13 marzo 2018

NBA: Spurs in crisi e playoff a rischio, ma nessuno può fargliene una colpa

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Dopo le 11 sconfitte nelle ultime 14 gare, San Antonio è scivolata al 10° posto a Ovest, fuori dalla zona playoff a questo punto della stagione 21 anni dopo l’ultima volta: è finita un'era?

I San Antonio Spurs dopo venti stagioni consecutive rischiano di restare fuori dai playoff. Sì, a 15 gare dalla fine della regular season non è oltraggioso ipotizzarlo, né avventato sottolineare le difficoltà di una squadra in affanno ormai da settimane. Dopo aver pronosticato diverse volte negli anni passati  - sempre in maniera errata - la fine del ciclo vincente dei nero-argento, trovare la forza per l’ennesimo colpo di reni sembra impresa complessa anche per i navigati Popovich, Ginobili e Parker. L’ossatura di una squadra che fatica a rinnovarsi. Dopo la sconfitta incassata contro Houston, i texani sono sprofondati al 10° posto a Ovest con un record di 37 vittorie e 30 sconfitte; identico a quello di Jazz e Nuggets che li precedono in classifica. Utah infatti ha vinto tutti e tre gli scontri diretti contro San Antonio, mentre Denver ha pareggiato 2-2 nei testa a testa, ma può vantare un record di Conference migliore (si guarda a quello, visto che le squadre giocano in diverse Division). Un crollo che sorprende il giusto però in una stagione nata con pessimi presupposti che sta volgendo al peggio a causa del preoccupante aumento del numero degli infortunati. A San Antonio è da inizio stagione che coach Popovich e il suo staff stanno facendo le nozze con i fichi secchi e la costanza dei risultati (soprattutto in casa) ha messo una pezza nei primi mesi. A lungo andare però le difficoltà di un attacco mediocre sono venute fuori, anche perché i trentelli di Aldridge sono diventati meno frequenti e non bastano più a garantire il successo. Nel post All-Star Game il riposo non ha portato i benefici sperati, il crollo è stato verticale e per correre ai ripari sembra ormai imminente il rientro di Leonard (forse già dalla sfida di giovedì contro New Orleans). Il condizionale però è d’obbligo perché le parole di Popovich come al solito confondono le acque. “Vedrò Kawhi nelle prossime ore. Bisognerà vedere quali sono le sue sensazioni, la sua forma fisica e se io penso che sia pronto per tornare. Credo proprio che lo sia, ma capiremo meglio la situazione appena saremo a San Antonio”.

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I destini incrociati di San Antonio e Houston

Per gli Spurs il conto delle sconfitte nel frattempo continua a salire: sono 11 nelle ultime 14 partite, per la prima volta dopo 20 anni fuori dalla zona playoff a questo punto della stagione. L’ultima volta (nel 1996/97), la squadra allenata da un Popovich al primo anno sulla panchina dei texani vinse poi la lottery e chiamò Tim Duncan con la prima scelta assoluta al Draft 1997. Adesso la situazione è profondamente diversa, le attenuanti sono molte, anche se ormai il passaggio di testimone come seconda forza della Western Conference tra San Antonio e Houston è evidente. Non è un caso infatti che questo pesante ko sia arrivato contro i Rockets, la squadra del destino - nel bene e nel male - che nell’ultimo anno è stata spesso protagonista nei momenti di svolta in casa Spurs. San Antonio ha giocato contro James Harden e coach D'Antoni la sua ultima serie playoff vincente, potendo disporre per buona parte di essa di un Leonard abile e arruolabile prima dell'infortunio alla caviglia. Nella decisiva gara-5 della semifinale di Conference dello scorso maggio infatti, il numero 2 degli Spurs alzò bandiera bianca prima di un overtime delicatissimo, fermato da una distorsione fortuita che ha segnato l’inizio del suo lungo calvario. Gli Spurs dimostrarono di poter fare a meno di lui, vincendo in volata quel match grazie alle giocate di Danny Green e Manu Ginobili (la stoppata dell’argentino su Harden la ricordiamo tutti) e dominando poi la successiva gara-6 con un LaMarcus Aldridge da 34 punti e 12 rimbalzi. Quella partita definì le gerarchie a Ovest e sottolineò come gli Spurs continuassero a essere la prima alternativa degli Warriors nella Conference. Una narrativa che tuttavia non ha convinto Chris Paul, da sempre attratto da Popovich e dalla cultura Spurs, ma che in estate ha preferito andare ai Rockets, lasciando i nero-argento a mani vuote durante la sessione estiva di mercato. Senza un free agent di livello in arrivo, con Aldridge che minacciava la possibilità di andare via e Leonard in infermeria per tutto l'anno, il vero miracolo è stato partire con un record di 25-11 fino a Capodanno e soprattutto con 17 vittorie su 19 gare totali in casa. "È strano vederli lì giù, ma senza Leonard è dura restare competitivi ad alto livello. Hanno un mucchio di assenze, ma se esiste una persona in grado di venirne fuori, quella è Gregg Popovich”, commenta Paul, che tuttavia si è tenuto ben lontano da San Antonio. La sua scelta in estate non è stata sbagliata.

Le immagini di gara-5 contro Houston, l'ultima "vera" partita di Leonard

Il crollo dopo la pausa per l’All-Star Game

La settimana senza partite a causa dell’All-Star Game è stato poi il colpo di grazia, il filo di ruggine che ha usurato anche la difesa degli Spurs - il salvagente che aveva tenuto a galla San Antonio per oltre tre mesi. A guardare il confronto tra i dati pre e post weekend delle stelle di Los Angeles, il crollo è evidente. Gli Spurs concedevano 101.9 punti prima del 18 febbraio (seconda miglior difesa NBA), mentre adesso ne incassano 107.2 (14° posto). Un peggioramento evidente, secondo soltanto a quello dei Nuggets che sono penultimi quando si parla di efficacia nel proteggere il proprio ferro (fare peggio dei Knicks è impossibile). A differenza di Denver però, l’attacco è rimasto stagnante e mediocre come in precedenza e il risultato è stato quello di non riuscire più a vincere. Il Net Rating degli Spurs è passato dal +3.2 (5°) al -0.9 (18°), la flessione più evidente tra tutte le squadre che hanno ancora obiettivi di classifica da inseguire. Dai numeri arriva poi un’ultima indicazione: il cambio di ritmo della squadra. San Antonio prima dell’All-Star Game era 29^ per Pace con 96.7 possessi su 48 minuti, diventati 101.9 nelle ultime quattro settimane (7° posto). Un balzo in avanti enorme, figlio di una logica che al momento non sta funzionando. L’idea è quella di aumentare i possessi di fronte al calo di efficienza. Peccato che questo ha mandato in sofferenza la difesa, senza portare benefici per punti segnati. Un bel grattacapo difficilmente risolvibile con il solo ritorno di Leonard sul parquet. Gli Spurs infatti hanno uno dei calendari più difficili da affrontare da qui a fine stagione, con solo due partite contro Orlando e Sacramento come squadre materasso contro cui non rischiare la sconfitta. Denver e soprattutto Utah invece sono chiamate a sfide più facili, con il solo scontro diretto tra Spurs e Jazz il prossimo 24 marzo da poter sfruttare. Un nodo cruciale per la stagione dei texani, come la partita di Pasqua contro Houston. L'occasione per D'Antoni per vendicare anni di sconfitte contro Popovich sancendo la fine di un'era o il giorno perfetto per risorgere dalle proprie ceneri per l'ennesima volta.

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