finta di non sentire; è un’accusa che prendo davvero molto sul serio. Tutte le proteste che il mondo dello sport sta portando avanti, compresa la mia rinuncia ad andare alla Casa Bianca, hanno l’intento esattamente opposto rispetto a disprezzare il lavoro di chi garantisce la nostra pace e serenità”.

“Durante l’inno nessuna protesta, sono dovuto correre negli spogliatoi”

“Una delle cose nelle quali credo di più è l’orgoglio di essere americano, di far parte di questa nazone e di essere grato nei confronti delle nostre truppe – prosegue Curry -. Conosco bene quale sia la fortuna di essere nato in questa terra e di poter crescere in una nazione prospera e pacificata le mie figlie. Se ho deciso di usare la mia piattaforma, non l’ho fatto di certo per generare altro rumore. Voglio usarla per parlare di problemi reali, quelli che coinvolgono persone in carne e ossa. Voglio mettere in luce e portare all’attenzione di tutti le questioni delle quali mi preoccupo molto e che coinvolgono anche i nostri reduci di guerra. Bisogna rispettate e celebrate i nostri veterani”. Parole che mettono in chiaro la posizione di Curry, il quale nel suo lungo articolo racconta anche di come sia stato travolto dal botta e risposta avuto via Twitter con il presidente Trump e di come, a suo avviso, tutto questo distolga l’attenzione dai problemi reali. Di fronte a questa presa di posizione molto netta, in molti sono stati sorpresi poi durante l’inno nazionale di non vederlo assieme ai suoi compagni nel pre-partita della sfida contro i Philadelphia 76ers. Tante le congetture più articolate (molte delle quali riconducevano a una fantomatica protesta), quando in realtà la soluzione era molto più semplice e non era di certo un motivo per contravvenire a quanto raccontato o per manifestare dissenso. Semplicemente invece una conseguenza di ragioni spicciole: “Voglio essere il più chiaro e trasparente possibile: ho avuto un’esigenza naturale e sono dovuto correre negli spogliatoi”. Alla volte il rumore non ci permette di vedere la semplicità delle cose.

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