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NBA, a tu per tu con Parish: "Vi racconto le differenze tra i Celtics di ieri e di oggi"

NBA

Stefano Salerno

Robert Parish ha vinto quattro titoli NBA a Boston negli anni ‘80, ha giocato 1611 gare di regular season (nessuno come lui nella storia) e adesso si gode il meritato riposo. Gira il mondo come ambasciatore della lega e segue sempre con un occhio particolare i suoi Celtics: "So io cosa manca a Boston per vincere il titolo NBA..."

Robert Parish è un uomo in pace con il mondo, “un ambasciatore NBA, questa è la mia attività principale al momento”, per sua stessa ammissione. Al seguito quando può dei Celtics, per i quali tuttavia non ricopre alcun ruolo operativo. Boston è rimasta impressa sulla sua pelle, la sua casa per 14 anni dopo i quattro trascorsi ai Golden State Warriors e prima degli ultimi tre da ultraquarantenne a Charlotte. La carriera di Parish infatti è la più lunga di tutte. Dai 23 fino ai 43 anni in giro per la lega, non sono il numero di stagioni a impressionare (siamo comunque nella top-10), ma quello delle partite in cui è sceso sul parquet. Sotto quel punto di vista non lo batte nessuno: 1611 incontri di regular season, senza contare i playoff terminati per quattro volte con le mani al cielo – protagonista dei Celtics anni ’80 guidati da Larry Bird. “Certo, seguo la NBA, mi godo sempre le partite e pongo sempre attenzione ai duelli sotto canestro. Adesso tutti guardano al tiro da tre punti, non c’è dubbio, ma io preferisco di più il fatto sottolineare come sia aumentato il ritmo delle gare, come si corra di più rendendo divertenti le partite anche per i tifosi che seguono da casa”. Un nuovo modo di intendere il gioco in cui il Parish giocatore forse farebbe fatica a integrarsi ma pensare di fare paragoni tra epoche diverse è tanto inutile quanto improduttivo. “Mi piacciono molto i lunghi di oggi, i vari Joel Embiid, Karl-Anthony Towns, Anthony Davis, DeMarcus Cousins. Mi piace il fatto che il gioco sia andato avanti, si sia evoluto. Sono giocatori in grado di rispondere alle esigenze del 2018, capaci di fare la differenza lontano dal ferro e anche nel tiro dalla lunga distanza. Allo stesso tempo però mantengono intatta la cultura dei centri di una volta nell’essere presenti sotto i tabelloni, stoppare le conclusioni degli avversari, catturare rimbalzi e proteggere l’area. Non bisogna mai perdere quell’identità, nonostante siano in grado di fare la differenza sia dentro che fuori dall’area”.

La forma fisica, lo yoga e le sfide contro i Sixers

E se contando le triple realizzate è facile fare meglio di Parish (in carriera non ha letteralmente mai tirato con i piedi oltre l’arco, figurarsi segnare), molto più complesso è mantenersi in forma smagliante come dimostra il suo corpo anche alla soglia dei 65 anni. Snello e atletico, nonostante le dimensioni rendano inevitabilmente più lenti i movimenti e con un’invidiabile capacità di essere sempre al massimo in 20 anni di carriera. Se gli chiedi quale fosse il suo segreto, non riesce a non esplodere in una risata rumorosa, lusingata. Ma poi si fa serio: “Non so quale sia stato il vero segreto della mia longevità. Una delle ragioni principali è di certo il fatto che non ho mai subito infortuni gravi; nulla che non fosse una storta alla caviglia o una botta alla mano. Inoltre ho sempre preso con grande serietà la cura del mio corpo, ero maniacale. Sono sempre stato attento a quello che mangiavo e mi sono tenuto ben lontano dai guai. Per restare flessibile invece a fare la differenza è stato lo stretching, che non ho mai trascurato, assieme allo yoga. Sono stato uno dei primi a praticarlo con attenzione e di continuo in allenamento; è stata una delle chiavi”. Il modo migliore per tenere allenati i muscoli prima dei ripetuti corpo a corpo sotto le plance contro i giganti degli anni ’80. I più celebri a Est erano certamente quelli contro i Sixers, il trampolino di lancio alle sfide contro i Lakers: “Ricordo delle partite durissime, il confronto era tra due squadre molto attrezzate, preparate al meglio, sia sotto l’aspetto fisico che mentale. Due gruppi che facevano della difesa il loro orgoglio. Era sempre complesso perché in quel momento eravamo entrambe delle squadre pronte per vincere, che non volevano perdere l’occasione per nulla al mondo. Era uno scontro così sentito e duro che spingeva sia noi che loro a tirare fuori qualcosa in più; eri costretto a giocare come non avevi mai fatto prima per provare ad avere la meglio. Ricordo quando tutto il Garden iniziò a intonare “Beat L.A.” rivolto verso i Sixers, dopo che ormai erano riusciti a batterci in gara-7 nel 1982 e stavano già pensando alla sfida contro i Lakers. Quello era lo spirito che animava quegli scontri: c’era un enorme rispetto”.

I Celtics di coach Stevens e gli obiettivi: “Manca ancora qualcosa…”

Aver fatto parte di quel gruppo, di quell’ambiente e averlo fatto a Boston, rende Parish certamente un osservato privilegiato riguardo le dinamiche interne ai Celtics e un critico da ascoltare riguardo le chance dei bianco-verdi di vincere il titolo NBA già da quest’anno. “Potrebbero riuscire a vincere, me lo auguro, ma hanno ancora un pezzo mancante. Dal mio punto di vista è importante avere un giocatore che garantisca protezione del ferro…”. La sua voce si increspa, diventa pensieroso. La domanda nasce spontanea: “Un Robert Parish, insomma?”. La risata, se possibile, diventa ancora più fragorosa: “Sarebbe molto bello. Scherzi a parte, mancano di presenza a rimbalzo, perdono il confronto con gli avversari in quanto a stazza e a dimensione fisica in generale. Sono tutti molto piccoli, ma nonostante questo è apprezzabile il fatto che sono molto competitivi, che con l’applicazione difensiva fanno la differenza. Riescono ad avere dei benefici enorme dall’organizzazione, a limitare i loro problemi strutturali. E questo ovviamente è merito anche del lavoro di Brad Stevens e del modo in cui li prepara”. Eccoci arrivati al punto: coach Stevens ha le carte in regola per dare ai Celtics la marcia in più che serve a colmare il gap con gli Warriors di questo mondo? “Brad è un allenatore solido, pone sempre enorme attenzione ai dettagli. I ragazzi in campo non sono mai impreparati a ciò che li aspetta, è riuscito a coinvolgere tutto il gruppo, a fargli abbracciare il suo stile di gioco. Il fatto che ponga molta attenzione sulla difesa è un punto a suo favore. È molto importante concentrarsi su quello, soprattutto quando si ha a che fare con dei giovani. È il modo migliore per plasmarli. Credo che si sia capito sin dalla prima partita, da quando sono stati costretti a rinunciare a Gordon Hayward. Aver creato un’identità di squadra che va oltre i singoli interpreti è stata la ragione principale che ha permesso ai Celtics di rilanciarsi nelle difficoltà e di avere il miglior record della Eastern Conference”. Non manca nulla dunque per puntare al bersaglio grosso. E in caso di problemi, basta fare un colpo di telefono a Parish: a proteggere l’area in caso ci pensa lui.

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