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NBA, la prova di maturità di Bradley Beal

NBA

Daniele V. Morrone

Entrato in NBA come tiratore puro, il giocatore degli Washington Wizards si sta rivelando un attaccante ben più completo rispetto a quanto immaginabile. Riuscirà a diventare anche un primo violino offensivo?

Tra le tante outsider della Eastern Conference che ogni anno tentano la scalata al trono di LeBron James e dei Cleveland Cavaliers, ogni stagione sembra essere quella buona per gli Washington Wizards. Lo pensano soprattutto loro, e non mancano di farcelo sapere a ogni occasione: nelle interviste estive, negli shootaround, nelle partite giocate sempre sul filo dei nervi. Quello che però è ripetutamente mancato a questa squadra è proprio lo step successivo al mostrarsi vogliosi di poter competere contro tutto e tutti. Al di là delle parole, insomma, sono mancati i fatti.

Proprio per questo allora l’infortunio che ha tenuto fuori John Wall per nove partite consecutive ha rappresentato il momento ideale per capire di che pasta è fatto un Bradley Beal sicuro di sé come non mai. Arrivato al suo sesto anno nella lega, ci si chiedeva se a tutto il “fumo” fatto vedere finora dalla guardia nella sua carriera corrispondesse una vera aggressività in campo, per prendersi in termini di soddisfazioni quello che il suo talento e la sua voglia di vincere sembrano potenzialmente offrire. Per adesso, è stato un dubbio irrisolto.

Per fare questo tipo di valutazioni non importa tanto vedere quanto si sia sviluppata la sua difesa o le scelte di passaggio dal pick and roll, due delle qualità che rendono Beal un giocatore sopra la media del ruolo e della NBA. Quello che era interessante scoprire è se, all’aumentare di importanza offensiva, sarebbe stato in grado di reggere botta e diventare un giocatore migliore poiché più consapevole del suo talento, in grado di incidere maggiormente sulle sorti della sua squadra in regular season. Questo perché sappiamo già cosa è in grado di dare ai playoff, avendolo dimostrato anno dopo anno alzando il suo livello di gioco nella post-season, ma non è chiaro se Beal può fare un ulteriore step dal punto di vista della continuità lungo tutta la regular season, anche per una situazione clinica che spesso in passato lo ha visto in difficoltà con gli infortuni.

Cosa ci hanno detto le partite senza Wall

Guidare la squadra a quattro vittorie e cinque sconfitte nelle nove partite senza Wall è comunque un record accettabile, visto quanto pesa la figura del numero 2 nel gioco della squadra e quanto corta sia la rotazione senza di lui. Praticamente solo contro Utah la squadra ha preso un’imbarcata, rimanendo sempre entro i 5 punti nelle altre quattro sconfitte (con Beal che, esclusa la gara coi Jazz, non è mai andato sotto il -5 di plus-minus). Più che il record, però, questa striscia di partite serviva per sperimentare teorie di cui si poteva solo intuire la veridicità.

Essere la prima opzione offensiva di un attacco classico e gerarchizzato come quello di Washington - in cui tutto nasce dalle scelte offensive della prima opzione offensiva e il resto va di conseguenza - ha ovviamente tutto un altro peso in termini di attenzione difensiva degli avversari. Bradley Beal in assenza di Wall non è stato però utilizzato come primo portatore di palla: invece di fargli iniziare l’azione, coach Scott Brooks ha preferito farlo partire lontano dal pallone per sfruttare almeno un blocco, così da aver mosso almeno minimamente la difesa e sfruttare quello di più bello che c’è nel gioco di Beal - che, contrariamente a quanto si pensa, non è il suo tiro in sospensione incredibilmente fluido. Il prodotto di Florida, infatti, è un attaccante più complesso rispetto all’immaginario dell’elegante tiratore che con movimento fluido raccoglie il pallone e lo porta sopra la testa in una frazione di secondo.

Questa, per intenderci, è la prima - bellissima - immagine di Beal che viene in mente a chiunque, ma non è necessariamente il “vero” Beal.

Pur con un Usage Rate gonfiato dall’essere la prima opzione offensiva della squadra (in questa stagione sta toccando il 30% rispetto al 26% già massimo in carriera della scorsa stagione), Beal non è uno di quei giocatori che crea attacco dal nulla, come invece può succedere al suo partner-in-crime col numero 2. Al contrario, è preferibile servire Beal in movimento o direttamente dalla triple treat dopo aver ricevuto, situazioni nelle quali è in grado di gestire l’attacco decisamente meglio rispetto all’alzarsi al tiro dopo il palleggio. A questo proposito ci si sarebbe potuti aspettare un maggiore apporto nelle triple dal palleggio, che invece rimangono sempre stabile al 20% del totale dei tiri tentati, in favore di una chiara preferenza per le conclusioni dentro l’arco non assistite (passate dal 51% al 63% delle sue conclusioni da due).

Un tiratore più bello che efficiente?

La questione del tiro da tre non può passare inosservata.

 Una delle cose che ha sempre stonato nel guardare le partite di Beal è notare la differenza tra quello che vede l’occhio e il risultato finale del gesto: non so bene perché, ma Beal non è un tiratore efficiente come la sua fama e la sua tecnica di tiro meriterebbe. In questa stagione in cui è sceso un minimo di oltre sei punti nella percentuale effettiva dal campo, la guardia di Washington sta tirando peggio da tre punti pur mantenendo, dal punto di vista della pulizia tecnica, un tiro perfetto per posizionamento dei piedi al momento della ricezione, equilibrio e fluidità nel salto, e soprattutto movimento delle braccia che accompagnano il pallone fino al rilascio.

Per quanto il 40% sia la soglia che separa i buoni tiratori da quelli ottimi, una meccanica del genere meriterebbe di stare diversi punti più su rispetto al 39% della sua carriera.

Per cercare di spiegarmi questa discrepanza tra il Beal ideale e quello reale, ho cercato di andare in profondità nell’analisi statistica delle sue conclusioni dall’arco. Al netto di una tecnica che non viene influenzata più di tanto dalla vicinanza o meno del difensore, quello che però cambia ovviamente è la percentuale su quelle conclusioni: dei 6.2 tentativi da tre a partita, solamente 1.1 vengono presi con il difensore entro un metro di distanza e in quelle situazioni la sua percentuale cala drasticamente al 27.3%. Ma anche non considerando la vicinanza del difensore, sembra comunque evidente che Beal non è ancora un tiratore élite quantomeno dal palleggio: dei 2.5 tiri presi dopo uno o più palleggi le percentuali crollano sotto al 30%. Paradossalmente tira meglio quando fa più di tre palleggi (33%) rispetto a quando ne fa solo uno (21%), la conclusione che è la più comune tra quelle dal palleggio (0.8 a partita). In una NBA che ormai ha sdoganato per importanza le triple dal palleggio, Beal è un giocatore non pericoloso in questo fondamentale che dovrebbe in teoria poter eseguire ad occhi chiusi.



La tecnica che all’occhio risulta perfetta non è comunque in grado di portarlo sopra il 40% neanche quando tira con tanto margine sul difensore e senza dover palleggiare, e per questo bisogna considerare che Beal sta dando il suo meglio come attaccante totale più che per le doti da tre. Intendiamoci: tirare i piazzati con il 40% è sempre meglio che sotto il 40%, non fosse altro per le attenzioni che genera anche rimanendo fuori dall’azione, ma forse Beal ha capito che per mettere realmente pressione alla difesa come prima opzione deve sfruttare le pieghe del suo gioco, quelle nelle quali può realmente avere un vantaggio sull’avversario diretto, scoprendo che per attaccare la difesa come prima opzione offensiva ormai non basta accettare i piazzati fuori dall’arco o tagliare sul blocco del lungo. Maggiore volume offensivo significa maggiore utilizzo delle proprie doti offensive in zone di campo teoricamente più difficili, come quelle nei pressi del ferro, o meno efficienti, come il tiro dal palleggio dalla media distanza.

Un attaccante completo

Senza Wall c’è da dire che Beal ha mantenuto lo stesso numero di tiri liberi guadagnati a partita (5.7), ma ha aumentato il numero di conclusioni dentro l’arco con 2.6 in più a partita. Considerando quindi la totalità delle sue conclusioni a canestro, era normale che proprio in questo inizio di stagione in cui Beal stia scoprendo un’aggressività prima forse nascosta dall’ombra di Wall. Le conclusioni al ferro rimangono circa un terzo del suo repertorio offensivo esattamente come la scorsa stagione, ma arrivano con lui come primo focus della difesa e quindi dovendo affrontare maggiori attenzioni da parte degli avversari e in particolare dai lunghi.



L’aspetto eccellente delle sue conclusioni al ferro è che riesce a tenere il contatto e andare alla conclusione anche in equilibrio precario senza perdere minimamente l’inerzia del movimento.


La grandezza di Beal si nota dal fatto che è un ottimo lettore degli angoli dei difensori: gli basta un’apertura minima per allungare le braccia slanciate proprio dove c’è più spazio e poi sfruttare la sua corporatura tozza per imprimere forza sulle gambe e allungarsi verso il canestro. Non è però monodimensionale nello sprint: Beal ha imparato a utilizzare anche la decelerazione quando deve attaccare in proprio, rendendo ancora più difficile la sua marcatura nei pick and roll partendo da situazione statica dopo aver ricevuto per andare alla conclusione. 

Proprio la gestione minuziosa dei movimenti del corpo una volta superato il blocco è quello che rende Beal un attaccante tanto letale: gli basta solo una frazione di secondo per mettersi in ritmo e le abilità di lettura non si fermano al superare il diretto marcatore, perché è in grado di trovare l’istante giusto per esplodere nella conclusione, che sia con il tiro in sospensione, in allungo verso il canestro oppure sfruttando le buone doti di passatore.

Beal è tempo e spazio più che varietà tecnica e creatività.

Quello che sta scoprendo poi è che per attaccare una difesa come prima opzione offensiva bisogna puntare alla maggiore completezza offensiva possibile, e quindi deve avere nel proprio arsenale la minaccia del tiro dal palleggio dentro l’arco (non necessariamente al ferro). In questa stagione il 27% dei suoi tiri arrivano proprio dal tiro dal palleggio dentro l’arco, rispetto al 21% della scorsa stagione: un salto notevole. Certo, ne perde in efficienza (50% di eFG contro il 56% della scorsa stagione), ma è il prezzo da pagare per avere uno spettro di azioni che possono veramente tenere una difesa sulle spine e costringerla a subire una scelta piuttosto che forzarla. Questa è una bella differenza, perché essendo una scelta consapevole è Beal a scegliere quando e come prendersi quel tiro, ovverosia la differenza tra un attaccante che può decidere il contesto di gioco o meno. È esattamente la differenza che c’era tra il Beal seconda opzione offensiva sulle spalle di Wall e il Beal seconda opzione offensiva della squadra di Wall, ma a sua volta una stella della lega.

L’avversario è indeciso se attaccarlo dopo il pick and roll o assorbirne l’entrata in area: Beal semplicemente si alza dopo il palleggio e fa canestro.




Non è un caso se le prestazioni di Beal sono andate in crescendo proprio dopo la brutta sconfitta contro Utah: a un’imbarcata di 47 punti ha risposto assumendosi immediatamente più peso offensivo, arrivando all’esplosione del massimo in carriera da 51 punti nella partita successiva contro Portland in cui ha fatto letteralmente impazzire il povero C.J. McCollum, chiudendo con il 57% dal campo pur andando alla conclusione per l’incredibile cifra di 37 volte con soli 5 viaggi in lunetta. Praticamente i difensori non sono neanche riusciti a toccarlo tanto era in serata. Una fiducia che non è venuta meno nelle partite successive, anzi: è ancora più interessante notare come sia riuscito a tenere certe cifre anche al di là di una partita in cui era evidentemente on fire. Certo, sarebbe stato impensabile mantenere anche l’efficienza della partita contro Portland (i 28 punti contro i Nets, ad esempio, sono arrivati col 33% dal campo), ma la cosa importante era l’atteggiamento mentale.

Dopo questo career-high da 51 contro Portland ne ha messi altri 34 con il 59% dal campo.

Le prospettive di Washington per il resto della stagione

Oltre che su Beal, l’assenza di Wall ha permesso a coach Scott Brooks di capire su quali giocatori può contare una volta arrivati i playoff. E se per Otto Porter era immaginabile che, all’aumentare del peso offensivo, sarebbe venuta meno la sua efficienza (ha messo con il 43% i 13.4 tentativi a partita, rispetto al 54% degli 11.5 soliti), le 9 gare senza Wall hanno permesso di trovare altri possibili giocatori in grado di contribuire. Uno tra questi è Mike Scott, che si è scoperto come terminale offensivo affidabile sugli scarichi fuori dall’arco (cosa non ovvia dopo la terribile scorsa stagione ad Atlanta, nella quale ha tirato col 15% meno di 2 volte a partita). Tolta la terribile partita contro Utah, le nove partite senza Wall hanno mostrato una Washington migliore in difesa rispetto a inizio stagione (ora è decima nella lega con 105.6 di rating difensivo, una bella differenza rispetto al 109.3 della scorsa stagione che ne faceva la 20esima).

Il periodo in contumacia Wall ha permesso ad esempio di scoprire qualcosa in più su Tomas Satoransky, come il fatto che grazie alla sua altezza può cambiare sugli esterni, una versatilità che invece Tim Frazier non poteva offrire. Lo stesso Frazier, una volta promosso in quintetto, ha portato la panchina ad essere automaticamente più solida dei titolari, visto che semplicemente non potrà mai tenere neanche il portatore di palla avversario perché gli si può sempre tirare in testa. Non che ci volesse molto, visto che tra i titolari c’è Markieff Morris in aiuto del lungo e dalla panchina escono invece le braccia lunghe di Kelly Oubre, o che in campo dall’inizio ci sia lo statico Marcin Gortat e a gara in corso esca un altro giocatore ugualmente statico, ma che sa dove posizionarsi sotto canestro come Ian Mahinmi. Al netto di tutto, però, che Washington potesse diventare una buona difesa proprio senza Wall non era scontato e può tornare più che utile dovesse confermarsi poi in primavera.



Anche perché Washington, insieme a Milwaukee, è l’outsider più credibile ad Est alle ultime tre finaliste di conference (Cleveland, Boston e Toronto), posizionandosi davanti a Indiana, Detroit, New York e Philadelphia per giocarsi il posto in semifinale di Conference. La differenza rispetto al passato è che, pur potendo gestirsi senza problemi finendo se va bene quarti o quinti, una volta arrivati i playoff non ci saranno più scuse, non fosse altro per i proclami in estate in cui sostenevano che i Cavs avessero paura di loro.

Considerando che il nucleo formato dai Big Three è tutto sotto contratto a lungo, ora è il momento di fare sul serio – e Bradley Beal non dovrà perdere nulla di quanto conquistato in assenza di Wall dal punto di vista tecnico e mentale. Il nativo di St. Louis è ancora giovane, certo, ma è arrivato il momento di diventare grande.

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