28 febbraio 2018

NBA, Dwyane Wade e un'altalena di emozioni: dalla morte di Joaquin Oliver al canestro decisivo

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NBA

Prima si è commosso per la storia del 17enne vittima della sparatoria a Parkland, sepolto dai genitori con la maglia n°3 degli Heat; poi, col suo nome scritto a mano sulle scarpe, il canestro della vittoria contro i Sixers e la dedica alla famiglia. A Miami è di nuovo Wade-mania, ma sul futuro lui non si sbilancia

La seconda carriera di Dwyane Wade ai Miami Heat sembra sempre più – ogni giorno che passa – una sceneggiatura già pronta per Hollywood. Dall’isteria collettiva scatenata dal ritorno del figliol prodigo in South Florida (la sua maglia n°3 nella nuova city edition ispirata a Miami Vice è andata immediatamente esaurita, e sarà disponibile solo dal 1 luglio) alla vittoria – dopo 5 sconfitte in fila – fatta registrare al suo debutto, fino all’incredibile altalena di emozioni vissute nelle ultime 48 ore, Dwyane Wade è prontamente ritornato l’uomo copertina in casa Heat. La settimana del n°3 è iniziata con la notizia, riportata dai media sulla scia delle dichiarazioni della famiglia Oliver, che il loro figlio Joaquin di soli 17 anni – uno dei 14 studenti rimasti uccisi nella strage liceale a Parkland, in Florida – era stato sepolto con indosso la maglia degli Heat proprio di Wade. “Così mi fate piangere”, era stata la prima reazione affidata a Twitter del giocatore alla notizia, poi spiegata così: “È un’emozione che non riesco neppure a esprimere a parole. Fa male, soprattutto se penso alla sua famiglia: l’unica cosa che mi consola è il sapere di aver fatto qualcosa che ha reso felice Joaquin quando era vivo”. I genitori hanno raccontato che il figlio era felicissimo del ritorno in Florida, nella sua squadra del cuore, del giocatore simbolo degli Heat, che ha commentato così il triste onore di cui è stato indiretto protagonista: “Sono molto orgoglioso di quello che ho fatto in questo stato e di ciò che questo ha rappresentato per i giovani della città”. Sempre su Twitter, poi, ha voluto pubblicare la foto del giovane Joaquin (“una delle 17 giovani vite che abbiamo tragicamente perso nella sparatoria alla Douglas High School”) con un messaggio preso a prestito dall’amico LeBron James: “Questo è il motivo per cui non ci limiteremo a palleggiare tenendo la bocca chiusa”, facendo riferimento alla polemica innescata dalle parole (“shut up and dribble”) della giornalista Laura Ingraham. “È un qualcosa che va molto oltre la pallacanestro”, il messaggio affidato a un secondo post su Twitter. “Siamo la voce di tutte quelle persone che non possono farsi sentire. Riposa in pace, Joaquin Oliver: dedico a te il mio ritorno a Miami e il resto della mia stagione ai Miami Heat”.  

Una dedica speciale

Una seconda parte di stagione che ha avuto il momento per adesso più alto nella gara disputata martedì sera in Florida, contro i Philadelphia 76ers e vinta da Wade e compagni 102-101, con il canestro decisivo a meno di 6 secondi dalla fine proprio del n°3. “Per me serate come questa sono un modo di ringraziare le persone che hanno creduto in me e quelle che hanno dimostrato la loro felicità per vedermi tornare in città, riservandomi un’accoglienza che potevo solamente sognare. Mi fa capire sempre di più l’importanza di essere dei seri professionisti, in campo e anche fuori, tant’è che voglio dedicare la serata di oggi a [Joaquin] Oliver e alla sua famiglia”. Un pensiero fisso, per la superstar degli Heat, al punto da essere sceso in campo con un paio di scarpe nere sulle quali, a pennarello, aveva aggiunto il nome dello sfortunato 17enne. E con quelle scarpe indosso, negli attimi decisivi della gara contro i Sixers, Wade ha riavvolto magicamente il nastro della sua carriera ed è tornato a dominare come il vecchio “Flash”: un dettaglio che non è certo sfuggito ai suoi colleghi, da chi – come J.J. Redick – ha dovuto subire i 27 punti messi a referto (“D-Wade è stato incredibile nel finale”, le parole usate per commentare il fatto che dei 17 punti finali degli Heat, 15 li ha segnati proprio il n°3) a un suo ex compagno (anche solo se brevemente, a Cleveland) come Isaiah Thomas: “Flash è tornato. Che finale pazzesco, per questo vecchietto LOL”, il messaggio di “IT4” affidato a Twitter

Il futuro di D-Wade: smettere o continuare?

Già, perché anche il dato anagrafico – 36 anni già compiuti – è destinato a recitare un ruolo importante sul finale di carriera di Wade. “Ho già fatto sapere a tutti – ha confidato in un’intervista al Miami Herald – che per la prima volta da quando gioco a fine campionato mi prenderò del tempo per decidere se continuare o no, seguendo l’esempio di come Udonis Haslem ha sempre gestito questo tipo di situazioni negli ultimi anni. Non è un qualcosa che al momento mi preoccupa, sono sicuro che qualsiasi sia la decisione che finirò per prendere lo farò in maniera serena, in pace con me stesso: sarà la mia decisione. Avrò ancora voglia di soffrire? Di preparare il mio fisico, sera dopo sera? Sarò in grado di essere pronto mentalmente per tutto l’arco della stagione, senza esaurirmi a metà anno? Essere tornato qui a Miami, potermi confrontare con coach Spoelstra e con Pat Riley, renderà tutto ancora più semplice”. 

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