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A tutto Joel Embiid: gli avversari, i social, la competitività per dominare in NBA

NBA

Il centro dei Sixers, ospite del nuovo podcast del compagno J.J. Redick, ha parlato a lungo della sua presenza sui social network, delle sue faide con gli avversari e la sua indole competititiva. Un'intervista tutta da rileggere per scoprire uno dei personaggi più interessanti della lega

Per gli appassionati di NBA, il ritorno di "The J.J. Redick Podcast" è stato un piccolo momento di svolta. Dopo una quarantina di episodi su The Vertical negli ultimi anni, l’attuale guardia dei Philadelphia 76ers aveva avuto una brevissima apparizione di un episodio su UNINTERRUPTED — la piattaforma mediatica di LeBron James e del suo socio Maverick Carter — prima di prendersi una lunga pausa per motivi sportivi e familiari. Ieri, finalmente, il podcast di Redick è tornato in grande stile su The Ringer, il sito gestito da Bill Simmons per Vox Media, e ovviamente lo ha fatto con un’ospite di eccezione come il compagno di squadra Joel Embiid. Il centro dei Sixers non ha tradito le altissime attese, regalandosi con la consueta sincerità su temi come gli scontri via social media con gli avversari, il trolling su Internet, il suo percorso dal Camerun alla NBA e la sua competitività, che lo ha portato a giocare anche sul dolore e a spingere più in là il limite del suo talento, considerando normali anche partite da 46 punti come il suo massimo in carriera contro i Los Angeles Lakers. Ecco le cose più interessanti che ha detto, ma se volete ascoltarlo per intero trovate la puntata al link qui sotto.

Gli scontri con gli avversari: “Gli faccio il c…o così posso prenderli in giro sui social”

Redick ha aperto la puntata con Embiid passando in rassegna alcune delle sue ultime trovate sui social, come ad esempio inserire delle prese in giro ai suoi avversari nelle location delle sue foto su Instagram. Si va da “The Process” (una palestra sperduta a Columbus in Ohio) a BBQ Chicken (un ristorante dove si mangia a Fort Lee in New Jersey, da lui utilizzato per prendere in giro Whiteside)  fino al colpo di genio di Lavar, una città iraniana utilizzata a seguito della partita con i Lakers (per di più con la foto di una schiacciata sopra Lonzo Ball). Quando gli è stato chiesto se i social sono una fonte di motivazione ulteriore, Embiid ha detto: “Beh, dipende. In generale io voglio solo andare in campo, divertirmi, giocare a pallacanestro e dominare. Ma alcuni sembrano avercela su con me, perciò giocano in maniera più che fisica e iniziano a fare trash talking. Quello non fa altro che migliorare il mio gioco, facendomi venire voglia di dominare ancora di più. In quel modo, dopo avergli spaccato il c..o, posso andare sui social e prenderli in giro”. È successo in particolare con Hassan Whiteside, di cui vi avevamo raccontato lo scontro in pre-season (segnatevi la data: si incontreranno per la prima volta a San Valentino, ma dubitiamo che voleranno baci), ma recentemente anche con Jalen Rose, analista di ESPN che aveva criticato la sua frase (“Sono al 69% della condizione”) definendola come “non professionale”.

Da 69% a 81% per Jalen Rose e le punzecchiature a LaVar Ball

Embiid in un’intervista con ESPN aveva detto che la sua forma fisica era salita all’81% nelle ultime settimane, aggiungendo “ciao Jalen Rose” per ricordargli gli 81 punti segnati da Kobe contro i suoi Toronto Raptors nel 2006. “Io non ho niente contro nessuno, cerco solo di divertirmi. Ma se mi prendi di mira, io rispondo. Io avevo buttato lì un numero a caso, il 69, senza sapere di cosa lo avrebbero associato le altre persone [ovverosia il riferimento sessuale, ndr]. Io vengo dall’Africa, sono nuovo qui, non sapevo nemmeno perché le persone ridessero così tanto per quel numero”. Un altro numero, 46, verrà ricordato per parecchio tempo dai Los Angeles Lakers, visto che sono i punti segnati da Embiid sulla testa di Lonzo Ball e soprattutto di suo padre LaVar, con il quale il camerunense aveva avuto un breve “scambio di opinioni” via social lo scorso anno. “Io non ho nessun problema con la famiglia Ball, anzi in realtà adoro quello che fanno, specialmente con la loro linea di abbigliamento. Sono un grande fan sia di loro che di Lonzo, che diventerà davvero forte in questa lega. Però ricordando quello che suo padre aveva detto su di me, che non ero nemmeno in grado di giocare o di stare in campo, ovviamente mi ero segnato la data sul calendario. Non vedevo l’ora di mostrare ai tifosi dei Lakers e a LaVar Ball di cosa sono capace. Poi per prenderlo in giro ma senza citarlo esplicitamente me ne sono uscito con la location della foto: per la verità ero piuttosto sorpreso, non sapevo nemmeno che esistesse una città dal nome Lavar…”. Con una regola ferrea, però: “Io vedo tutto quello che succede sui social, non mi sfugge niente. Ma quando posto una foto, chiudo immediatamente tutto — altrimenti perderei troppo tempo a leggere i migliaia di commenti che mi arrivano ogni volta che posto qualcosa. Al massimo seguo pagine come House of Highlights e, beh, le ragazze”.

Il momento della verità: “A volte sorprendo anche me stesso con quello che faccio…”

Embiid ha ammesso di sapere che cos’è un troll su Internet e che spesso va volontariamente sopra le righe come farebbe un troll (“D’altronde, se lo fanno i tifosi con noi, perché non noi con loro?”), ma poi è passato a temi più seri raccontando il suo lungo percorso dal Camerun fino all’NBA, innamorandosi del gioco e di Kobe Bryant guardando le Finali del 2009 — quelle in cui il suo interlocutore Redick giocava per gli Orlando Magic… Per la verità Embiid ha sempre avuto dubbi sulle sue reali capacità (ha confessato che persino suo padre non voleva farlo giocare a pallacanestro perché avrebbe subito troppo fisicamente: "Praticamente mi considerava soft..." ha commentato Joel), e solo nel momento in cui ha debuttato nella NBA è riuscito a convincersi di potercela fare: “In college a Kansas non ero un realizzatore: andavo a rimbalzo, stoppavo, difendevo abbastanza bene, ma in attacco avevo solo un gancetto vicino a canestro. Il tipico lungo, insomma. Poi nella mia prima partita in NBA [lo scorso anno, sconfitta in casa contro OKC 103-97, ndr] ho segnato 20 punti in 24 minuti [22:25 per la precisione, ndr]. Solo in quel momento mi sono detto: è facile. Cioè, non è facile avere successo o segnare tanto in questa lega, però sono andato contro uno come Steven Adams, che in difesa è grosso e forte, ma ne ho comunque fatti 20. Da lì in poi ho cominciato a capire”. Il percorso, però, dopo neanche 50 partite in NBA è tutt’altro che finito: “In realtà non penso di aver capito tutto quanto: ci sono ancora partite in cui penso di essere forte, tipo quando mi riesce un Dream Shake o un gancio alla Kareem e non so nemmeno io come ho fatto, ma non ho ancora avuto quel momento in cui mi dico ‘Sì, ce l’ho fatta, sono davvero fottutamente forte’. Uno dei cinque migliori giocatori della NBA, per dire. A volte faccio cose su cui non mi sono nemmeno concentrato così tanto e mi dico ‘Dannazione, ho il potenziale per fare una cosa del genere?’. In questo modo dimostro a me stesso che ho ancora tantissimo lavoro da fare e ancora molto da far vedere al mondo”. 

La voglia di competere e di vincere il titolo

Una prospettiva terrificante per il resto della lega, anche perché prestazioni da 46 punti come quella con i Lakers per lui non sono nemmeno così indimenticabili. “Sinceramente non considero quella partita come un grande momento perché non mi è sembrato niente di speciale, non ero particolarmente caldo per cui segnavo qualsiasi cosa. Ho solo giocato la mia pallacanestro: isolamenti, movimenti in post, i compagni che mi mettono in condizione di segnare, il campo aperto per fare le mie cose. Semplice pallacanestro, senza forzare un tiro dietro l’altro. Non sono andato on fire come Klay Thompson o Steph Curry per cui ogni conclusione era un ‘heat check’. È stata una bella partita, ma non il momento della verità”. In attesa che quel momento arrivi per lui e per i 76ers, possiamo stare pur certi che l’obiettivo finale di Embiid è quello di vincere un giorno il titolo NBA: lo stesso Redick ha dichiarato che la cosa che più lo ha colpito del suo giovane compagno è l’assoluta competitività. “Oh sì, io voglio vincere. Tutti quelli che mi stanno attorno sanno che sono competitivo. Giocherei da infortunato o da ammalato, spingo me stesso fino al limite perché voglio aiutare la mia squadra a vincere”. Continuando in questa maniera, fisico permettendo, viene quasi da pensare che sia più una questione di “quando” e non di “se”.

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