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Andre Drummond, il centro passatore che nessuno s’aspettava

NBA

Francesco Andrianopoli

Il lungo dei Detroit Pistons ha cambiato totalmente il suo ruolo in attacco e si è scoperto un passatore eccellente: ecco come Stan Van Gundy ha cambiato la sua carriera

Cosa c’è di meglio su un campo da basket dei centri passatori? È difficile trovare qualcosa di più appagante esteticamente delle giocate dei grandi del ruolo come Arvydas Sabonis, Vlade Divac, ovviamente Bill Walton: aggraziati giganti che non si limitano ad abbassare la testa e farsi strada con la forza bruta, disegnando invece elaborate parabole in favore dei compagni. Nell’NBA contemporanea ci sono diversi, magnifici esemplari di centri passatori come i fratelli Gasol, Al Horford, ovviamente Nikola Jokic. Ma fino a pochi mesi fa nessuno si sarebbe mai sognato di far rientrare in questa categoria Andre Drummond.

La stagione passata, quella del 2016-17, doveva essere quella della definitiva affermazione dei Detroit Pistons nel gotha della Eastern Conference, dopo che Stan Van Gundy sembrava aver invertito la rotta di una franchigia che non raggiungeva le 30 vittorie stagionali da un lustro, conducendola il primo anno a un record di 32-50 e il secondo a 44-38, addirittura con una (ancorché breve) partecipazione ai playoff. La stagione scorsa, invece, è stata deludente sotto tutti i punti di vista: un grigio record di 37-45, buono solo per il decimo posto ad Est, ma soprattutto una generale regressione nel gioco di squadra e nelle prestazioni dei singoli.

Il primo colpevole, oltre all’allenatore e capo della dirigenza Stan Van Gundy, era stato ovviamente individuato in Andre Drummond: atteso alla definitiva consacrazione come pietra angolare degli schemi di SVG, il suo rendimento è invece calato — se non proprio crollato — in tutti gli aspetti del gioco, con l'unica eccezione del suo dominio a rimbalzo. Apparso cronicamente pigro e disattento difensivamente, si è anche lasciato andare a svariati episodi di nervosismo ingiustificato.

Sembrava di rivedere la stessa dinamica degli ultimi giorni della saga Van Gundy- Dwight Howard a Orlando: risultati in calo, un centro teoricamente dominante che però non riesce a sfruttare le sue qualità e a migliorare/trascinare i compagni, continui attriti tra le due figure principali della franchigia (culminate, in quel caso, con episodi ben oltre il ridicolo), e infine l'inevitabile partenza di entrambi verso altri lidi.

Anche le classiche exit interviews di fine stagione lasciavano presagire ben poco di buono, visto che l’allenatore aveva affermato senza mezze parole che ci sarebbero stati "dei cambiamenti”. In giro per la lega erano in molti a profetizzare che in prossimità del Draft Drummond potesse addirittura essere ceduto, e qualcuno elaborava anche un rating delle giocate “coach killer” in cui ovviamente risultava in vetta.

Durante l'estate, invece, non si sono verificati movimenti tellurici: l'unica modifica sostanziale del roster è stata la rinuncia al vivace ma confusionario Kentavious Caldwell-Pope, che cercava un contratto vicino al massimo salariale ma ha finito con un “parcheggio” di una stagione ai Los Angeles Lakers, e l'acquisizione al suo posto del veterano Avery Bradley dai Celtics, in cambio di Marcus Morris.

Dalle tacche al gomito: come è cambiato Drummond

Il lavoro vero è stato fatto quindi non sulla composizione del roster ma dietro le quinte, a livello tattico: Van Gundy, dimostrandosi ancora una volta una mente cestistica fuori dal comune, ha parzialmente reinventato e rimodellato i suoi giochi per adattarli al suo giocatore migliore, partendo dalle basi, cioè i principi del "one in, four out”. Ovviamente il playbook di SVG è ben più articolato di un solo set di principi offensivi, ma questa è la sua spina dorsale, il suo architrave,  lo stile che ne ha fatto le fortune ai tempi dei Magic e di Howard: un centro dominante accampato in post basso stile centro-boa della pallanuoto e quattro giocatori versatili in movimento all’esterno, dietro la linea da tre punti, con il compito di garantirgli le giuste spaziature, fargli avere il pallone in posizione profonda e punire le inevitabili rotazioni affrettate delle difese.

Questa strategia, con Drummond non ha mai funzionato al meglio, principalmente a causa della sua scarsissima efficienza in post basso: se a rimbalzo “Dre” riesce a far valer appieno la sua terrificante combinazione di stazza e velocità, quando si trova in prossimità delle tacche sembra non avere cognizione della sua potenza fisica, non riesce quasi mai a sopraffare l'avversario e si riduce a cercare tiri in allontanamento, in sospensione e/o in precario equilibrio, con risultati disastrosi.

La tabella qui sopra spiega bene le sue difficoltà nelle ultime due stagioni: rispettivamente terzo e settimo per tentativi, non è mai andato oltre il 70° posto per efficienza.

Preso atto di questa situazione, Stan Van Gundy ha improvvisamente cambiato le carte in tavola e ribaltato i termini della questione: anziché insistere nel coltivare il mai espresso potenziale in post basso del suo centro — che evidentemente non era e forse non sarà mai pienamente a suo agio in quel frangente tattico —, ha deciso di allontanarlo dalle tacche, portandolo stabilmente al gomito, in post alto, e disegnando una serie di variazioni sul tema del meccanismo “one in, four out”. Come per magia, il gioco offensivo della squadra ha cominciato a funzionare a meraviglia.

Tutto nasce da una situazione base apparentemente semplice, con Drummond che va a ricevere palla al gomito e si prepara per un passaggio consegnato per un compagno: quest’ultimo, che arriva a farsi consegnare il pallone in velocità e preferibilmente dopo aver sfruttato a sua volta un blocco, cerca immediatamente di girare l’angolo attorno al suo centro, che a sua volta si proietta verso il canestro su una direttrice parallela.

Una giocata elementare, che però è di per sé sufficiente per mettere sotto pressione qualsiasi difesa, grazie alla mera stazza fisica di Drummond.

Visto che nessun esterno della lega ha voglia di andare a schiantarsi contro una montagna, il difensore dell’uomo che riceve l’handoff si trova immediatamente a inseguire, costringendo il marcatore di Dre a prendere una decisione:

- se resta a contatto con il numero 0, concede al portatore di palla una comoda linea di penetrazione verso il ferro:

- se prova a ruotare sull’esterno per impedirgli l’ingresso nel pitturato, lascia libero il corridoio allo stesso Drummond per un alley-oop o per una ricezione dinamica e frontale, situazioni in cui è sostanzialmente inarrestabile:

- se l’esterno difensivo, per evitare di concedere opzioni in avvicinamento o anche solo per pigrizia, ha la malaugurata idea di passare sotto al blocco, regala un tiro da tre non contestato:

Insomma, i passaggi consegnati di Drummond aprono vere e proprie praterie per i compagni, e quando le difese provano ad adeguarsi è lui stesso a ritrovarsi con la strada spianata verso il ferro, per ricevere uno scarico o prendere posizione a rimbalzo offensivo.

I miglioramenti a tutto tondo di Drummond

Nell’esplosione di Drummond, però, c’è molto di più della capacità di eseguire un set di schemi semplice ed efficace (per quanto non certo innovativo o avveniristico): la vera sorpresa di questa stagione è stato scoprire che la libertà concessagli di gestire il pallone in post alto, osservando i movimenti dei compagni attorno a lui e scegliendo l’opzione migliore, ha scoperchiato un aspetto del suo bagaglio tecnico rimasto finora nascosto. Dentro la corazza del “bruto in post basso” che gli è sempre stata imposta ma in cui non si è mai trovato a suo agio, si nascondeva in realtà l’animo gentile di un passatore.

E non un passatore qualsiasi, ma un grande passatore in termini di quantità: al momento vanta i massimi in carriera in termini di assist a partita (3.9 - massimo in carriera precedente 1.1) e percentuale di assist (17.4%, in precedenza al 6%), nonché più assist totali in 21 partite (81) di quanti ne abbia accumulati complessivamente in ciascuna delle sue prime quattro stagioni nella lega (e mancano solo 9 assist per superare già il totale della scorsa stagione). Inoltre ha già messo a referto otto partite consecutive con almeno 15 rimbalzi e 4 assist (nessun altro negli ultimi 30 anni ci era riuscito per più di 5 partite consecutive, un risultato ottenuto soltanto da Charles Barkley e Kevin Garnett).

Si è però rivelato un grande passatore anche in termini di qualità: un raffinato, elegante passatore che manda a segno i suoi compagni con passaggi a tutto campo veloci e precisi, passaggi schiacciati a terra millimetrici, alley oop, passaggi dietro la schiena, no look, scarichi al laser per i tiratori da tre.

Non è un caso se a ricevere i suoi passaggi c’è quasi sempre Avery Bradley: dei 3.7 assist in stagione di Drummond, ben 1.6 finiscono nelle mani dell’ex Celtics, con il secondo beneficiario (Tobias Harris) che si ferma a 0.7

Quando c’è entusiasmo e fiducia nei propri mezzi, tutto funziona meglio: in questo clima generale di rinnovata fiducia, infatti, Drummond sembra aver sistemato anche le sue storiche e croniche carenze ai tiri liberi, che attualmente sta tirando con un onesto 62% (dopo una carriera da 39%). Il tutto senza ovviamente far mancare il suo dominio a rimbalzo (al momento è primo in classifica sia in termini di rimbalzi a partita che di percentuale), e ha ricominciato a piegare le ginocchia in difesa, mostrando nuovamente le potenzialità di difensore soffocante che aveva lasciato intravedere nelle sue prime stagioni, ma che col tempo sembravano essere evaporate.

Prima di accoglierlo a pieno titolo tra i dominatori del ruolo, ovviamente, bisognerà attendere qualche controprova e conferma in più, così come è altrettanto ovvio che lo straripante avvio stagionale dei Pistons non sia solo merito suo, dovendo riconoscere la giusta considerazione all’evoluzione di Tobias Harris, alla crescita degli altri giovani della squadra e all’apporto di Avery Bradley.

Però l’occhio vuole sempre la sua parte, e cosa c’è di meglio di un centro passatore? Forse soltanto la scoperta di un centro passatore che nessuno si aspettava.