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NBA, risultati della notte: l'ex Olynyk fa piangere Boston, 7^ vittoria in fila per Chicago

NBA

Con 32 punti dell'ex, Miami passa a Boston nonostante i 33 punti di Kyrie Irving, che sbaglia il tiro della vittoria. Vincono Toronto e Chicago a Est, mentre a Ovest San Antonio la spunta nel finale contro Portland e Golden State - pur senza Curry, Green, Pachulia e Iguodala - liquida Memphis

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Boston Celtics-Miami Heat 89-90

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La tremenda vendetta dell’ex. La seconda vittoria di Miami in tre sfide con i Celtics è decisa infatti da Kelly Olynyk, beffardamente omaggiato dall’organizzazione e dal pubblico di Boston prima del via: per l’ex biancoverde alla fine ci sono 32 punti – suo massimo in carriera – decisivi nell’affossare Kyrie Irving e compagni, tenuti al 37.5% dal campo dalla difesa messa in campo da Erik Spoelstra. Due triple consecutive di Olynyk a 10 minuti dalla fine sembravano aver già deciso l’incontro, con gli ospiti sopra di 11, ma la rimonta di Boston permette proprio a Irving (33 punti alla fine per lui) di avere tra le mani il pallone della vittoria, che però sbaglia sulla sirena. Ai Celtics non bastano i 16 punti di Jaylen Brown e i 15 di Marcus Smart mentre per gli Heat – ancora senza la loro point guard Goran Dragic e Justise Winslow – a spalleggiare l’eroe di serata Olynyk (12/15 al tiro per lui, con 6/8 da tre punti) è soprattutto Josh Richardson, autore di 19 punti con 6 assist. Era stata proprio Miami a fermare, il 22 novembre scorso, la striscia di 16 vittorie in fila dei Celtics, un successo bissato ora a sorpresa sul campo della prima squadra a Est. 

Golden State Warriors-Memphis Grizzlies 97-84

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La decima vittoria consecutiva di Golden State è un po’ un atto di fede. I Grizzlies non sembravano per nulla equipaggiati per trasformarsi per l’ennesima volta nella nemesi inattesa degli Warriors. Troppi dissidi, problemi interni e una serie interminabile di infortuni, superata soltanto dal lungo elenco di sconfitte. Un baratro dal quale era assurdo pensare di poter uscire giocando contro i campioni NBA, nonostante Steph Curry, Draymond Green, Zaza Pachulia, Andre Iguodala e Shaun Livingston non fossero del match. A Steve Kerr ne bastano un paio, anzi: basta continuare a muovere il pallone. Golden State infatti si gode prima Klay Thompson, che entra in ritmo nel primo tempo, segna nove dei suoi primi dieci tentativi dal campo, ma poi chiude senza forzare, in perfetto stile Warriors. Alla fine sono solo 29 punti, in una gara in cui sarebbero potuti tranquillamente essere 50, visti i 27 raccolti al giro di boa. Kevin Durant ne aggiunge 22, giocando soli 33 minuti: ma come, con il roster rimaneggiato e senza alternative di primissimo livello, il numero 35 non fa gli straordinari? No, niente sforzi di troppo. E quindi ben vengano i 29 minuti concessi a Patrick Mc Caw, i 12 punti di Omri Casspi in uscita dalla panchina o i 26 minuti di Jordan Bell. Gli Warriors segnano solo sette volte dall’arco, perdono 16 palloni e tirano con meno del 46% dal campo. E nonostante questo controllano la sfida senza troppo affanno negli ultimi 30 minuti. Esisterà mai un modo per metterli in difficoltà? Se non ci riescono più neanche i Grizzlies…

Chicago Bulls-Orlando Magic 112-94

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E così, una delle peggiori squadre NBA del primo mese di stagione regolare, diventa di colpo una corazzata all’apparenza imbattibile. I Chicago Bulls hanno facilmente la meglio sugli Orlando Magic centrando così la settima vittoria consecutiva, la miglior striscia di squadra dal 2014, coincisa con il ritorno a roster di Nikola Mirotic (in doppia doppia con 15 punti e 10 rimbalzi) dopo 10 sconfitte in fila. Dal 12-0 iniziale fino al +30 in avvio di quarto periodo, quella contro Orlando è stata una partita a senso unico, dominata dall’attacco dei Bulls (31 assist, miglior dato stagionale) che dal ritorno in campo di Mirotic viaggia a più di 111 punti a sera (dopo averne prodotti 95.7 nelle precedenti 23 gare). Per i Bulls ben 6 giocatori in doppia cifra, con Denzel Valentine autore di 16 punti e 10 rimbalzi ma anche Kris Dunn a quota 15 e Bobby Portis a 14. Continua il momentaccio dei Magic, che senza Aaron Gordon e Evan Fournier perdono la 17^ gara delle ultime 20 tirando un pessimo 5/27 da tre punti. Non servono a nulla i 18 di Nikola Vucevic, migliore dei suoi. 

Oklahoma City Thunder-Utah Jazz 107-79

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Utah si presenta nell’Oklahoma senza Rudy Gobert e anche dovendo fare a meno del rookie meraviglia Donovan Mitchell: un regalo troppo grande per OKC che fin dall’inizio prende possesso della gara, tenendo i Jazz a 4/18 al tiro nel primo quarto, chiuso sopra di 25-9. Con 20 dei suoi 24 punti nel primo tempo – conditi a fine gara anche da 10 rimbalzi, 7 assist e 4 recuperi, con un ottimo 10/13 al tiro – Russell Westbrook guida i suoi a un vantaggio di 16 punti (53-37) già all’intervallo e i 10 punti a testa di Paul George e Carmelo Anthony nel terzo quarto (per entrambi saranno 18 alla fine) portano i Thunder sopra di 27 (87-60) all’inizio dell’ultimo periodo, assicurando così ai padroni di casa l’ottava vittoria nelle ultime undici gara disputate, e un record finalmente tornato positivo (16-15). Per Utah il migliore è Rodney Hood a quota 17 ma i Jazz continuano a soffrire gli infortuni ed escono sconfitti per la sesta volta nelle ultime sette gare. 

Charlotte Hornets-Toronto Raptors 111-129

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Una squadra caldissima, un’altra in grandissima difficoltà: la vittoria dei Raptors sul campo degli Hornets conferma i momenti antitetici delle due realtà: per Toronto è la decima vittoria nelle ultime undici gare, per Charlotte invece si tratta dell’undicesimo ko nelle ultime tredici partite. Forti di un parziale di 14-2 nel primo quarto, i padroni di casa chiudono la prima frazione avanti di 4 ma subiscono un contro break di 12-2 nel secondo, guidato da Serge Ibaka (15 dei suoi 24 punti arrivano nel primo tempo), che proietta i canadesi sopra di 16 (63-47) all’intervallo. Toronto va all’intervallo con 8 triple già a bersaglio, su 13 tentativi: finirà con 16/33 dall’arco, distanza dalla quale brilla soprattutto il rookie OG Anunoby, che chiude con 20 punti e 6/7 da tre punti (43% per lui in stagione, miglior dato di squadra). Il secondo tempo della sfida appartiene poi a DeMar DeRozan, che segna 18 dei suoi 28 punti proprio nella ripresa, condannando al ko gli Hornets di un Jeremy Lamb al suo massimo in carriera, 32 punti, cui danno man forte i 15 a testa di Dwight Howard e Kemba Walker. Inutili però a evitare la sconfitta interna. 

Brooklyn Nets-Sacramento Kings 99-104

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Saltare non è mai stato il suo forte, ma in quanto a presenza sotto il ferro Zach Randolph non è mai stato secondo a nessuno. E 10.000 rimbalzi dopo il primo catturato in NBA, sembra ormai chiaro a tutti. L’ex giocatore dei Grizzlies si regala un successo in una serata storica per la sua carriera, battendo da protagonista i Brooklyn Nets e conquistando per la prima volta in questa regular season entrambe le partite di un back-to-back. Randolph chiude con 21 punti, 8/11 dal campo e 8 rimbalzi. Gliene bastava uno per superare la fatidica soglia: “Come ripeto sempre ai giovani, lottare sotto canestro non è mai stata una battaglia vinta da chi salta più in alto. O quanto meno, non soltanto. La posizione è ciò che fa tutta la differenza del mondo, l’utilizzo del corpo e la sensibilità nel capire dove andrà a finire il pallone”. A dargli manforte in campo ci ha pensato George Hill, ispirato in un match da 22 punti, 4/4 dall’arco e 7 rimbalzi. Dall’altra parte sono sei i giocatori in doppia cifra, guidati dai 16 del solito Spencer Dinwiddie e dalla doppia doppia 14-10 di Rondae Hollis-Jefferson. “Stiamo diventando via via migliori – racconta un rincuorato Dave Joeger -; la squadra sta iniziando a conoscersi e i giovani a capire come muoversi nella lega. Faremo grandi cose”.

Portland Trail Blazers-San Antonio Spurs 91-93

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“Se giocassimo sempre con questo cuore, vinceremmo 82 partite”, dice a fine gara Gregg Popovich, sicuramente non soddisfatto delle 22 palle perse dei suoi (peggior dato stagionale) ma invece felicissimo dello sforzo messo in campo da LaMarcus Aldridge (22 punti), Pau Gasol (20 e 17 rimbalzi, massimo stagionale) e compagni, che pur senza Kawhi Leonard e Tony Parker – tenuti a riposo precauzionalmente, visto la prossima gara in back-to-back contro Utah – riescono a sbancare il Moda Center. Impresa che, a dire il vero, non è più ormai difficile come lo era una volta: Portland è infatti al quinto ko interno consecutivo ed è l’unica squadra in tutta la lega a sfoggiare un record vincente (16-15) pur avendone uno deficitario in casa (7-9). La coppia Lillard-McCollum tira male dal campo e combina per 30 punti (17 il primo, 13 con solo 5/22 al tiro e i primi 11 tiri tutti sbagliati per il secondo), e anche i 15 di Jusuf Nurkic e i 14 a testa di Evan Turner e Shabazz Napier non sono abbastanza per impedire agli Spurs di uscire vincitori nei minuti finali di una sfida in equilibrio fino alla sirena e decisa anche dall’esperienza di giocatori come Manu Ginobili e Patty Mills, autori entrambi di 10  punti a testa dalla panchina. Netto il dominio dei nero-argento sotto canestro, come evidenziato dal conto a rimbalzo (53-38 per gli ospiti).  

Denver Nuggets-Minnesota Timberwolves 104-112

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Non saranno belli, non saranno rodati, ma in questi primi due mesi i T’wolves hanno dimostrato all’occorrenza di saper vincere. Merito del talento raccolto in quantità in estate, soprattutto quello di Jimmy Butler, ancora una volta decisivo come spesso gli sta succedendo nelle ultime settimane. Sono 25 i punti per il numero 23, otto dei quali arrivati nel rush finale decisivo degli ultimi sei minuti di gara che si aggiungono ai 25 di Karl-Anthony Towns, diventato sempre più l’altro nello spogliatoio. Dall’altra parte invece non bastano i 30 di Jamal Murray e la doppia doppia di Nikola Jokic da 22 punti e 10 palle perse; sì, più di tutti i T’wolves messi assieme (che si fermano 8). Una mazzata difficile da incassare per i Nuggets rimaneggiati dalle assenze di Paul Millsap, Gary Harris e Emmanuel Mudiay. “Una grande vittoria, in trasferta, contro un’avversaria diretta”. Coach Thibodeau non è mai stato uomo dai tanti complimenti, ma questo riconoscimento è più che meritato da un gruppo in grado di vincere al Pepsi Center (11-2 il record casalingo dei Nuggets prima di questa notte) e diventato ormai stabilmente la quarta forza della Western Conference. Ai piedi del podio, alle spalle delle big, ci sono loro.

Dallas Mavericks-Detroit Pistons 110-93

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I Mavericks festeggiano il ritorno in campo di Dennis Smith Jr. ma vanno subito sotto di 9 punti nel primo quarto. Fortunatamente la reazione arriva immediata nel secondo, riflessa in un’incredibile 15/19 al tiro per 43 punti che proietta Dallas sopra di 12 all’intervallo, 65-53. Massimo stagionale per i padroni di casa sia i punti mandati a tabellone nel secondo periodo (chiuso con un parziale di 17-4) che quelli all’intervallo, in una vittoria poi assicurata anche dai 25 di Harrison Barnes, con 3/5 da tre punti e 7 rimbalzi, dai 15 del rientrante Smith Jr. e dai 12 di Dirk Nowitzki. Nel terzo quarto Detroit sembra poter rientrare approfittando di tre minuti e mezzo senza neppure un punto dei Mavs in apertura di terzo quarto, ma poi a raffreddarsi ancora di più sono le mani dei giocatori dei Pistons, che non segnano un canestro per sette minuti e mezzo (solo 4/18 al tiro in tutto il terzo quarto). Non bastano allora a coach Van Gundy i massimi stagionali di Anthony Tolliver (18 con 4/6 da tre punti) e Stanley Johnson (16): solo 11 (con 13 rimbalzi) per Andre Drummond e 10 con 4/16 al tiro per il miglior realizzatore stagionale Tobias Harris. Per Dallas, sempre ultima a Ovest, si tratta della seconda vittoria nelle ultime otto gare, che interrompe la striscia di tre successi dei Pistons. 

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