27 febbraio 2018

NBA, Golden State Warriors: una annoiata macchina da guerra

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A caccia del back-to-back tra espulsioni e falli tecnici: che indicazioni si possono trarre dal nervosismo e dall’eccessiva aggressività dei Golden State Warriors?

La storia della NBA è da sempre piena di “bad boys”, ovverosia di squadre che, anche per esercitare un dominio “emotivo” sugli avversari, non lesinavano contatti duri sotto canestro, giocate sporche e un tono aspro e sgradevole nei confronti anche della terna arbitrale. La nostalgia dell’appassionato medio NBA riconduce immediatamente al ricordo di squadre come i Detroit Pistons o i New York Knicks a inizio anni ‘90, ad esempio: baluardi di un basket fisico e ruvido ridimensionato e bannato da un regolamento odierno che tende a “proteggere” lo spettacolo e la purezza del gesto atletico.

È anche per questo che, quando una squadra nella NBA di oggi mostra segni di nervosismo e insofferenza, questi segnali destano più spunti di riflessione di quanto non accadesse in passato. Ed è anche per questo motivo che sono difficilmente identificabili il motivo del nervosismo e dell’aggressività che in questa stagione spesso traspaiono dalle partite dei Golden State Warriors.

Nelle prime due stagioni del ciclo di Steve Kerr, gli Warriors del primo titolo e delle 73 vittorie erano temuti e rispettati, ma difficilmente odiati: nella maggioranza dei casi, l’antipatia stava piuttosto nella fisiologica invidia verso il più forte. Al massimo, l’astio degli appassionati era tutto concentrato verso un giocatore come Draymond Green, autore di giocate spesso sopra le righe.

È indubbio che un turning point della polarizzazione dei giudizi verso la franchigia con sede (ancora per poco) a Oakland sia coinciso con l’arrivo di Kevin Durant: lo sbarco in California dell’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder ha cambiato la percezione dell’appassionato medio nei confronti degli Warriors.

Rispetto alla prima - trionfale - stagione di Durant in maglia Golden State, qualcosa sembra essere cambiato in questa stagione: i tanti falli tecnici, le tante proteste e le innumerevoli lamentele verso gli arbitri, unite al numero di sconfitte più elevate del solito (gli Warriors dovrebbero chiudere 21-1 per raggiungere nuovamente il totale di vittorie degli anni del titolo), sono il segnale di qualche ingranaggio che potrebbe incepparsi. Esiste, ad esempio, un punto tatticamente debole che stimola un nervo scoperto? O ci troviamo semplicemente davanti a una annoiata macchina da guerra?

Green, il “brutto”

Se in ogni storia “di cattivi” c’è il cattivo più cattivo di tutti, è difficile che nei Golden State Warriors quello non sia Draymond Green. Considerato uno dei giocatori più “sporchi” dell’NBA odierna, il primo vero momento in cui è emerso il lato oscuro del giocatore-barometro degli Warriors è stato durante i playoff  del 2016, con una sequenza di colpi proibiti poi culminati il colpo nelle parti basse di LeBron James e la susseguente esclusione da Gara-5 delle Finals, la partita che inaugurò l’incredibile rimonta dei Cleveland Cavaliers.

Il tema dei “calci” di Green ha continuato a imperversare anche nella scorsa stagione, ma è in particolare in questa che il nervosismo del numero 23 degli Warriors l’ha posto nuovamente nell’occhio del ciclone. Al momento in cui scriviamo, Green è il leader in NBA per falli tecnici fischiati nel corso della stagione (14, dopo che l’ultimo è stato ritirato dalla lega), con discreto margine sul secondo posto. E se il record assoluto di Rasheed Wallace a quota 41 è oggettivamente irraggiungibile, più utile ai fini di questa riflessione può essere andare a osservare anche le tre occasioni in cui, in questa stagione, Green è stato espulso, terminando anzitempo la partita.

Numero 1: l’espulsione contro gli Wizards dopo la rissa con Beal.

Già con un tecnico sul groppone in una situazione difficile per Golden State, Draymond Green sino a quel momento non stava vivendo la migliore partita in carriera. Nervoso e poco preciso in attacco (sino a lì 6 assist ma anche 4 palle perse, con solo 2 tiri tentati in 17 minuti), qualcuno avrebbe potuto pensare che Green stesse sentendo troppo la pressione del momento quando si è scontrato con Beal dopo un rimbalzo conteso.

Delle tre espulsioni stagionali del prodotto di Michigan State, questa è l’unica “non cercata” con un atteggiamento aggressivo o offensivo verso gli arbitri. Contro i Memphis Grizzlies, in una situazione di partita completamente diversa, il secondo tecnico (con espulsione automatica) arriva in maniera probabilmente fiscale, per un “vaffa” che sembra più plateale che aggressivo.

La più recente, quella contro i Thunder - sempre in casa - arriva invece a partita ormai ampiamente indirizzata, ed è evidente come l’inutile fallo su Abrines, che arriva peraltro dopo reiterati avvertimenti e minacce di secondo tecnico, sia un fallo di pura frustrazione.

Prenderla con filosofia (e anche retorica).

Pachulia, il “cattivo”

La nomea di “cattivi” degli Warriors probabilmente non è più legata, in maggior misura, alla figura di Green quando ci si riferisce alle dirty plays. Nella scorsa stagione, la prima in California, Zaza Pachulia è diventato uno dei casi mediatici più eclatanti della NBA: la campagna elettorale messa in piedi da tutta la Georgia per scrivere in massa “#NBAVote Zaza Pachulia” portò l’esperto lungo georgiano, un journeyman della lega prima di approdare alla corte dei campioni NBA, a sfiorare l’All-Star Game nonostante le cifre non esattamente da stella (quasi 6 punti e 6 rimbalzi di media in 18’ sul parquet).

Col passare dei mesi, però, l’attenzione su Pachulia è cambiata, focalizzandosi maggiormente su un aspetto del suo stile di gioco: la giocata sporca che lambisce il limite di regolamento. L’apice è stato raggiunto in Gara-1 della Finale di Conference contro i San Antonio Spurs, quando Pachulia venne accusato di aver intenzionalmente allargato la gamba per far cadere male Kawhi Leonard dopo un tentativo dall’angolo. Leonard che peraltro già era stato ‘nel radar’ di Pachulia prima di quell’episodio.

Qui, ad esempio, ai tempi in cui Pachulia faceva parte dei Dallas Mavericks.

Recentemente, questa “caratteristica” del georgiano è assurta nuovamente alle cronache dopo che Pachulia è sembrato aver voluto danneggiare il ginocchio di Russell Westbrook cadendo sull’MVP dei Thunder a peso morto. Russell Westbrook non le ha mandate a dire, accusando apertamente Pachulia di essere un giocatore ‘sporco’, e poco dopo sui social è arrivato anche Kyrie Irving a dargli man forte, all’interno di una lega dove ci si è ricordati anche di precedenti decennali di Pachulia. Il tutto, mentre gli stessi compagni di squadra difendono - ovviamente - il compagno, pur ammettendone implicitamente le sue caratteristiche “particolari”.

“He’s clumsy”, dice Durant. Gli ex compagni di squadra però non sono altrettanto convinti.

Durant, il “buono-ma-non-così-tanto”

All’inizio di quest’articolo abbiamo citato come la percezione pubblica e mediatica dei Golden State Warriors sia definitivamente cambiata con l’arrivo in California di Kevin Durant.

Ai tempi dei Thunder, KD35 aveva una reputazione da “bravo ragazzo”: la sua prima espulsione in carriera risale soltanto a cinque anni fa, ed era raro vedere il Durant di OKC coinvolto in scaramucce e scontri verbali.

Nel 2017-18 Kevin Durant è il leader NBA per espulsioni stagionali, ben quattro, e nessuna di queste per gioco violento o scorretto. Espulsioni che lasciano trasparire un nervosismo e una frustrazione che non ci si aspetterebbe da un giocatore che, nella scorsa stagione, si è finalmente tolto la “scimmia” della vittoria dalle spalle.

La prima delle quattro risale a inizio stagione, ed è la meno diretta: Durant incassa il secondo tecnico, a partita virtualmente chiusa, per proteste contro gli arbitri che pochi attimi prima avevano allontanato anzitempo dal campo Stephen Curry, reo di avere lanciato il suo paradenti a un membro della terna arbitrale. È nelle altre tre, di cui due collezionate nel giro di soli tre giorni, che emerge con più evidenza l’insolito aspetto aggressivo e nervoso di Durant.

A inizio dicembre, nei minuti conclusivi di una delle migliori prestazioni offensive stagionali messe in mostra da Golden State (46 assist su 55 canestri segnati di squadra), Durant non si trattiene nel protestare veementemente contro Scott Foster, rimediando un’espulsione evitabilissima.

Tre giorni dopo, Golden State è di scena sul campo dei New Orleans Pelicans. Dopo Orlando, Durant rimedia quella che è la sua terza espulsione stagionale e sembra, per certi versi, la più “cercata”. Già nel primo quarto KD35 si vede fischiare un tecnico per proteste, e la sua  partita (già indirizzata, anche se non chiusa, verso la strada dei campioni NBA in carica) - sotto i suoi livelli con 8/21 dal campo per 19 punti complessivi - termina quando ingaggia un lungo e continuo trash talk con DeMarcus Cousins.

Passano le settimane, con in mezzo anche la discussa partita di Natale, e il contatore delle espulsioni di Durant si muove poco più di un mese fa, durante il match disputato dagli Warriors contro i New York Knicks. Anche qui, a partita conclusa e indirizzata verso l’angolo di Golden State, Durant viene cacciato poiché colpevole di continuare a protestare ininterrottamente, senza apparenti motivi logici. Il 35 poi si scuserà a mente fredda, al contrario delle dichiarazioni nell’immediato post-partita.

Alzare l’asticella, sempre e comunque

Nel riflettere su quello che è indubbiamente un tratto distintivo della stagione dei campioni in carica è difficile tracciare una linea comune. Metaforizzare Durant, Pachulia e Green come i personaggi di un film western può essere utile nel mostrare i diversi lati della medaglia, ma è difficile estendere la riflessione sul fatto in sé (i tecnici, le giocate sporche, le espulsioni) nel ricercare una possibile spiegazione che possa anche portare  a un punto debole.

Lo stesso Steve Kerr, ad esempio, si è mostrato tranquillo in merito ai tanti falli tecnici fischiati a Draymond Green, accettando che la sua emotività possa avere questo effetto collaterale anche sul rendimento della squadra. Anche perché, sin qui, nessuna espulsione di Green o Durant ha direttamente causato una delle 14 sconfitte stagionali - mai così tante a questo punto della stagione nell’era Kerr - degli Warriors.

Al contrario in un caso, quello dello scontro tra Green e Beal, l’espulsione si è poi rivelata essere un turning point in positivo per Golden State, uscita poi vincitrice da una situazione complicata all’intervallo.

È verosimile affermare che la continua aggressività manifestata dagli Warriors verso il mondo e il “nemico” in campo - avversari o arbitri che siano - sia soprattutto un modo di tenere alta l’attenzione e anche la soglia di motivazione, obiettivo fondamentale per una squadra comunque vincitrice di due titoli negli ultimi tre anni e a caccia, quantomeno, della quarta Finale NBA consecutiva, nell’anno in cui anche a Ovest sembra esserci una vera rivale “alla pari” rappresentata dagli Houston Rockets.

Nel prendere per vera l’ipotesi della motivazione autoalimentata, però, bisognerebbe tracciare un distinguo fondamentale tra il caso di Durant&Green e quello di Pachulia. Il primo, quello delle due stelle, finora è da inquadrare in un atteggiamento che potrebbe anche vedersi molto di meno nella post-season, quando l’importanza della posta in palio potrebbe fungere da “alimentatore” sufficiente per i due.

Nel caso del lungo georgiano, invece, la cattiva reputazione e la conseguente esposizione mediatica delle sue “magagne” potrebbe generare ulteriore astio e cattiveria in campo contro gli stessi Warriors: Pachulia, da osservato speciale, potrebbe finire nella lista nera di arbitri e giocatori avversari, privando così Golden State di un giocatore comunque importante per il suo ruolo e il suo impatto positivo (soltanto Curry, in squadra, ha un Net Rating migliore di quello di Pachulia).

Far convivere queste due caratteristiche, non facendo superare loro i limiti e non esagerare nel peccare di hybris, potrebbe essere la scelta più logica per la stragrande maggioranza delle squadre, ma siamo sicuri che lo sarebbe anche per gli Warriors? D’altronde in questi anni i ragazzi di coach Kerr hanno fatto dell’esagerazione, della spettacolarità e della continua ricerca di un limite da superare praticamente una cifra stilistica, quasi fondando la loro identità sull’essere “anni luce avanti” a tutta la concorrenza, per usare le famigerate parole del loro proprietario. Anche nell’alzare l’asticella dell’essere “heel”, allora, non possono essere da meno.

Quella della NBA è una stagione lunga e tutte le squadre devono trovare motivazioni per arrivare alla fine: i Golden State Warriors in questa stagione lo hanno fatto in maniera più evidente e più plateale rispetto a tutti gli altri.

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