10 febbraio 2018

NBA, Blake Griffin superstar e Kobe Bryant MVP: la storia dell'All-Star Game 2011

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Ripercorriamo uno per uno gli ultimi weekend delle stelle, disponibili su Sky On Demand: dal debutto di Blake Griffin al titolo di MVP di Kobe Bryant, l'ultimo fine settimana disputato a Los Angeles fu pieno di storie e di personaggi ormai perduti del basket NBA. Sono passati solo sette anni, eppure molte cose sono cambiate...

Ogni sette anni, puntuale, la NBA marca visita allo Staples Center di Los Angeles portando in città il carrozzone dell’All-Star Weekend: è successo nel 2004 e accadrà di nuovo quest’anno, e in mezzo a queste due occasioni c’è stata l’edizione disputata tra il 18 e il 20 febbraio 2011. Il protagonista di quella tre-giorni losangelena fu senza ombra di dubbio Blake Griffin, presentato al mondo come il volto nuovo della lega. Dopo una prima parte di stagione sfavillante, il rookie degli L.A. Clippers fu presente in ogni evento del weekend: in campo – seppur brevemente, segnando 14 punti in 13 minuti – per la gara tra matricole e sophomore del venerdì; dominatore assoluto della gara delle schiacciate, con l’iconica dunk saltando sopra il tettuccio di una macchina su assist di Baron Davis; infine in campo come riserva per la Western Conference per il suo primo All-Star Game della carriera, il primo rookie  a riuscirci dal 2003, quando a far parte del firmamento NBA alla prima stagione fu Yao Ming. Un grande slam a cui però non venne aggiunto il premio di MVP, perché pur essendo padrone di casa bisogna sempre lasciare spazio a chi della NBA è re per davvero: a portare a casa il premio di miglior giocatore della partita fu infatti Kobe Bryant, il giocatore più votato dai fan con 2,38 milioni di voti. I suoi 37 punti, 14 rimbalzi e 3 recuperi nel successo della Western Conference per 148 a 143 gli permise di vincere il quarto e ultimo premio di MVP della partita delle stelle della sua carriera, pareggiando il record di Bob Pettit. L’atto conclusivo di un weekend vissuto a mille all’ora e che potrete rivivere su Sky On Demand fino al prossimo weekend, quando scenderanno in campo le stelle del 2018.

All-Star Friday: John Wall MVP e Steph Curry allenato da Steve Kerr…

Si può ragionevolmente sostenere che il ricambio generazionale è cominciato da quell’anno, specialmente se si osservano i nomi dei protagonisti della sfida dell’All-Star Friday tra giocatori al primo e al secondo anno. Tra questi si trovano un due volte MVP come Steph Curry (allenato in panchina da un assistente d’eccezione come Steve Kerr, al tempo commentatore per TNT: chi avrebbe mai detto che quattro anni dopo...), ma anche All-Star come DeMarcus Cousins, John Wall, DeMar DeRozan e James Harden, oltre al già citato Griffin. A portare a casa vittoria e premio di MVP fu John Wall, leader dei rookie capaci di vincere 148 a 140 contro i sophomore grazie ai 12 punti e a soprattutto i 22 assist del playmaker degli Washington Wizards, molti dei quali per ispirare i 33 punti con 14 rimbalzi di DeMarcus Cousins. A guidare i sophomore invece furono i 30 punti di James Harden, losangeleno doc che ci teneva in particolar modo a fare bene davanti ad amici e parenti (con una barba ancora a lunghezze accettabili), ma anche i 28+15 di DeJuan Blair dei San Antonio Spurs, che oggi gioca in Argentina per il San Lorenzo de Almagro. Non è l’unico a essere ormai lontano dalla lega: oltre a lui anche Gary Neal, Brandon Jennings e Landry Fields, a sette anni di distanza da quel giorno, non sono già più nella NBA.

All-Star Saturday: Griffin re delle schiacciate

L’intera serata del sabato fu una lunga attesa del piatto principale rappresentato dalla prima partecipazione di Blake Griffin alla gara delle schiacciate, attesissima dopo i voli sopra il ferro del rookie dei Clippers nella prima parte di stagione. Dopo lo Shooting Stars vinto da Atlanta (Al Horford, Coco Miller e Steve Smith) e lo Skills Challenge portato a casa da Steph Curry davanti a Russell Westbrook, la gara del tiro da tre punti vide vincere James Jones con il punteggio di 20 punti davanti a Paul Pierce (campione in carica) e Ray Allen, superati dopo un primo turno che aveva già visto uscire Dorell Wright, Daniel “Boobie” Gibson e un terribile Kevin Durant ultimissimo con soli sei punti. Infine, il tanto atteso Slam Dunk Contest, peraltro di alto livello: tutti i partecipanti andarono sopra quota 90 con le due schiacciate effettuate, dal 45+45 raccolto da Serge Ibaka al 44+50 di un imberbe DeMar DeRozan, entrato al posto dell’infortunato Brandon Jennings. Il losangeleno venne però fermato di un punto da Griffin, che totalizzò un controverso 95 leggermente “spinto” dai giudici, che avrebbero potuto premiare maggiormente le schiacciate della guardia di Toronto. Nella finale contro un JaVale McGee dominante (99 punti con le prime due schiacciate, tra cui quella con due palloni contemporaneamente), Griffin riuscì a spuntarla con la dunk volando sopra la KIA, raccogliendo il 68% delle preferenze del pubblico.

All-Star Game: quanto è cambiato in sette anni

Sono passati sette anni, ma molte cose sono cambiate rispetto ai protagonisti di quel magico fine settimana losangeleno: solamente cinque dei giocatori scesi in campo quel giorno sono ancora degli All-Star (LeBron James, Al Horford, Kevin Durant, Kevin Love e Russell Westbrook, l’unico a farlo sempre per la stessa squadra) e altri undici sono ancora sotto contratto nella lega che nel frattempo è diventata di Adam Silver, mentre i giocatori ritirati o rimasti senza accordi in questo lasso di tempo sono ben nove (Amar’e Stoudemire, Chris Bosh, Ray Allen, Kevin Garnett, Paul Pierce, Kobe Bryant, Yao Ming, Tim Duncan e Deron Williams). Sulle due panchine sedevano Gregg Popovich in rappresentanza della Western Conference e Doc Rivers per la Eastern, avendo a sua disposizione in panchina tutte le quattro stelle allenate ai Boston Celtics – dai veterani Garnett, Allen e Pierce fino a Rajon Rondo – insieme a Joe Johnson, Horford e Chris Bosh. In quintetto, strano a dirsi, il giocatore più votato non fu né LeBron James né Dwyane Wade, né tantomeno Derrick Rose (che alla fine di quella stagione avrebbe vinto il titolo di MVP) o Amar’e Stoudemire (appena passato ai New York Knicks). Il più votato della Eastern fu infatti Dwight Howard con oltre due milioni di voti, precedendo le due stelle dei Miami Heat. Dall’altra parte invece Yao Ming era ancora apprezzato ma le condizioni del suo fisico non erano più in grado di tenerlo in piedi, venendo sostituito in quintetto da Tim Duncan e tra i dodici dal debuttante Kevin Love, decisamente più “tondo” rispetto a quello che gioca oggi per i Cleveland Cavs.

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